La Grande Madre

Personale ricostruzione di una mostra completa e documentata: La Grande Madre a Palazzo Reale a Milano, chiusa il 16 novembre 2015.

Una mostra che ha raccontato un secolo, il Novecento, di passaggi e cambiamenti nell’immaginario e nella cultura della figura della madre. Usando il linguaggio della psicoanalisi, della fotografia, della pittura, del cinema, della scultura ha passato in rassegna la figura femminile e il modo di vivere la maternità attraversando la storia, la politica e le avanguardie artistiche e culturali.

Una narrazione completa. Dalle prime opere più convenzionali, in apparenza, dove la rappresentazione della madre sembra quella classica alle ultime dove la figura della madre viene analizzata e destrutturata, la mostra ha esplorato il tema della maternità e degli stereotipi dei ruoli di genere.

Di seguito alcune foto per illustrare e ricordare il percorso; sembrano tante ma sono poche in confronto alla quantità di opere presenti.

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Olga Fröbe-Kapteyn (1881-1962) studiosa junghiana, negli anni trenta compose un vasto archivio fotografico della rappresentazione della madre in varie culture ed epoche. Ha fondato una scuola di ricerca spirituale nella sua tenuta di Ascona (Svizzera) e avviato una serie di conferenze annuali, conosciute come le conferenze di Eranos, la cui figura di spicco è stata Carl Gustav Jung. Nel 1935 Olga ha creato un ricco archivio iconografico, andando “a caccia di immagini in ogni dove” alla ricerca di raffigurazioni archetipiche, una raccolta di seimila immagini classificate per tema. Lo studio icongrafico delle dee creatrici fu esposto per la prima volta nel 1938 nella conferenza di Eranos dedicata all’archetipo della Grande Madre. Le opere in mostra sono realizzate da Olga stessa, con precisione geometrica, e chiamate “disegni di meditazione”, dove l’energia accelerata del futurismo si integra con i simboli esoterici.

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Meret Oppenheim (Berlino, 1913 – Basilea, 1985). ‘Immagine votiva’ del 1931: un’offerta personale al divino per proteggerla da una gravidanza. e una presa di posizione contro la maternità. Il disegno era stato pensato come una sorta di “magia nera in un’epoca in cui la pillola ancora non esisteva’. Oppenheim tendeva ad una ‘androgina dello spirito’ necessaria per elevare a un livello superiore uomini e donne.

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Il Novecento è il secolo della psicoanalisi: il pensiero di Sigmund Freud avrà un’influenza profonda sulla cultura occidentale. L’immagine rassicurante della famiglia e della maternità sarà per sempre trasformata dalle interpretazioni di Freud che descrivono i rapporti familiari come un teatro di desideri repressi e scontri generazionali. In questa foto del 1925 Freud è con la madre.

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David Hammons, 1943. Freudian slip (Lapsus freudiano o Sottoveste freudiana). La maschera africana coperta dalla sottoveste rappresenta l’inconscio, incidentalmente rivelato. Rimanda a Freud che, con la sua ricca collezione di antichità, amava paragonare psicologia e archeologia perché entrambe cercano di riportare alla luce un passato sepolto.

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Il Novecento in Italia si apre all’insegna del Futurismo che intende rinnovare la cultura dall’arte alla sessualità. Benedetta Cappa Marinetti (1897-1977) Velocità di un motoscafo, 1922. Affronta il tema della velocità e della macchina, spesso identificata dai futuristi come forma femminile e oggetto di desiderio maschile. L’incontro di Benedetta con Filippo Tommaso Marinetti dà inizio ad un sodalizio nell’arte e nella vita. Benedetta si inserisce nel gruppo misogino dei futuristi con una personale posizione dalla parte delle donne.

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Le forze umane, 1924 è un romanzo scritto da Benedetta e accompagnato da 19 ‘sintesi grafiche’ che rappresentano gli stati psichici e i conflitti interiori narrati nel romanzo. Due di queste sintesi sono Forze femminili e Forze maschili: la raffigurazione femminile è un’avvolgente e sinuosa Spirale di dolcezza + serpe di fascino, mentre la raffigurazione maschile è la silhouette di un uomo disegnato con linee rette e penetranti Forze maschili – Armi e piume

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L’ebbrezza fisica della maternità, 1936. Marisa Mori, formatasi con Castrati si avvicina al futurismo di Marinetti e nella sua arte sviluppa lo stile ‘aerofuturista’. Il dipinto in mostra celebra le forze femminili e organiche piuttosto di quelle meccaniche del futurismo.

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Hanna Höch, una delle poche donne artiste del movimento dadaista di Berlino, mette nelle sue opere un’ironia spiccatamente femminista. Il padre, 1920 è una figura androgina (in basso a sinistra). Fatta per una festa, 1936 testimonia la disillusione nei confronti della d’donna nuova’ (a destra). L’urlo, 1930 è il moderno automa-orfano (in alto a sinistra).

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Man Ray, 1920 Ritratto di Mina Loy. Mina Loy, artista e poetessa, prese parte a diverse avanguardie, nel primo Novecento, in America e in Europa. Il termometro come orecchino, nel ritratto di Man Ray, è la parodia delle metafore meteorologiche ottocentesche sulle donne.

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Emmy Hennings, 19\7 Emmy Hennings con Bambola-Dada. Artista bohémienne, attrice, musa, prese parte al cabaret letterario a Zurigo cone le sue marionette, nonostante il circolo fosse esclusivamente maschile. Le su ambizioni artistiche e culturali furono emarginate dall’ambiente maschilista.

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L’Erpice, una macchina immaginaria comparsa nel racconto di Kafka ‘Nella colonia penale’ del 1914. Qui è visto come un dispositivo voluto dallo stato per il controllo dei corpi.

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Le donne del Futurismo promuovono nuovi modelli di femminilità e di emancipazione, immaginando relazioni tra i sessi.

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Il termine ‘suffragette’ è stato coniato in senso dispregiativo da un giornalista ma è stato adottato poi dalle donne impegnate nella lotta di emancipazione. Nella foto in alto Emma Goldman parla del controllo delle nascite a New York nel 1916. Mother Earth, 1906-1917 a cura di Emma Goldman. The Woman Rebel, 1914 a cura di Margaret Sanger. Secondo Giorni, L’arte di non fare figli, 1912. Pettorina Cecchi, La procreazione, 1914.

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Suffragista in prigione costretta all’alimentazione forzata a seguito dello sciopero della fame, Londra 27 aprile 1912.

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Man Ray, Marcel Duchamp travestito da Rrose Sélavy, 1921. Rrose Sélavy (gioco di parole: eros, c’est la vie) è l’alter ego femminile di Duchamp.

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La Révolution Surréaliste. Sedici ritratti di surrealisti, tutti con gli occhi chiusi, incorniciano l’immagine di una donna nuda, tratta da un dipinto di René Magritte, con la scritta ‘non vedo la (donna) nella foresta’. Rappresenta cioè l’ignoranza dei surrealisti nei confronti di ciò che non corrisponde ai loro desideri.

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Lee Miller, 1946. Max Ernst e Dorothea Tanning. Lee Miller è stata prima modella e poi fotografa, collaboratrice e amante di Man Ray. Dorothea Tanning, pittrice surrealista e compagna di Ernst.

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Nari Ward, Amazing Grace, 1993. Installazione che parla di infanzia perduta e immagina la città come una grande madre. 280 passeggini dismessi sono disposti a forma di scafo in mezzo a maniche antincendio schiacciate. L’accompagnamento musicale è suggestivo: Mahalia Jackson intona ‘Amazing Grace’ inno, scritto da un mercante di schivi ravveduto,  diventato popolare tra gli abolizionisti durante la guerra civile americana.

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Nel 1933, sul periodico fascista ‘Critica Fascista’ si legge “La donna fascista deve essere madre, fattrice di figli, reggitrice e direttrice di vite nuove (…), per essa occorre una intensa evoluzione spirituale verso il sacrificio, l’obbligo di sé, l’anti-edonismo individualistico”. Credo che basti così!

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Sarah Lucas, Mumun, 2012 ( a sinistra). Thomas Shütte, Valter (a destra). Quando si parla di maternità si parla anche di padri e padroni. Qui lo stato è rappresentato come un padre gigantesco e minaccioso mentre la scultura sospea suggerisce che forse uno stato matriarcale sarebbe ben più accogliente e generoso. O, al contrario, che la donna è ridotta al ruolo di generatrice di popoli.

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Ketty La Rocca e Barbara Kruger. Collage caustici e immagini contro gli stereotipi negli anni settanta e ottanta.

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Il movimento femminista negli anni settanta e ottanta. I libri dei miei vent’anni.

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Venere a palloncino di Jeff Koons, realizzata in acciaio inossidabile tra il 2008 e il 2012. Si è ispirato alla Venere di Willendorf, statuetta paleolitica risalente al 25.000 a.c.

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Louise Bourgeoise, Fillette ( Sweeter Version) 1968/1999. È una bambola di gesso e lattice appesa al soffitto, la scultura mescola generi sessuali.

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Dorothea Lange, 1936. Migrant Mother

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Nicholas Nixon, The Brown Sister (1975-now). Fotografie della moglie con le sorelle, scattate ogni anno. Il passare del tempo su una parete.

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Yayoi Kusama, Pallida Girl, 1967.   Ida Applebroog, Monalisa, 2009.

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Keith Edmeir, Beverly Edmier, 1967 (1998). Ritratto verosimile della madre, realizzato in resina rossa e silicone rosa. Opera ispirata alla storia personale dell’artista si rifà al suo passato: la madre si guarda il ventre gravido, vestita con un abito di Chanel rosa. La scultura coglie il carattere di scissione della gravidanza: il feto è parte del corpo materno e contemporaneamente estraneo ad esso.

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Figlia di fronte a opera d’arte.

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Robert Gober, Pitched Crib (Lettino inclinato) 1987.

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Birgit Jürgenssen, Housewives’s Kitchen Apron (Grembiule da cucina delle casalinghe) 1975/2003

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E per finire Virginia Woolf, fotografata con i vestiti di sua madre nel 1924, per Vogue. Lei non poteva mancare e la sua immagine a conclusione di questa mostra completa il percorso.

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