Il giorno dei morti (4)

Il romanzo più drammatico e più triste di quelli che ho letto finora con il commissario Ricciardi, spettatore e interprete del male di vivere e delle passioni tristi.
L’infanzia abbandonata e tradita è protagonista di un novembre freddo e piovoso nella Napoli del 1931.
La morte di un bambino di strada e l’indifferenza e la cattiveria degli adulti accadono negli stessi giorni in cui si prepara la visita del Duce a Napoli. Una Napoli che intende mostrarsi nella sua forma smagliante e che nasconde le miserie umane.
L’ossessione di Ricciardi nel voler capire questa morte, apparentemente casuale, lo porta sull’abisso di un orrore con il quale è penoso fare i conti. La soluzione del caso è tragica e spaventosa, difficile anche solo da immaginare perché apre la porta a fantasmi che l’animo umano non vorrebbe mai vedere.
Di pari passo prosegue, con molta lentezza, l’avvicinamento tra Ricciardi ed Enrica. Dagli sguardi si è passati alle parole scritte, ad una comunicazione ancora fievole ma più diretta. La presenza di Livia si fa comunque più assidua perché Livia è determinata, bella, anticonformista e vuole il commissario per sé.
Livia si è trasferita a Napoli per Ricciardi.

Si era innamorata di quella città prima ancora che di Ricciardi; ne adorava l’allegria, la capacità di cambiare faccia e colore a seconda delle stagioni, i nugoli di scugnizzi che si appendevano ai tram sferraglianti; ne gustava la musica perenne, il fatto che a qualsiasi ora e in qualsiasi circostanza ci fosse sempre qualcuno che cantava, a squarciagola o in maniera sommessa; ne apprezzava il cibo e il clima dolce, che però sapeva essere capriccioso, come in questi giorni di pioggia. A Napoli proprio non riusciva ad essere triste.
(pg.24)

Anche il dr. Modo è sempre presente nelle indagini, con il commissario.

S’interrogò sulla strana natura dell’amicizia col commissario. Non erano certo affini: lui estroverso e sopra le righe, quello silenzioso e poco incline alla risata; ma gli era vicino più di ogni altro. Forse perché erano due solitari; forse perché osservavano il proprio tempo nella stessa maniera, con disincanto e malinconia; forse perché condividevano la stessa pena per quella città brulicante e quel popolo disperato. Con differenti scelte di lotta, però: il dottore con l’esplicita dissidenza, il commissario con l’azione silenziosa.
(pg.37)

La presenza di Rosa, custode della cura di Ricciardi, si fa più attiva in questo romanzo. Comprende il sentimento tra il commissario ed Enrica e con lei stabilisce un rapporto.

“E secondo me avete fatto bene, signorì. Solo che con uno con la capa accussì tosta, ci vuole un poco di pazienza. Lo dovete far venire fuori a poco a poco, come se fosse un’idea sua. Quand’era piccolo e io volevo che per esempio si lavava, chè stava sempre in giardino a giocare e si faceva una schifezza, se gli dicevo: andatevi a lavare, lui non ci andava in nessun modo. Se io invece gli dicevo: mamma mia, e quanto sono brutti gli uomini sporchi, solo i bambini piccoli sono sporchi, i grandi no, allora subito correva nella vasca da bagno. Io penso che sono così tutti i maschi: devono pensare che decidono da soli, e siamo noi che invece gli dobbiamo far decidere quello che vogliamo.”
(pg.77)

Non manca Don Pierino, il prete buono, in contrasto con Don Antonio, vicino alla curia e agli interessi di potere ed economici.

Don Pierino unì le mani sul ventre, in un gesto che gli era consueto.
“Qualsiasi prete vi saprà dire, commissario, che nulla stanca come le confessioni. Ti devi affacciare sull’inferno che ognuno porta dentro, lo devi leggere, lo devi capire e devi perdonare per conto di Dio. Un perdono che molti non vogliono nemmeno, perché lo vorrebbero dagli altri. E’ pesante, e a volte atroce, credetemi…”
(pg.147)

Bambinella, l’informatore di Maione è sempre presente; sembra conoscere tutti, sapere tante cose in una città ‘dove nessuno si fa i fatti suoi’ e se c’è qualcosa da sapere alla fine si sa sempre.

Il tono basso, di gola, era maschile: ma la modulazione, dolce e affettata, non lasciava dubbi sull’assoluta femminilità di chi parlava. Bambinella camminava, respirava e viveva perfettamente a proprio agio lungo una sottile linea di confine: il ché era possibile solo là, nella città più tollerante del mondo. A cui era peraltro talmente organico che riusciva a sapere in tempi brevissimi tutto di tutti, e a fare dono delle informazioni soltanto al brigadiere Antonio Maione, in nome di una stranissima e particolare amicizia tra due persone che più lontane non avrebbero potuto essere.
(pg.198)

Un novembre piovoso e freddo, con una profonda nota di tristezza che invade gli animi come la pioggia continua che bagna Napoli. Una Napoli che ti aspetteresti sempre solare ma che, in questi libri, è descritta come una città che ha un clima autunnale freddo e dove le passioni sono forti e tragiche.
Anche la speranza, leggera, di un sentimento d’amore viene interrotta ne ‘Il giorno dei morti’

Maurizio De Giovanni, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi, Einaudi, 2012

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10 thoughts on “Il giorno dei morti (4)

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  8. Il mio primo Ricciardi. E a tutt’oggi, secondo me, il miglior libro di De Giovanni -nonostante qualche scivolamento di troppo nel facile sentimentalismo.
    Gli altri volumi li ho letti e facilmente dimenticati, ma questo mi ha colpita molto più profondamente di quanto avrei pensato.
    Un saluto – bel blog, complimenti, soprattutto per il tuo articolo sulla cultura della violenza, che dimostra di fatto come sul piano culturale in tema di ruoli e funzioni di genere, ad onta dei P 9 e degli iPhone nonsopiùchenumero siamo rimasti esattamente fermi all’età della pietra (dove lui trascina lei per i capelli, come nelle vignette della Settimana Enigmistica, ma purtroppo con risvolti assai più terribili).

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    • Grazie delle tue osservazioni.
      Condivido con te lo scivolamento nel sentimentalismo nei libri di Ricciardi, ma d’altra parte è in tema con il personaggio. Nonostante trovi che, soprattutto negli ultimi libri, ci sia qualche passaggio retorico in più resto agganciata alle vicende. Sarà anche perché sono ben raccontate le passioni tristi.
      Sulla cultura di contrasto alla violenza purtroppo di strada da fare ce n’è tanta. Dobbiamo percorrerla anche se i risultati restano sempre insufficienti. Proprio su questo argomento sto scrivendo di una donna turca del secolo scorso che non credeva nella capacità della razza umana di migliorarsi ma piuttosto vedeva, soprattutto negli uomini, quello che definiva “lo spirito abbietto che marchia la razza umana”.

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