Il posto di ognuno (3)

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Estate calda, caldissima a Napoli, 1931, nel terzo romanzo della serie del commissario Ricciardi.
Lo ritroviamo  con i suoi morti. Ritroviamo Maione  e Lucia,  uomini e donne che hanno fatto la loro comparsa nei libri precedenti e qualcosa di nuovo viene aggiunto alla loro descrizione, facendoli emergere dalla scena corale.
Le prime pagine presentano i personaggi principali e riassumono, in parte, le avventure precedenti creando un collegamento con quanto è già accaduto ma introducendoti nella storia, anche se non hai letto prima gli altri romanzi.
Lo schema si ripete con una nuova trama ma la scena rimane la stessa delle altre avventure.
Ti affezioni ai personaggi, parteggi per l’uno o per l’altro, vuoi sapere come si risolvono le varie situazioni. Solo la storia d’amore di Ricciardi non si risolve mai alla fine del libro ma procede a piccoli passi, con una lentezza che ti lascia sempre l’interesse desto. E speri che nel prossimo romanzo si muova qualcosa in più, magari si risolva.
Anche qui le passioni nascoste negli animi muovono le azioni.
La gelosia, in questo romanzo, è il sentimento dominante. Un sentimento forte che il caldo di Napoli sembra infuocare ancor di più.
Gelosia di Ricciardi. Gelosia di Maione, che soffre per la dieta che ha iniziato, proprio per gelosia.
La gelosia del giornalista Capace nei confronti della bellissima e volubile duchessa Adriana Musso di Camparino. La tragedia di questo amore che spezza la sua famiglia. La storia principale è imperniata su la morte della duchessa, nei confronti della quale ruotano molte passioni e non tutte belle.

Una donna che aveva fatto della bellezza uno strumento per arrampicarsi sulla scala sociale, per divertirsi, per affascinare. E poi ne era rimasta schiava, imprigionata dalle passioni che la sua stessa bellezza appiccava, senza riuscire a spegnerle. (pg.171)

In questo libro il fascismo è presente più che nei precedenti e si incontrano personaggi che lo rappresentano. Descritti però come persone con vite e passioni che trascendono la loro appartenenza politica.
La nota simpatica dell’irritabilità di Maione per la dieta da fame alleggerisce la storia.

…Ricciardi guardava il brigadiere scotendo il capo.
– A te questo digiuno ti sta facendo male: stai diventando intrattabile.
Caspita, si disse Maione. Secondo questo criterio, il commissario sta digiunando da quand’è nato.
(pg.104)

Ritorna la bella e affascinante Livia, donna intraprendente e moderna, decisa a conquistare Ricciardi che, invece, pensa ad Enrica.

Lei era bella, spiritosa, intelligente; la sua compagnia, l’invidia e l’ammirazione che arrivavano tanto dagli uomini quanto dalle donne, lo avevano gratificato. Non era innamorato di lei: lo capiva dal confronto tra il ricordo di quei momenti e l’emozione struggente e disperata che provava in petto quando pensava ad Enrica. Ma forse il segreto era quello: per stare bene bisogna limitare il coinvolgimento.
(pg.217)

C’è un momento nel romanzo in cui l’incontro inconsapevole tra Enrica e Livia è speculare all’incontro scontro tra Ricciardi e Sebastiano, il nuovo pretendente di Enrica. Ed i pensieri di ognuno verso l’altro sono come sguardi che scivolano, vedono, si soffermano e si rivolgono altrove.
Ma vedere ognuno con gli occhi di altri è come guardare da uno specchio la realtà che sta riflettendo.

Il duca di Camparino

“…un uomo muore nel momento stesso in cui non significa più niente per nessuno…”
(pg.98)

Napoli

– Questa, voi me lo insegnate, è una strana città. Schiacciata fra il mare, le colline e la montagna. Continua a crescere su sé stessa. I vicoli si stringono, i palazzi si allungano. Uno sull’altro, sempre di più, pur di non allontanarsi. E così siamo tutti in contatto continuo, senza requie. Nessuno se ne sta da solo…
(pg.107)

Il giornalista Capece

…Poi è stato deciso che il mondo era pulito, che non c’erano più delitti. E’ stato deciso a tavolino, ignorando completamente la realtà. Arrivò una circolare telegrafica, all’inizio del ’26, nessuno ci fece caso. Mi ricordo che ridemmo, in redazione, ridemmo fino alle lacrime davanti a quella velina che disponeva la “smobilitazione della cronaca nera”. Come se fosse possibile sedersi al telegrafo e, picchiettando con la punta dell’indice, eliminare il buio dall’anima umana. Poi, tre anni fa, ci convoca il prefetto. Tutti, direttori, caporedattori: e ci dice che da quel giorno la velina del ’26 deve essere applicata con il massimo rigore. Mi ricordo le parole esatte: con particolare riferimento alle notizie di suicidi, tragedie passionali, violenze eccetera, che possano esercitare una pericolosa suggestione sugli spiriti deboli o indeboliti. Ma vi rendete conto? Tutto quello che ci succede attorno, quello che voi vedete dalla mattina alla sera, per i giornali non doveva più esistere.
(pg.136-7)

Sofia Capace

Sofia capace affettava cipolle e pensava agli animali. Agli erbivori, per la precisione.
Pensava che anche le bestie più mansuete, quelle alla fine della catena alimentare, senza aggressività né artigli o zanne, potevano diventare violente. Lo diventavano se vedevano in pericolo i cuccioli. Ed erano le femmine, quelle deputate alla conservazione della specie, quelle che dovevano occuparsi di generare e proteggere i piccoli, quelle che dovevano riparare anche agli errori dei maschi, lontani per la caccia o per altre fatue imprese, che lasciavano le tane e le caverne incustodite.
Lei era determinata a difendere la sua casa e i suoi cuccioli. Non poteva permettere che un errore del padre mettesse a repentaglio il loro futuro. Era il suo compito, come più volte aveva detto lo stesso Duce.
Preparando la cena per i propri figli e anche per il marito, che probabilmente non sarebbe rientrato nemmeno quella sera, Sofia considerò che alla fine il più pericoloso tra gli animali è la femmina.
Il maschio uccide, lotta, urla.
La femmina difende.
Perché, se il maschio è forte, la femmina è furba.
(pg.185)

Ma io, commissario, non avevo fatto niente. Io ero rimasta al posto mio, Nella mia casa, vicino ai figli miei, ad aspettare il mio uomo. Non avevo fatto niente. Voi non vi potete immaginare quello che succede a una donna abbandonata che aspetta. ‘ come se fosse malata di una malattia contagiosa. Tutti, amici, amiche, parenti, prima ti considerano con pietà, poi cercano di aprirti gli occhi, poi mano mano si allontanano, come se avessero schifo delle tue piaghe. E rimani sola con te stessa, a cercare un perché che non c’è.
(pg.262)

La storia delle rose gialle

…E’ una storia araba: Maometto sospettava della fedeltà della sua favorita, Aisha, una donna bellissima. Chiese allora a un angelo come avrebbe potuto scoprire la verità; gli angeli, sapete, sono comuni a quasi tutte le religioni. Allora l’angelo gli disse di portare alla donna delle rose rosse, e poi di bagnarle: se i fiori avessero cambiato colore, la donna gli era stata infedele. Maometto portò i fiori, e fece in modo che la donna li lasciasse cadere nel fiume: le rose divennero gialle. Il colore della gelosia, dell’amore tradito.
(pg. 284/5)

Maurizio De Giovanni, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi. Einaudi 2012

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Vipera (6)

In fondo al tuo cuore (7)

Anime di vetro (8)

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