La condanna del sangue (2)

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Conosciamo già Ricciardi, il suo modo di stare nella vita e la peculiarità che lo contraddistingue, il profondo senso del dolore che lo lega al mondo dei morti. Conosciamo anche gli altri personaggi che lo circondano: il brigadiere Maione e la moglie Lucia chiusa nel suo dolore; Enrica che ricama in silenzio e aspetta un cenno dal suo amore che la guarda dalla finestra di fronte; il dr. Modo insofferente al fascismo.
In questo secondo romanzo compaiono molti altri personaggi che passano dall’ufficio di Ricciardi per le indagini sull’omicidio di una vecchia che costruiva sogni e poi li distruggeva. Alcuni sono macchiette e fanno ridere, come il ragioniere sessantenne che aspetta la morte della madre per sposarsi. Altri sono tragici. Ognuno è un pezzetto di storia condensato in poche righe ma le loro figure risaltano, tutte diverse. Tante piccole scene, tante storie affrescano la trama principale.
Le figure femminili però sono quelle meglio rappresentate: Lucia Maione che torna a sentire la vita, Filomena la cui bellezza è una condanna, Emma che rincorre un sogno d’amore, ma anche dolente figura della moglie del pizzaiolo e Rituccia, la bambina con l’infanzia rovinata.

Ricciardi e la tata, che si prende cura di lui da quando è nato e lo ama di un amore materno

…in realtà non aveva sentito una parola. Tuttavia avrebbe potuto ripetere la litania con assoluta fedeltà, per le migliaia di volte che l’aveva ascoltata. Pensava ad altro, come al solito, e affrontava la tata come si fa con la pioggia: si aspetta che finisca cercando di bagnarsi il meno possibile.
(pg.31)

Ricciardi ed Enrica, un amore fatto di sguardi e silenzi, a distanza

Ricciardi la guardava ricamare. E le parlava, le raccontava le sue angosce, e lei lo aiutava a sciogliere il groviglio dei pensieri.
(pg.32)

Ricciardi

Il destino. Di nuovo il maledetto, imperscrutabile destino. Il rifugio dalle paure, dalle responsabilità: “è destino”, “lascia fare al destino”, “andrà come dice il destino”. Nelle canzoni, nei racconti. Nella testa della gente.
Come se tutto fosse preordinato o scritto e nulla venisse lasciato all’arbitrio degli uomini. Invece no, non c’è destino, pensava Ricciardi mentre arrivava con Maione davanti alla porta del vicequestore. Ci sono solo il male e il dolore.
(pg. 200)

“Hai mai pensato, Maione, a quante cose si possono vedere da una finestra? Si può vedere la vita. Si può vedere la morte. Si può solo vedere, senza intervenire. E allora, chi è l’uomo che guarda? Lo sai chi è?”
Maione stava a sentire. Sapeva che la risposta non toccava a lui.
L’uomo che guarda, è quello che non vive. Può solo veder scorrere la vita degli altri e vivere attraverso di loro. Chi guarda, non ce la fa, a vivere.
(pg. 230)

Gaetano e Rituccia

A vederli sembravano due bambini come tutti gli altri. Come quelli dei Quartieri Spagnoli o delle strade vicino al porto: si muovevano a stormi, come uccelli, rumorosi e vivaci, le femmine indistinguibili dai maschi e tutti ugualmente sporchi e vestiti di stracci; non come quegli altri, monotoni, piccoli marinai o balilla che marcivano come soldati per piazza del Plebiscito. Questi avevano i capelli rasati a zero per i pidocchi e i piedi scalzi con scorze sulle piante più dure del cuoio, viola d’inverno per i geloni, fasciati alla meglio con pezze sdrucite.
Gaetano e Rituccia erano cresciuti insieme. Anche se i loro corpi erano ancora acerbi, quasi tredici anni lui e dodici lei, bastava guardarli negli occhi per indovinarne l’età. Vecchi. Erano vecchi per quello che ricordavano, per quello che avevano visto e che vedevano.
(pg. 36)

Il dottor Modo

Osservava la sua epoca tenendosi a distanza, insofferente verso il nuovo potere incline alla violenza. Non ammetteva che si potesse fare del male in nome del bene: lo diceva chiaramente, e questo lo aveva isolato privandolo di una vita sociale e della carriera che avrebbe meritato.
(pg. 45)

“Sai, Ricciardi. Ogni volta che faccio un’autopsia o un’operazione disperata come quella di oggi, penso a una cosa, sempre la stessa. C’è un momento in cui si muore. No, non quello della morte, intendo: un momento in cui si innesca un processo irreversibile che porta alla morte in maniera inevitabile. Magari ci vogliono anni: ma non si può evitarlo. Un bicchiere di vino, una sigaretta. La goccia che fa traboccare il vaso. Trovo tumori, lesioni ai polmoni, fegati spappolati. E può essere anche una parola, uno sguardo. Un amore. Un figlio. Chi lo può dire, quando si comincia a morire?”
Ricciardi ascoltava, suo malgrado affascinato.
“Purtroppo non lo si coglie mai, quel momento.”
Modo sorrise, e all’improvviso, parve assai vecchio.
“No, caro. Quella, è la fortuna. E’ il motivo per cui si continua a vivere. Ti immagini, se ognuno sapesse di aver innescato un processo irreversibile che lo porterà alla morte? ….”
(pg. 172)

…Rifletteva sul potere dei sogni.
Chi dice, pensava il dottore, che i sogni non hanno potere sulla realtà? Tu sei stato bene, finché non hai sognato. Hai vissuto momenti più o meno buoni: hai fatto tre figli, li hai tenuti in braccio, ci hai giocato e scherzato. Lavorando di giorno e qualche volta di notte, hai fatto sempre di tutto perché mangiassero e bevessero a sufficienza.
Hai tenuto la tua donna tra le mani, in abbracci forti e dolci. Ci hai fatto l’amore, guadagnandoti un piccolo pezzo di paradiso. Sei uscito con la pioggia e con il sole, hai cantato e forse pianto, hai sentito il primo profumo dei fiori e della neve. Hai visto il cielo e la luna. Qualche volta hai avuto sete e nessuno ti ha negato un bicchiere di acqua fresca. Poi hai sognato. E da quel giorno la tua felicità non ti è bastata più, hai deciso di cominciare a salire. Ma, dimmi: a parte la fatica della salita, chi ti ha fatto credere che in cima saresti stato meglio?
Senza attendere risposta, il dottore coprì col lenzuolo il cadavere di Antonio Iodice.
(p. 186-7)

Lucia Maione

“Venute dopo” aver perso il suo sorriso, la voglia di ridere, il desiderio del mare. Dopo. Divideva la propria vita in “prima” e “dopo”. Prima e dopo la morte del figlio.
Di Luca sentiva ancora la voce, quando saliva le scale, e lo rivedeva nel viso degli altri figli; arrivava in silenzio nei suoi pensieri e rideva, mentre lei non lo faceva più. Lei gli aveva dato la luce e lui gliel’aveva spenta.
(pg76)

Cent’anni prima la vita le aveva dato un marito forte e allegro, e sei figli meravigliosi. Risate, fatica, litigi, la domenica in cucina, ogni mattina montagne di panni al lavatoio giù in piazza cantando canzoni antiche. La vita le aveva dato . E le aveva tolto….
….No, polvere non ce n’era. Era diventata ancora più esigente per la pulizia e l’ordine, i figli lo sapevano e stavano attenti. Senza polvere ma anche senza vita. La casa sembrava una chiesa,…
(pg. 102)

Ridolfi, professore di latino, vedovo

A Ricciardi qualcosa in quell’uomo provocava disagio. Non avrebbe saputo dire perché, ma non riconosceva nelle sue parole il suono di un vero dolore. Forse, il fatto che non cambiava tono nel parlare, come se recitasse una litania alla quale era abituato. Forse, quelle mani che non tremavano. Forse, tutte quelle lacrime silenziose…
(pg.160)

Filomena

Io sono cresciuta in una masseria del Vomero. Eravamo tanti figli, poveri ma felici, anche se non lo sapevamo. In una masseria si fatica a tutte le ore del giorno e della notte, se non fatichi non mangi e se non mangi muori. Tutto è semplice. Ma niente è facile, mai. Una volta, quando ero piccola, tenevo si e no sette, otto anni, cominciarono a mancare le galline. Trovavamo le penne, tracce di sangue. Non si sentivano rumori. Forse una volpe, una faina, disse mio padre. Mise una trappola, di quelle che scattano e catturano l’animale. La mattina trovammo una piccola zampa appesa al nodo. Solo la zampa, nera nera. C’erano i segni dei denti aguzzi e a terra era sporco di sangue. La volpe se l’era staccata a morsi, a poco a poco, senza urlare. Noi dormivamo a fianco del pollaio, e non avevamo sentito niente. Mio padre mi spiegò quello che era successo, Raffaè: quella, la volpe, aveva dovuto scegliere. Se campare senza la zampa o rimanere catturata. E aveva scelto. Io è tutta la vita che campo con la zampa legata, Raffaè. E non ho mai pensato di poter scegliere la libertà…….
….Ha fatto quello che volevo fare io, Raffaè. Ho lasciato la zampetta appesa.
(pg. 251)

Napoli naturalmente….

A Ricciardi quella città ricordava sempre più una di quelle case col salotto buono per ricevere, mentre il resto delle stanze cade a pezzi.
(pg. 204)

Il senso del dolore (1)

Il posto di ognuno (3)

Il giorno dei morti (4)

Per mano mia (5)

Vipera (6)

In fondo al tuo cuore (7)

Anime di vetro (8)

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