Stepchild Adoption e Genitorialità

L’argomento che infuoca il dibattito sulle unioni civili riguarda la stepchild adoption, cioè l’adozione dei figli naturali del compagno/a nelle coppie omosessuali.
Le obiezioni che vengono portate contro l’omogenitorialità sono varie e tutte ipotizzano un rischio evolutivo di qualche genere per i figli. Le riassumo nei seguenti punti:
– i bambini devono avere un padre e una madre per un sano sviluppo psicologico;
– i figli di genitori omosessuali sono maggiormente a rischio di problemi emotivi e sociali;
– con genitori omosessuali i bambini crescono con un’identità di genere confusa e rischiano di diventare omosessuali;
– nella famiglia omosessuale non ci sono modelli familiari chiari di riferimento,
il ragionamento che sta alla base di tutte queste obiezioni è che l’omogenitorialità non è naturale.
Questi dubbi attraversano il pensiero di tante persone, comprese quelle favorevoli alla legge per una questione di diritti e, anche se non vengono espresse ad alta voce, rimangono in un angolo della mente. Ho pensato quindi di approfondire questi argomenti apertamente, utilizzando gli strumenti della mia professione, per aiutarmi e aiutare a riflettere senza pregiudizi mascherati e a stanare i fantasmi che rimangono nascosti.
La prospettiva, nelle mie riflessioni, è il prioritario benessere dei figli.

Dal punto di vista legale
vale la pena di ricordare che in Italia la stepchild adoption esiste già con la L.184 del 1983 che ha reso possibile adottare il figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, se è nell’interesse del figlio. Questo, quando é maggiore di 14 anni, dà il suo consenso, e quando di età compresa tra i 12 e i 14 esprime comunque la sua opinione in merito. In ogni caso l’adozione non è automatica ma viene disposta dal Tribunale per i Minorenni dopo accurate valutazioni sull’idoneità affettiva, la capacità educativa, la situazione personale ed economica, la salute e l’ambiente familiare di colui che chiede l’adozione.
Fino al 2007 era permessa solo per le coppie sposate poi è stata estesa anche ai conviventi. Ad ora riguarda quindi le coppie eterosessuali e il dibattito in corso verte sulla possibilità che anche coppie omosessuali possano accedere allo stesso strumento giuridico: come le coppie eterosessuali, quindi, affrontare il percorso di valutazione dell’idoneità richiesto dal tribunale.

La mia esperienza.
Il mio lavoro di psicologa e psicoterapeuta in un servizio pubblico ha richiesto approfondimenti e interventi sulla genitorialità in situazioni di disagio e pregiudizio, spesso in collaborazione con i tribunali e le procure. Specializzata nel settore dell’età evolutiva mi occupo quindi di bambini/e e adolescenti ma ho svolto anche valutazioni di idoneità di coppie richiedenti l’adozione. È un settore che conosco bene quello dei rapporti familiari e mi è capitato di occuparmi anche di richieste di adozione di bambini/e da parte del partner del genitore naturale, con coppie eterosessuali. Il più delle volte il figlio è della donna e il richiedente è il suo compagno o marito. Cosa cambierebbe, mi sono chiesta, se dovessi svolgere lo stesso lavoro di valutazione in un caso di omogenitorialità?

Funzione genitoriale
A questo punto è necessario parlare di cosa vuol dire valutare la genitorialità e quali sono i criteri che nella mia professione vengono presi in esame per comprendere i fattori di rischio e i fattori protettivi della funzione parentale.
Mi sono interrogata spesso nella mia quotidianità, proprio in ragione del lavoro che svolgo, sulla genitorialità: in cosa consiste, quali sono le disfunzioni che creano disequilibrio e malattia nei figli quali sono, invece, gli aspetti che ne sostengono l’evoluzione. La valutazione della genitorialità adottiva per i tribunali mi ha messo ancor più alla prova. Perché non puoi basarti sulle tue opinioni personali e sul tuo sentire, non puoi usare metri di misura legati alle tue convinzioni e ideologie ma devi, pur senza negare tutto questo, avere riferimenti concettuali che orientino il tuo lavoro di ‘indagine’.
L’obiettivo ultimo da tenere sempre presente, sia nello svolgimento di una consulenza clinica sia nella valutazione della genitorialità adottiva, è il figlio/a che in alcuni momenti chiamerò minore; il termine è piuttosto brutto ma pratico perché si riferisce sia al maschile che al femminile.
Quindi, dicevo, quello che si analizza e si approfondisce è riferito al minore in relazione al suo benessere e al suo malessere.

Capacità di cure e bisogni
Partendo dai bisogni è necessario quindi valutare le capacità di un adulto a prendersi cura di un bambino che, in relazione all’età, è più o meno dipendente per cure fisiche e psichiche. In psicologia molto autori parlano di caregiver per riferirsi all’adulto che fornisce le cure: si è passati dal parlare di ‘madre’ a parlare di ‘caregiver’ perché non sempre la madre biologica è presente e le azioni di cura e protezione sono svolte, in questi casi, da altre persone.
I bisogni primari riguardano la nutrizione, la protezione e tutte quelle cure dell’allevamento che garantiscono la sopravvivenza. (Funzioni universali della famiglia, LeVine 1974) tra cui le funzioni psicologiche quali i legami di attaccamento.
Anche se ormai dovrebbe essere chiaro che entrambi i sessi sono capaci di svolgere attività di cura rimangono sempre convinzioni radicate che stabiliscono una divisione tra maschi e femmine nell’allevamento della prole e questo è in relazione alla tradizione di considerare la coppia genitoriale sempre composta da un uomo e da una donna dove la donna è ritenuta più ‘portata’ a crescere figli. Un po’ per ragioni biologiche e un po’ per ragioni ideologiche.
Dal punto di vista biologico è innegabile che la procreazione necessita di un principio maschile e uno femminile (“per fare un bimbo basta un’ora d’amore” cantavano i Nomadi molti anni fa) ma il primato della biologia si ferma lì e si entra poi, dopo il concepimento, nel campo della cultura e della società. Consideriamo cioè che una donna è autosufficiente fisicamente per portare avanti la gestazione e per partorire il bambino, anche senza l’uomo, come è già avvenuto e avviene in moltissimi casi.
I metodi di allevamento e cura si diversificano nelle diverse epoche e culture ma ci sono alcuni bisogni fondamentali legati alla sopravvivenza che non possono essere disattesi.
Quando il bambino è nato ha bisogno di nutrimento e cure e queste possono essere fornite sia da parte maschile che da parte femminile.
Ci sono studi e ricerche che prendono in considerazione diverse culture in cui anche l’allattamento non è solo competenza della madre. Può essere svolto da altre donne del clan di appartenenza, come succede tra i pigmei elfe in Congo (Schaffer), o anche dagli uomini.

“Nella maggior parte delle società umane in generale è la donna (la nonna, una sorella e non necessariamente la madre biologica) a organizzare le cure per i bambini ma è possibile, anche se più raro, che sia il padre a svolgere questi compiti, contraddicendo dunque l’idea che le funzioni dei due genitori siano biologicamente determinate.”
(Benedetto e Ingrassia, Parenting, 2010)

Quindi tutto ciò che è indispensabile per la sopravvivenza del bambino può essere fornito da qualsiasi persona indipendentemente dall’appartenenza sessuale.
E non rifugiamoci nell’ideale materno per affermare la naturalità della famiglia tradizionale. Ricerche etologiche e studi antropologici condotti in diverse popolazioni smentiscono la naturalità della funzione materna.
Nella ricerca etologica, tra gli animali non sempre la femmina si occupa in modo esclusivo della crescita della prole; in alcune specie il maschio può avere un’uguale o maggiore responsabilità verso i piccoli: l’ippocampo porta nel marsupio le uova fecondate e il pinguino cova le uova per poi affidarle, una volta schiuse, alla femmina.
In antropologia Hewlett nel 1991 ha riportato le osservazioni fatte presso una tribù di pigmei aka in Congo dove la cura dei figli è condivisa in maniera paritaria tra i genitori come tante altre attività quotidiane.

“Le ricerche suggeriscono che, nel complesso, entrambi i genitori sono in grado di esprimere un parenting efficace e sensibile, anche se vi sono sottili differenze nel loro stile di interazione, differenze che derivano non solo dalla personalità degli adulti e dai compiti che svolgono nell’economia della famiglia, ma anche dalle caratteristiche del figlio (temperamento, genere, ecc.”.) e dal suo legame con ciascuno dei due genitori. (Benedetto e Ingrassia, Parenting, 2010)

L’appartenenza sessuale quindi non compromette l’obiettivo di una cura efficace.
Per esempio Parke nel 1981 ha osservato un campione di padri impegnati ad alimentare i figli con il biberon al fine di valutare se differiscono dalle madri nella capacità di rispondere ai segnali del bambino quali fare le pause, gorgogliare o sputacchiare. Nonostante la minore abilità rispetto alle madri la quantità di latte che i figli assumevano era identica a quella fornita dalle donne. Gli uomini, inoltre, si mostravano sincronici nell’interrompere l’allattamento quando il bambino si fermava, lo guardavano e gli parlavano intensamente durante questi brevi pause. (Benedetto e Ingrassia, Parenting, 2010)
Numerose ricerche confermano l’interscambiabilitá nella cura dei figli tra uomini e donne e questo si può osservare anche quotidianamente.
Quando raccolgo l’anamnesi dei figli entrambi i genitori (tranne qualche caso residuo di vecchie abitudini) sanno darmi le informazioni richieste, dal peso alla nascita, al tipo e durata dell’allattamento e ai tempi di superamento delle varie tappe evolutive. Inoltre nelle separazioni, con la disposizione dell’affido congiunto, padri e madri sono sempre più spesso paritari nella cura quotidiana della prole.
Quindi l’accudimento di un bambino è indipendente dal sesso del genitore e per estensione è indipendente dal fatto che i due genitori siano dello stesso sesso o di sesso differente.

Sviluppo dell’identità, delle competenze sociali e dei legami
Dal punto di vista psicologico le cose sono sicuramente complicate e le variabili sono più difficilmente controllabili. Prendo in considerazione, per parlare di psicologia, alcune teorie che non sono esaustive del panorama di riferimento ma che sul tema della genitorialità, dei legami e dell’identità offrono spunti importanti.

In merito alla questione dello sviluppo dell’identità di genere le teorie psicoanalitiche sono quelle che offrono riflessioni approfondite.
Le teorie psicoanalitiche si basano sulla triangolazione edipica e sulla bisessualità come elementi specifici di ogni persona per portare a termine il processo identificativo.
Ci sono, nel superamento della fase edipica, passaggi differenti tra il bambino e la bambina per arrivare all’identificazione di genere: la bambina compie un doppio passaggio, dalla madre al padre come oggetto d’amore, mentre per il bambino l’oggetto d’amore rimane la madre; poi la scelta di entrambi sarà verso un oggetto d’amore esterno che, nella maggioranza dei casi, è una persona del sesso opposto ma può essere anche dello stesso sesso.
Tenendo presente che la bisessualità è presente in ognuno di noi (Freud nel 1905 nei Saggi aveva definito “il carattere bisessuale dell’essere umano” come elemento di complessità nell’orientamento sessuale e nelle identificazioni) comprendiamo come la femminilità e la mascolinità non possano essere caratteristiche pure in quanto, tanto a livello fisico quanto a livello psichico, esiste una compresenza di caratteri femminili e maschili. Quello che definiamo con certezza maschile e femminile è frutto degli stereotipi che sono semplificazioni necessarie, condizionate dell’ambiente e della cultura di appartenenza.

“Ciò che forse possiamo dire, attenendoci al livello psicologico, è che non è una bisessualità originaria a determinare i percorsi identificativi: piuttosto, le condizioni che spingono verso una scelta o l’altra e tutte le forme miste che incontriamo danno come risultato la presenza di elementi bisessuali in ciascuno di noi. I tratti di un’identificazione maschile nella femmina non portano necessariamente a una scelta d’oggetto femminile, ma si configurano come aspetti del carattere caratterizzati dalla presenza di elementi bisessuali nella formazione della personalità.”
(Paola Marion, in Lo sviluppo dell’identità sessuale e l’identità di genere, Astrolabio 2015)

A livello psichico sono da considerare importanti gli attributi simbolici del maschile e del femminile come rappresentativi degli stereotipi di genere che facilitano l’identificazione e non dipendono dalla presenza reale di uomo e donna nella coppia. Quello che conta è il matrimonio simbolico tra queste funzioni, sia che nella realtà si tratti di un’unione eterosessuale o omosessuale.

“…un matrimonio riuscito tra la funzione maschile e quella femminile è possibile in entrambi gli orientamenti “
(Jenny Sprince, in Lo sviluppo dell’identità sessuale e l’identità di genere, Astrolabio 2015).

Per riassumere questi passaggi, che mi rendo conto essere complicati anche se ho cercato di semplificare, si ritiene che il principio maschile e il principio femminile siano componenti presenti in ogni essere umano a livello simbolico e fisico; siamo tutti portatori di entrambi i principi e questi rappresentano una fonte da cui trarre le proprie identificazioni, al di là della realtà oggettiva, quindi al di là dell’appartenenza biologica ad un sesso o all’altro.

In merito alla questione dei problemi emotivi e sociali dei bambini che crescono in una famiglia omosessuale faccio riferimento ad alcuni studi su “scenari narcisistici della genitorialità” (Manzano e Palacio Espasa, Cortina 2001). Questi scenari prendono in considerazione le proiezioni che i genitori fanno del proprio vissuto e l’immagine ideale interiorizzata sul figlio (traduco: quello che noi trasferiamo nei figli in base alla esperienza con i nostri genitori e in base al desiderio ideale che portiamo dentro) e focalizzano l’attenzione su rappresentazioni carenziate e abbandoni piuttosto che sul genere sessuale.
In sintesi ciò che determina un maggior equilibrio psichico e un benessere psicologico non è il genere sessuale del genitore ma la presenza empatica, la capacità di comprensione e il rispetto della realtà del figlio senza che vengano riversate in lui paure antiche e irrisolte.

Per quanto riguarda la capacità di legame e lo sviluppo psicologico faccio riferimento alla Teoria dell’Attaccamento che ha rilevato l’importanza della costruzione del legame tra i bisogni primari del bambino. Le ricerche di Bowlby hanno dimostrato come il bisogno di legame sia essenziale alla vita e senza legame non c’è motivazione o spinta neppure per soddisfare i bisogni fisiologici di sopravvivenza (vedi esperimenti di Harlow con le scimmie negli anni 60). L’importanza di rapporti stabili e duraturi va dall’infanzia a tutta la vita e non è condizionata dal genere sessuale.

“La tendenza a mantenere la vicinanza o l’accessibilità a qualcuno considerato come più forte e più saggio, e che, se responsivo è profondamente amato, rappresenta una parte integrante della natura umana che svolge un ruolo vitale per tutta la durata della vita”
(John Bowlby, Attachment across the life cycle, 1991).

Anche se, in generale, sono le madri a stabilire il primo legame privilegiato con i figli, la teoria dell’attaccamento si riferisce ad entrambi i genitori intesi come caregiver, confermando che la capacità di costruire legami affettivi e di fiducia va oltre il genere biologico di appartenenza.

La ricerca
Le teorie propongono ipotesi in base agli studi e alla clinica applicata ma è possibile oggi avere una conferma di quanto esposto guardando la ricerca empirica che negli ultimi 30 anni è stata svolta nei paesi anglofoni e ha indagato la qualità genitoriale e lo sviluppo psicosociale dei bambini che vivono con una coppia di genitori omosessuali o con genitori omosessuali single.
I casi presi in esame da queste ricerche sono di due tipi:
– il figlio in affidamento è nato da una precedente relazione eterosessuale;
– il figlio è adottato oppure nato da trattamenti artificiali in quelle che in letteratura sono chiamate ‘famiglie omosessuali pianificate’
(Baetens e Brewaeys, 2001; Bos et al., 2005; Golombock, 1998, 2002; Hunfeld et al., 2001, Prati, G., Pietrantoni, L., 2008 Sviluppo e omogenitorialità: una rassegna di studi che hanno confrontato famiglie omosessuali ed eterosessuali, Rivista Sperimentale di Freniatria)
La maggioranza dei risultati di queste ricerche dice che non ci sono differenze sostanziali tra i bambini allevati in queste 2 tipologie di famiglie omogenitoriali da quelli allevati in famiglie eterosessuali per quanto riguarda: benessere psicofisico, autostima, identità di genere, sviluppo psicosociale, funzionamento cognitivo, capacità di relazione e orientamento sessuale in età adulta.
In una piccola percentuale di questi studi è stato anche rilevato:
un rischio di bullismo per i figli maschi (essere presi in giro e derisi dai coetanei);
mentre per le figlie femmine si è riscontrata la preferenza per attività mascoline e coinvolgimento in relazioni omosessuali.
Per quanto riguarda la genitorialità, cioè la qualità delle cure e della relazione, non si è riscontrata differenza tra genitori omosessuali e genitori eterosessuali. Soprattutto le madri omosessuali hanno, rispetto alle madri eterosessuali, un maggiore coinvolgimento con i figli e una migliore interazione.
La divisione dei compiti e dei ruoli è maggiormente paritaria nelle coppie omosessuali per quanto riguarda le attività di accudimento e nelle questioni disciplinari.

“In conclusione, i dati provenienti dalla letteratura scientifica anglofona sostengono con forza che tra i nuclei familiari con genitori omosessuali – sia che i figli siano stati concepiti in relazioni eterosessuali precedenti, che attraverso tecniche artificiali – e quelli con genitori eterosessuali non ci sono differenze sostanziali riguardo alla qualità delle abilità genitoriali e delle relazioni familiari e al benessere di genitori e figli. In particolare, i bambini allevati da genitori omosessuali hanno uno sviluppo psicosociale e un orientamento sessuale nella norma, mentre le madri omosessuali mostrano spesso un maggiore coinvolgimento e una qualità più elevata nelle interazioni con i loro figli.
Sebbene i risultati degli studi condotti in paesi anglofoni non sempre sono generalizzatili a paesi culturalmente differenti, esiste abbastanza evidenza scientifica per considerare l’orientamento sessuale dei genitori poco rilevante nei confronti del benessere, dell’orientamento sessuale e dello sviluppo psicosociale del bambino.”
(O. Greco, R. Maniglio, Genitorialità Profili psicologici, aspetti patologici e criteri di valutazione, Franco Angeli 2009).

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