Il senso del dolore (1)

imagesDue anni fa.

Alla Feltrinelli di Genova una signora anziana e un giovane commesso si salutano calorosamente. Evidentemente si conoscono, penso. Forse lei è stata una sua insegnante? O meglio è una vicina di casa oppure la madre di un amico? Forse semplicemente una cliente della libreria che ricorre ai suggerimenti del commesso. Infatti gli chiede di consigliarle un romanzo psicologico.

Avrei voluto dirle Maurizio De Giovanni. Stavo infatti leggendo Il senso del dolore in quel periodo.


Mi sono accostata casualmente a questo autore, nel 2013, e sin dalle prime pagine mi è piaciuto il suo modo di scrivere ed il suo personaggio, il commissario Ricciardi, mi è sembrato avesse tratti di Adamsberg, commissario parigino che segue le nuvole e che predilige il suo mondo interiore al mondo che lo circonda. Avevo esaurito le avventure di Adamsberg ed ero alla ricerca di qualcuno che mi piacesse come lui, e ho incontrato Ricciardi. Mi ha attratto il fatto che il racconto fosse ambientato negli anni 30, coniugando così la passione per i romanzi storici e per i gialli.

Ricciardi ha una caratteristica molto speciale, che nessuno conosce e che lui tiene segreta come una macchia nera e una vergogna: vede i morti agli angoli di strada. Vittime di violenza per mano d’altri o di incidenti improvvisi. Morti che gli comunicano il loro ultimo drammatico istante di vita.

“A vederlo da lontano era un uomo senza caratteristiche evidenti: statura media, corporatura media, abbigliamento di medio valore. Ma Don Pierino ne aveva incrociato lo sguardo, quando era arrivato sulla scena del delitto. E quello sguardo aveva raccontato tutto. Abituato a cercare e trovare la verità dietro l’espressione, a Don Pierino era parso di affacciarsi su un panorama multiforme.
C’era dolore: un dolore vecchio ma sempre vivo. Un dolore che era un antico compagno. Solitudine, intelligenza e una vena di ironia, di sarcasmo, col sovrintendente che gli balbettava vicino. Era stato soltanto un attimo, ma il prete aveva intuito una personalità complessa e travagliata.” (pg.39)

L’incontro di Ricciardi con Don Pierino, un altro dei personaggi del romanzo, è una gemma di ironia e profondità

“- Allora , padre: fuori territorio, stasera?
– Perché, un prete va per territori? Non l’ho mai visto, io, un territorio in cui non servisse un prete. No, stasera non esercitavo, se è questo che volete sapere. Ma ero comunque in divisa, come vedete.
…… – Certe divise, le indossi o non le indossi, è la stessa cosa: ce l’hai sempre. Voi, io. Sempre con la divisa addosso.
– L’importante è non fare paura, con la divisa. Ci si deve sentire rassicurati, a vederla. E per non fare paura bisogna non avere paura.” (pg 39-40)

Ricciardi è un commissario che vive nella Napoli degli anni 30, in epoca fascista, quando i delitti sono stati aboliti per decreto.

“Che belli, ironizzò tra sé Ricciardi. Il piccolo re senza forze, il grande comandante senza debolezze. I due uomini che avevano deciso di cancellare il crimine per decreto. Ricordava sempre le parole del questore, un azzimato diplomatico che improntava la propria vita al compiacimento assoluto dei potenti: non esistono suicidi, non esistono omicidi, non esistono rapine e ferimenti, a meno che non sia inevitabile e necessario. Nulla per la gente, soprattutto nulla per la stampa: la città fascista è pulita e sana, non conosce brutture. L’immagine del regime è granitica, il cittadino non deve avere nulla da temere; noi siamo i custodi della sicurezza.
Ma Ricciardi aveva capito, ben prima di studiarlo sui libri, che il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l’umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell’efferatezza e nella violenza. Il Fatto gli aveva insegnato che la fame e l’amore sono all’origine di ogni infamia, in tutte le forme che possono assumere: orgoglio, potere, invidia, gelosia. Sempre e comunque, la fame e l’amore. Li trovavi in ogni delitto, una volta semplificato all’estremo, eliminati gli orpelli dell’apparenza: la fame e l’amore, o entrambi, e il dolore che generano. Tutto quel dolore, di cui lui solo era testimone costante. E allora tu, caro Mascellone, pensò Ricciardi con tristezza, puoi emettere tutti i decreti che vuoi; ma non riuscirai purtroppo a cambiare le anime, col tuo vestito nero e il cappello col fiocchetto. Potrai anche far paura invece che a far ridere, ma non cambierai il lato oscuro della gente che continuerà ad avere fame e a provare amore.” (pg.14)

Questa la nota più diretta, nel libro, sul regime fascista che gravava sull’Italia di quegli anni.
I delitti naturalmente continuavano ad esserci e di un delitto racconta il romanzo, quello del famoso tenore Vezzi, uomo tanto idolatrato per la sua bravura quanto odiato per la sua arroganza e cattiveria.

Nelle sue indagini il commissario incontra tante figure del dolore.

Una di queste, vicina a lui, è quella del brigadiere Maione. Il figlio maggiore Luca, entrato come lui in polizia, è morto accoltellato, dopo appena un anno di servizio.

“…la moglie non ne aveva più parlato, come se quel figlio bello e forte, che rideva sempre e la prendeva in braccio e la faceva volare e la chiamava “la fidanzata mia”, non fosse esistito. E invece c’era, seduto in mezzo alla sua anima, a togliere il posto ai fratelli e alle sorelle, ad accompagnarla per tutta la giornata.” (pg.9)

Poi c’è la moglie del tenore, Livia cantante d’opera lei stessa, che ha “sacrificato tutto sull’altare del dio Vezzi” e si è ritrovata sola e tradita.
Il dialogo tra lei e Ricciardi scandaglia i motivi del suo dolore.

“ – Ma non provate rancore, o rabbia, per la vostra vita? Non vi sentite derubata di qualcosa che vi apparteneva?……(pg.102)
– Allora se conoscete l’assenza, saprete che diventa una condizione. Ci si abitua, se si sopravvive. Io mi sono abituata………E’ meglio essere ciechi dalla nascita o diventarlo? Non conoscere i colori o almeno poterli ricordare………(pg.103)
Sono una donna: ferita a morte, ma ancora viva. Ho avuto bisogno di sentirmi apprezzata, si. Di vedere se potevo ancora ricevere un mazzo di rose, una lettera d’amore. E poi, avrei dovuto rimanere fedele? E a chi? A un uomo che non tornava a casa per mesi? E che non esitava a umiliarmi, mostrandosi in pubblico con altre donne?…” (pg.104)

Tutti i personaggi del romanzo, che diventa un romanzo corale come l’opera dove attorno al protagonista si affollano tante altre figure e scenografie e vestiti, sembrano passare attraverso gli occhi del commissario, e dal suo senso del dolore. Ricciardi sa leggere in loro le sofferenze patite e le storie che li attraversano. Così per l’eroe tragico, Michele, un cantante povero e sfortunato ma con un gran cuore. Così per Maddalena che dalla vita ha ricevuto schiaffi ma si è mostrata forte e capace di farvi fronte. Tante altre le figure di questo romanzo, che si arricchisce man mano di storie di dolore ma anche di amore.

Il desiderio, alla fine, è quello di non separarsi da Ricciardi ma di poterlo incontrare ancora nelle altre storie scritte dall’autore.

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