TRIESTE

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Oggi 27 gennaio è la giornata della memoria e questo libro, che ho letto l’estate scorsa, ne contiene tante di memorie, di nomi e di fatti di quel periodo della nostra storia a testimonianza di orrori che non devono ripetersi.

Quando ho terminato di leggere TRIESTE mi sono separata dal libro con un senso di perdita, nonostante ci siano stati momenti in cui non desideravo altro che arrivare alla fine. Tenere a mente tutte le storie e i dati raccolti dalla scrittrice negli archivi storici di diversi paesi è impossibile, anche se è forte il desiderio di non perdere nessun pezzetto del libro.

” Ho riordinato una moltitudine di vite, una congerie di passati, e le ho disposte in una sequenza incomprensibile”.

” Si. Un mucchio di immagini spezzate”

come spezzate sono le vite raccolte e narrate da Daša Drndić.

La finzione e la realtà vanno di pari passo nel libro ma ben presto la seconda prende il sopravvento sulla prima. La storia inizia con Haya, una donna anziana che vive sola a Gorizia e aspetta di rivedere il figlio dopo più di sessant’anni. Il bambino, nato da una relazione con un ufficiale nazista realmente esistito, Kurt Franz, era stato rapito quando aveva pochi mesi dalle autorità tedesche per essere inserito nel programma ‘Lebensborn’, il progetto di Himmler di creare una super razza.
Il libro e la memoria iniziano con lo sguardo da una finestra a Gorizia

“…a Gorica, che in italiano si chiama Gorizia, in tedesco Görz e in friulano Gurize, in quel cosmo miniaturizzato ai piedi delle Alpi, alla confluenza dei fiumi Isonzo, ovvero Soča, e Vipacco, sui confini degli imperi andati in rovina.
La sua è una storia piccola, una delle infinite storie sugli incontri, sulle tracce preservate dal contatto umano…
…è lì, che svelle gli arbusti dei propri ricordi, senza sapere se sono sprofondati nel terreno della memoria oppur si muovono smarriti, disorientati, in un presente rimosso.”
Pg. 8,9

Haya aspetta, da sessantadue anni. Aspetta in silenzio, davanti alla finestra, nella sua casa di Gorizia, con una cesta rossa ai piedi, piena di foto, dalla quale pesca i ricordi.
La sua immagine rimane fissa e sembrano scorrere in sovrimpressione, come i titoli di un film, nomi, episodi, immagini, elenchi, cose del passato.

“A chi appartengono questi ricordi, non è sicura, se a lei o ai suoi familiari. Può darsi che si tratti di ricordi freschi… Ha piccoli ricordi, ricordi veloci, discontinui. Si dondola sui fili del passato. Sui fili della Storia…”

I ricordi personali di Haya sono strettamente intrecciati con la Storia vera, quella dei popoli, delle guerre, dei grandi mutamenti. Sono moltissimi gli episodi che nel libro trovano spazio, numerosi i fatti storici raccontati da nomi e singole storie personali che non sono altro che i fili di cui è fatta la Storia. Storia di popoli, di città e fiumi.

“…Görz, ovvero Goritz, è un’antica città sulla sponda del fiume Lisono, situata nella contea di Gorizia, in una piccola provincia chiamata Friuli, e proprietà della Casa d’Austria. Gli Asburgo perdono la sovranità su Gorizia tra il 1508 e il 1509; i suoi nuovi padroni, i veneziani, la trasformano in una fortezza – la perderanno a loro volta durante le guerre napoleoniche, quando la città diverrà parte delle provincie illiriche… Gorizia è situata una trentina di chilometri a nord di Aquileia e una settantina di chilometri a nord-est di Venezia, è scritto sulla guida. La città di Gorizia si trova in un’area boscosa, non lontano dalla strada che, ai tempi dell’antica Roma, collegava Aquileia con Emona…”
Pg. 15,16

Il nonno paterno di Haya ha combattuto nella prima guerra mondiale tra le file dell’esercito austroungarico.

“È il mese di maggio del 1915, e l’Italia non è più un Paese neutrale. Dall’Austria-Ungheria non ottiene infatti il Trentino, l’Alto Adige e l’Istria, che ha chiesto a garanzia della sua neutralità. È raro, in ogni caso, che le guerre lascino qualcuno ai margini. E così, in virtù di quell’affronto, l’Italia conduce trattative segrete con la Triplice Intesa, passando infine dalla sua. Se in ogni guerra ci sono parti in conflitto, la Grande Guerra è stata un conflitto tra due parti aventi lo stesso scopo. Conquistare il mondo. Tutto per sé. Per un’unica parte. Entrando in guerra con la Triplice Intesa, l’Italia torna a chiedere: Trentino, Trieste, Litorale Sloveno, Istria, una porzione di Dalmazia e di Albania, nonché i diritti sulle province turche di Adalia e Smirne, l’allargamento delle colonie in Africa e via di seguito. Chiede molto. Quello che non avrà ricevuto dopo la Prima guerra mondiale, tenterà di ottenerlo con la Seconda. Le guerre sono grandi giochi… Quando il gioco finisce, i guerrieri riposano. È a quel punto che arrivano gli storici, a trasformare i giochi crudeli di chi non è mai sazio in menzogne alla moda. Viene dunque scritta una nuova Storia…
Pg.16,17

“L’Italia sta con la Triplice Alleanza. Si forma un nuovo fronte, quello italiano. Il fiume Isonzo diventa teatro di grandi battaglie. L’Isonzo lambisce Gorica, Gorizia, Görz, Goritz. Il Soča, l’Isonzo, è un fiume di un incredibile colore turchese. Il suo alveo custodisce una storia che sfugge agli storici… Nel 1915, sull’Isonzo, gli italiani sono protagonisti di quattro terribili battaglie. Nel 1916, nella sesta battaglia sull’Isonzo (ce ne sono state in tutto undici o dodici), gli italiani finalmente prendono Gorizia…
L’Isonzo è l’archivio liquido della Storia; un magazzino di guerre e amori, di leggende e miti…”
Pg. 16,17

“Con la più cruenta delle undici o dodici battaglie, la sesta, condotta dal 5 al 17 agosto 1916, l’Italia si apre un varco verso Trieste.”
Pg. 23

“La medaglia al valore nella sesta battaglia sull’Isonzo è una medaglia importante; testimonia dell’occupazione di un corridoio che dall’Italia conduceva in Austria-Ungheria”.
Pg. 27

Finisce la Grande Guerra e in Italia arriva il Fascismo

Del resto dal fascismo era rimasto affascinato un discreto numero di intellettuali italiani che poi, dicono, si ravvidero abbandonando il Partito.
Luigi Pirandello vi aderisce nel 1923, e nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura;
Curzio Malaparte vi aderisce nel 1921, dissociandosi nel 1931…

Nel 1926 viene fondata l’Accademia d’Italia. Dal 1930 il suo presidente è Guglielmo Marconi il quale, tre anni prima che Hitler giunga al potere e otto anni prima della promulgazione delle leggi razziali volute da Mussolini, impedisce sistematicamente l’ingresso nell’Accademia di candidati ebrei, segnalando il loro nome con una E…

In ottemperanza alla legge promulgata nel 1926, nelle scuole medie superiori viene proibito alle donne italiane di insegnare la filosofia, la storia, la lingua e la letteratura italiana, nonché il greco e il latino. –
Nota pg. 29

“Ma il nervo della storia europea è già stato scoperto. L’Italia e l’Austria sono sempre più vicine all’abbraccio dell’odio reciproco. Nasce una nuova etica dell’incomprensione. La cosiddetta ‘inimicizia ereditaria’ tra Austria e Italia si trasforma in una delle più acute istanze nazionalistiche europee, in una specie di folie à duex negativa, in quell’odio scelto ‘mediante accordo’ nella cui rete vengono successivamente intrappolate la Germania e la Francia. La Grecia e la Turchia, l’America e la Russia, il Vietnam e la Cambogia, la Croazia e la Serbia… La macchia bianca della ragione.”
Pg. 22

Arriviamo al 1935 e l’autrice elenca i fatti salienti dell’anno.

“In quel 1935 duecentocinquantamila italiani donano il proprio oro e argento per un futuro migliore, per i giorni felici all’orizzonte. Oh, happy days. A Roma vengono raccolte 250.000 fedi nuziali, a Milano 180.000. Benedetto Croce sacrifica la propria medaglia da senatore, l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Nassalli Rocca, dona la sua catena episcopale e Pirandello la medaglia del Nobel. Vengono raccolti complessivamente 33.622 chili d’oro. Lo stesso anno Mussolini accorda tre milioni di franchi in oro all’Albania con la promessa che seguiranno altri aiuti economici…”

“Nasce il MINCULPOP, il ministero della Cultura popolare, e con esso nuovi dizionari, nuovi sussidiari, una nuova ortografia, un nuovo patriottismo; viene proibito l’uso delle parole straniere, sostituite da surrogati italiani. Maksim Gorkij diventa Massimo Amaro, ma è ben presto allontanato dalle biblioteche e dalle librerie; Louis Armstrong diventa Luigi Fortebraccio e Benny Goodman è Beniamino Buonuomo; ben presto il MINCULPOP vieta l’esecuzione e la trasmissione via radio della musica jazz”.
Pg.59

Ci sono storie di persone famose.

“Francesco Illy, contabile di origini ungheresi e soldato austroungarico, trascorre la prima parte della guerra sull’Isonzo, poi a Trieste e nelle vicinanze. La guerra finisce, Illy si guarda intorno e dice: Questa è una città magnifica. Imparerò l’italiano, e si mette a vendere cacao, poi caffè. La gente sta seduta e beve ‘sta cosa nera come se fossero turchi. Di questo passo Francesco inventa un apparecchio automatico, una sorta di macchina per L’Espresso, per guadagnare tempo e servire così i suoi tanti oziosi clienti. Il piccolo apparecchio si chiamerà Illetta, disse, dopodiché l’impero dei profumi e dei gusti gli aprì le proprie porte. Oggi, uno dei suoi discendenti, Riccardo detto “Sonnenschein”, in una Trieste spesso irretita dalla destra, sventola la bandiera rossa, olè! è giunto il tempo della rivoluzione.”
Pg. 53

Renato Caccioppoli il matematico

“…Renato Caccioppoli è protagonista di una serie di stramberie. Haya se lo ricorda bene. Tornato da Padova, dove dal 1931 è stato titolare della cattedra di Analisi algebrica, nel 1934 Caccioppoli insegna a Napoli Teoria dei gruppi e Analisi matematica, si occupa di equazioni lineari e equazioni differenziali non lineari, di equazioni ellittiche è così via, suona il pianoforte e il violino, disquisisce in privato e in pubblico di letteratura e di pittura, ogni tanto si fa crescere la barba, va in giro vestito in maniera trasandata e con le tasche vuote, viaggia in terza classe visitando diverse città , si fa arrestare, quindi rilasciare, torna alla sua matematica, gli studenti lo adorano, lui adora gli studenti, dopo le lezioni bevono e pensano insieme…
Il fascismo si attacca alla città come i tentacoli di una piovra, che a energici è sempre più frequenti fiotti spruzza tutt’intorno il suo liquido nero.”
Pg 64

Caccioppoli è protagonista di una serie di stramberie.
Si trascina dietro un grosso cappone per via Chiaia e urla: l’Italia è una cane bastardo al guinzaglio.
Il 4 maggio 1938 lui e Sara Mancuso, che sposerà, entrano in un ristorante in centro città.
Caccioppoli, dopo aver bevuto del vino rosso, si alza e dice: suonate la Marsigliese. Suonatela così, e fischietta qualche accordo. L’orchestra suona e tutti rimangono sospesi.
Avete sentito? dice Caccioppoli, l’inno alla libertà, libertà che in questo paese viene soffocata, libertà che Benito Mussolini non riconosce, libertà che lui è il, suo alleato tedesco…
Viene arrestato. La famiglia è importante, il nonno di Caccioppoli era Michail Aleksandrovič Bakunin, e lo fanno internare in ospedale psichiatrico.
Viene dimesso nel 1943, organizza uno sciopero dei ferrovieri, frequenta Partito Comunista e L’Unità. Dopo la guerra torna alla matematica. Beve.
Poi l’8 maggio 1959 si spara in testa.

Il libro documenta l’occupazione tedesca nel nord Italia e il massacro degli ebrei nel campo di concentramento allestito a Trieste nella Risiera di San Sabba.  A metà del libro c’è l’elenco dei 9000 ebrei italiani deportati e uccisi dai nazisti. Segue una lista, incompleta, degli ex membri dell’Aktion T4 1943 trasferiti a Triste e dintorni (OZAK); brevi biografie e curriculum dei maggiori responsabili dei crimini nazisti processati nel 1976 a Trieste per gli eccidi di San Sabba; trasposizione di alcune deposizioni raccolte durante il processo. È difficile staccarsi dalla libro nonostante l’orrore che si prova leggendo le efferatezze di quei criminali, per le descrizioni che ne danno con lucidità e senza nessuna colpa! Molti sono stati condannati, altri assolti, alcuni sono scappati, alcuni si sono suicidati. Ma l’orrore delle loro parole, che rigettano qualsiasi responsabilità e consapevolezza, resta.

Daša non risparmia nessuno di quanti sono stati ‘presenti’ durante la seconda guerra mondiale e il nazismo: dalla Svizzera (per i legami stretti tra le sue banche ed il regime nazista) alla Croce Rossa

“La Croce Rossa non si schiera mai. L’imperativo della Croce Rossa è mantenere la propria generale, globale neutralità. Nei confronti della Storia e degli esseri umani”
alla Chiesa Cattolica che, se non è stata spettatrice muta, ha condiviso responsabilità con il nazismo (Concordato firmato il 20 luglio 1933 tra la Santa Sede e il Reich).

“C’è una storia dietro ogni nome”

e ne racconta tante, Daša.
Nell’ultima parte del libro un pezzo di storia e di queste storie riguarda le figlie ed i figli dei nazisti, riconosciuti e non, quelli nati per un progetto di razza pura, adottati, abbandonati e sconosciuti. Quelli che sono ancora tra noi e devono fare i conti con le radici di odio dalle quali sono stati concepiti. Quelli che cercano un riscatto e che scrivono la loro storia alla ricerca di una cura per la loro identità intrisa di sangue.
Ciò che è stato seminato e coltivato allora ha lasciato tracce indelebili, che le nazioni coinvolte hanno cercato di dimenticare ma che, in questo libro, vengono restituite a noi e ci fa render conto di quanto sia ancora vivo e presente ‘quel pezzo di Storia’.

E l’accusa non risparmia i bystander, gli spettatori, quelli che non prendono posizione, che stanno in disparte e aspettano. Che dicono ‘non sapevamo’, che non vogliono sapere. Che sono la maggioranza.

“La vita è più forte della guerra. Per i più, per gli ubbidienti e i taciturni, per coloro che se ne stanno in disparte, per i bystander, la vita comincia a diventare una piccola valigia che non viene mai aperta, un leggero bagaglio ficcato sotto il letto, una borsa destinata a nessun luogo, nella quale tutto è ordinatamente riposto – giorni, lacrime, morti e piccole gioie – è da cui si sprigiona un odore di muffa. Chi se ne rimane in disparte non sai mai cosa pensa, per chi fa il tifo,visto che se ne sta semplicemente lì e osserva cosa gli accade intorno, come se nulla in realtà accadesse. Si adatta alle regole e alle leggi di chiunque, cosa che, una volta terminate le guerre, può sempre tornare a suo favore. E i bystander sono molti, la maggioranza.
Osservatori ciechi, gente “semplice” che gioca solo le carte sicure, sono i cosiddetti “sichere Menschen”. Intendono vivere i propri giorni senza essere disturbati . In guerra e fuori dalla guerra, questi osservatori ciechi girano la testa dall’altra parte, mostrano indifferenza e si rifiutano di compatire chicchessia; la loro autodifesa è uno scudo coriaceo, una corazza all’interno della quale si trastullano, gioiosi, come delle larve.
Sono dappertutto. Nei governi neutrali degli Stati neutrali, tra gli Alleati, nei Paesi occupati, tra la maggioranza, tra la minoranza, tra di noi. I bystander siamo noi.
Per sessant’anni questi osservatori ciechi si battono il petto dicendo, anzi gridando, “siamo innocenti, perché non sapevamo“, e con l’arrivo di nuove guerre e nuovi guai, fanno il loro ingresso nuovi osservatori, nascono nuovi eserciti di giovani e robusti bystander dagli occhi bendati, che si nutrono dell’innocenza dell’osservatore, di un’inossidabile compatibilità. Sono gli adattati, coloro che assecondano il Male.”
Pg. 100/1

L’orrore di quanto è successo sarebbe stato possibile se tanti spettatori muti, i bystander, non avessero taciuto e soggiaciuto al razzismo dilagante, alla violenza delle parole prima e dei fatti poi? Osservare la Storia non basta, è necessario schierarsi e spingere i governi a farlo verso tutto ciò che è discriminazione e violenza.

DAŠA DRNDIĆ
TRIESTE. UN ROMANZO DOCUMENTARIO
ed. orig 2013, trad. dallo sloveno di Liliana Avirović
Bompiani, Milano 2015

L’autrice

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Daša Drndic è nata a Zagabria nel 1946.

Laureata all’università di Belgrado – Facoltà di Filologia presso il Dipartimento di lingua e letteratura inglese, con una borsa di studio Fulbright, continua il suo corso di studi in Teatro e Comunicazione negli Stati Uniti, conseguendo infine il dottorato con una ricerca su Sinistra e Protofemminismo, presso la Facoltà di discipline umanistiche e scienze sociali  all’Università di Fiume (Rijeka). Docente universitaria è anche editor e produttrice a Radio Belgrado. Vive a Fiume.

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