La isla minima

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Le immagini dall’alto mostrano un paesaggio che sembra irreale, fatto di paludi e corsi d’acqua, labirinti naturali dai colori verde e marrone; compaiono all’inizio e tornano poi nello svolgersi del film, quasi a prendere le distanze da quanto sta succedendo di orribile in quei luoghi di una bellezza inaccessibile alla verità.

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Si alternano altri paesaggi, nel corso della storia, campagne e canali dalle linee rette e dai colori gialli sbiaditi dal sole e le persone ti sembrano, anche lì, perse in luoghi dove orientarsi è complicato. Come, sembrano dire, è complicato orientarsi nell’animo umano.

Dall’alto non li riconosci subito come paesaggi, ti sembrano quadri astratti, molto belli.
Sono le paludi alla foce del Guadalquivir.

In questo luogo è ambientato un film crudo e dalle atmosfere torbide, che racconta l’indagine per gli omicidi di giovani ragazze. Torturate e stuprate. Due investigatori arrivano da Madrid per far luce su questi assassinii e si avvicinano ai segreti del posto.
I colori della pellicola sono come quelli delle foto sbiadite, vecchie. Quelle che sono state scattate negli anni della mia giovinezza. Gli abiti e le auto, tutto rimanda a quei decenni passati, con una tale cura dei particolari che le riprese sembra siano state fatte allora.

La Spagna del 1980, anno in cui è ambientato il film, è la Spagna appena uscita dalla dittatura franchista durata 40 anni.
Ed è la Spagna che ho visto allora in un viaggio fatto proprio nel settembre di quell’anno, prima della laurea. Il film mi fa tornare in mente il timore che ho provato, passando il confine nei Pirenei, di essere fermati dalla guardia civil; anche se Franco era morto da 5 anni e la Spagna si era aperta al mondo, erano fisse in testa le immagini e le notizie della brutalità dei suoi militari. In realtà non ho mai avuto a che fare con la guardia civil in quel viaggio, la Spagna stava cambiando anche se era rimasta arretrata rispetto all’Europa e c’erano enormi differenze tra le diverse zone del paese: dalla costa del nord, vacanziera e gioiosa, alle grandi città come Barcellona e Madrid con i negozi e il traffico e i ristoranti, ai paesini che attraversavamo in auto in altopiani polverosi e deserti. Paesini dove non c’era niente di più che un bar, con strade di terra battuta, non asfaltate, e la polvere che copriva tutto e che uniformava il mondo di un ocra spento.
Ho pensato, allora, che non avrei mai potuto vivere in quei posti, così arretrati e isolati dal resto del mondo. Quindi il desiderio di queste ragazze del film, di andarsene via, di fuggire dalla povertà, non solo materiale ma anche di pensiero, sarebbe stato il mio desiderio se fossi vissuta lì.
Nel film questo desiderio le ha rese prede di uomini feroci.
E qui torniamo al franchismo, rimasto nelle istituzioni e nell’animo di tanta gente. Nel film ci sono numerosi accenni alla dittatura, e soprattutto il sospetto che alcuni, che in questa vicenda stanno indagando per la giustizia, siano stati uomini che negli anni precedenti hanno torturato e ucciso, feroci alleati del regime. Ci sono sospetti di connivenze ancora in atto e quella che viene chiamata democrazia è ancora una fragile idea. Sospetti su chi sembra cercare un riscatto per i debiti del passato.
Il sospetto, nella Spagna del dopo-franchismo, attraversa la trama del film perché la giustizia non arriva per tutti. Vediamo poliziotti, giudici, persone che continuano il loro lavoro senza aver scontato niente del male fatto o della loro adesione ad un regime di oppressione e violenza.
Questa continuità, come se niente fosse successo in anni di morte civile, è la cappa opprimente che dà atmosfera al film. E gli assassinii delle ragazze sembrano il segnale che le cose in Spagna sono cambiate sì dopo il franchismo, ma gli strascichi di una violenza, che non ha scontato pena, proseguono ancora nel tempo. E lo sguardo finale, che il detective giovane rivolge a quello con un passato torbido, lascia dubbi sul passato che, forse, non si potranno mai chiarire.

LA ISLA MINIMA di Alberto Rodrìguez

Spagna, 2014

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