L’ultimo arrivato

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Ho terminato questo libro con la fretta di arrivare alla fine, soprattutto nell’ultima parte, chiedendomi se c’è speranza nel mondo, speranza di perdono, di redenzione, di cambiamento.

In sintesi Balzano racconta la storia di un uomo “infelice di sopravvivere”, emigrato bambino di 9 anni dal suo piccolo mondo intriso di miseria in Sicilia alla Milano degli anni ’60, frenetica e piena di possibilità.
La vicenda individuale racconta un’epoca di migrazione tutta nostrana e il sentimento profondo della nostalgia è, per me, la nota principale di questo libro che porta a “scovare larve di passato”.
È un libro che mi ha suscitato nostalgia a piene mani. Dall’inizio alla fine. Nostalgia, anche se non ho vissuto in prima persona quanto raccontato da Balzano; ma le sue descrizioni sono così vivide che sembra di esserci passati.
La storia è raccontata con un senso profondo di empatia e umanità, senza giudizi ma in modo partecipe del dolore mentale del distacco, della gioia di piccole cose, dell’importanza dei legami.
Il male e la violenza fanno parte delle esperienze vissute e tengono il filo della trama.
Tutto quello che è nel romanzo di Balzano, l’immigrazione, l’infanzia rubata, il lavoro alienante è ‘successo soltanto una manciata di anni fa’, anche se sembra un altro mondo a guardarlo oggi.

Ho ascoltato ieri Marco Balzano alla presentazione del suo libro nel teatro del mio comune.

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Alcune note sull’autore: Marco Balzano ha 38 anni e vive a Milano dove insegna in un liceo. Scrivere e insegnare, dice, sono attività che gli appartengono, che sente sue e vive con piacere.  Con questo libro ha vinto il Campiello nel 2015 ed è assunto agli onori della fama che lo portano a girare l’Italia per presentarlo. Ascoltandolo si sente che ha acquisito dimestichezza con il pubblico e inoltre è un bravissimo lettore. I brani del suo libro li ha interpretati in un modo che ti sembra di sentire le voci o di vedere quello che descrive.

È sempre interessante poter sentire dall’autore di un libro quali sono i motivi ispiratori della sua opera, al di là del valore che ha l’opera stessa. Un libro come L’ultimo arrivato vale di per sé, non c’é necessità di notizie aggiuntive perché é completo il senso del romanzo, però ci sono sempre curiosità che la lettura fa sorgere, sulla trama e sui personaggi, e solo l’autore può rispondere.
Balzano ha parlato del senso di scrivere, che aiuta a prendere consapevolezza di quello che succede; dell’importanza di non perdere memoria di un passato che ci riguarda; di questa compagine storica, l’immigrazione interna, poco frequentata. La memoria è una lente di ingrandimento per guardare il nostro oggi e non un passato da archiviare e lo scrittore è una persona che le storie le sa rintracciare, annusare nell’aria. Il libro ha quindi avuto origine dalla ricerca e dagli incontri con chi ha vissuto esperienze di immigrazione da bambino, quando aveva 9-10 anni. La Sicilia è la regione che ha visto partire più bambini soli verso il nord e la storia scritta si rivolge ai bambini a cui non si è data voce, alle persone ancora vive, oggi settantenni, che l’hanno vissuta.
Legato al tema dell’immigrazione è quello della gelosia e del possesso di chi ha perso l’infanzia e i legami. Perché in quel contesto le famiglie erano destinate a rompersi in maniera precoce per i bambini migranti e, appena conquistata la stabilità, in giovane età costruivano una loro famiglia, per colmare il vuoto di quella d’origine. Perché la famiglia persa è sempre una ferita aperta e appena le condizioni lo permettevano se ne costruivano una loro. E questo è quello che, nel romanzo, ha fatto anche Ninetto ‘Pelleossa’ dopo aver conosciuto Maddalena. Ninetto ha perso l’infanzia con la malattia della madre e con un padre incapace di stare in piedi e se ne è andato da un mondo che non gli dava più niente. Questo suo passato è dentro alle scelte e alle tragedie della sua vita futura.

Nel libro ci sono delle tappe scandite:
l’infanzia, per quanto povera, è un territorio libero fatto di spazi aperti, dove i bambini anche se affamati hanno le energie per sognare il futuro;
il sipario cala invece quando inizia la vita della fabbrica e alla stabilità viene associata l’idea di felicità, ma nell’intimo non è così perché è come entrare in un tunnel, come un tunnel è pure il carcere in cui incontriamo Ninetto all’inizio della storia. La voce di Ninetto inizia da lì, da quel luogo chiuso che è il carcere, dal quale si guarda al di fuori con timore.
E quando esce dal carcere, ai giorni nostri, Ninetto incontra un’altra realtà del lavoro e un’altra immigrazione e lui non è più l’ultimo arrivato ma ci sono altri ultimi arrivati, dopo di lui.

Gli elementi autobiografici sono presenti nel libro e l’autore ne racconta alcuni.
La madre immigrata a 15 anni e il padre a 20; l’aver insegnato due anni nel carcere di Opera e conosciuto la paura che i detenuti provano verso il mondo fuori. Il maestro Vincenzo, figura importante per Ninetto, esiste veramente. È stato l’insegnante dello scrittore, appena arrivato ventenne dal sud dove poi è ritornato, per viverci e insegnare dove c’è più bisogno.
La lezione sulla proprietà privata l’aveva realmente fatta e Balzano ricorda che tornando a casa da scuola ha detto al padre “ho capito, è tutta colpa della proprietà privata!” e il padre gli rispose “aspetta un attimo, mi faccio un caffè e poi ti spiego”.
E le poesie, il maestro gli faceva veramente imparare le poesie come a Ninetto.
La trama è tenuta dal diario che il maestro ha regalato a Ninetto bambino, un diario rimasto con le pagine bianche, non scritto “Perché dolore è più dolor, se tace” (G. Pascoli).
Il registro della lingua è un impasto di siciliano, milanese, di parole miste e i modi di dire sono reali come ‘aver dormito alla luna’ o i palazzi chiamati ‘alveari’.
Questa memoria verrà consegnata alla piccola nipotina, alla fine del libro, per tenerla viva, per non archiviarla, perché il futuro vi affonda le radici.

Selezione di brani dal libro

L’infanzia e la miseria

Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni è uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta.
Pg.18

Il maestro, Rousseau e la proprietà privata

Fece una lezione coi fiocchi, il maestro. Parlò di un signore che si chiamava Giangiacomo Russò e lo chiamò pensatore, una parola che non avevo mai sentito e che secondo il mio compagno di banco significava uno molto intelligente e che la sa lunga, mentre secondo Peppino indicava uno che il mattino si alza e non tiene una minchia da fare. Il maestro fece un disegno alla lavagna: due uomini. Uno stava in mezzo a un campo recintato e diceva “questo è mio!”, l’altro stava in un campo senza recinto e non diceva niente. Il maestro ci fece ricopiare il suo disegno e poi spiegò che prima che quell’uomo dicesse “questo è mio!” non esisteva la società – caserme, ospedali, scuole, tribunali, carceri, banche – e tutti vivevano liberi, la natura era così generosa che ciò che cresceva spontaneamente bastava e non c’era bisogno di scannarsi per un boccone. Però poi quello disse “questo è mio!” e allora chi si è visto si è visto. Ognuno iniziò a imitarlo e al posto che sognare un paesaggio o una bella femmina iniziò a sognare recinti sempre più alti e mise porte con la serratura alle case e cani feroci ai cancelli.
“Russò scrive che questa invenzione dei recinti si chiama proprietà privata” disse il maestro.
Pg.20/21

Non era come adesso che quando parla un picciriddu tutti muti ad ascoltarlo o, se è una creatura, tutti a battere le mani appena fa nghè. Prima parlavi e subito ti gridavano muto o ti fulminavano con gli occhi. Ricordo che mia madre quando si andava in casa d’altri, prima di uscire, mi faceva la raccomandazione: “Tu non chiedere mai niente e parla solo quando piscia la gallina”.
Pg.35

Sul momento mi sentii eccezionale e fortunatissimo, ma la verità è che il lavoro, in quegli anni, e anche in quelli dopo, non mancava mai. Potevi permetterti di mandare pure il padrone a farsi fottere, lui è tutta la sua razza, che uscivi disoccupato il venerdì è il lunedì avevi rimediato da un’altra parte. Pg.47/48

Amici veri mi sa che si può essere solo da picciriddi, quando si è puliti dentro e non si fanno calcoli di interesse né altre oscenità.
Pg.85

Il mondo di oggi

La deindustrializzazione qui ha spazzato tutto e per cercare le fabbriche che c’erano dovrei pedalare fino in Romania.
Pg.84

Sono andato a chiedere a un altro paio di aziende a Sesto San Giovanni, dove c’era la Marelli, la Falck e adesso sa Dio pure lì cosa è successo. Si vedono solo palazzi. Almeno alla Bovisa al posto delle fabbriche ci stanno i ragazzi dell’università, è un altro guardare.
Pg.100

Non si salta su ogni treno, alcuni bisogna perderli, altri lasciarli andare e farsene una ragione.
Pg.100

Per riempire la buca che scava la lontananza bisognerebbe essere molto bravi a parlare, a scrivere, a condividere i sentimenti,…
Pg.108

Non so dire bene da dove arriva l’infelicità che mi strozza un po’ la gola…
O forse il rimorso che potevo vivere meglio. Non è vero che basta la buona volontà per girare pagina e ricominciare. Se vuoi una vita dove sei contento di alzarti al mattino non devi romperla mai, non devi sciuparla.
Pg.120/121

Ma Maddalena non abbocca, non è facile litigare con lei, portarla dove voglio. Quella donna è un pesce libero. Puoi nuotarle vicino, ma dirle dove andare no.
Pg.124

Era questa la ragione delle sue labbra cucite. Ho letto che hanno fatto lo stesso anche certe donne diventate sante. Quando qualche maschio bestiale le forzava loro si chiudevano in un silenzio e in un rifiuto eccezionali. Sì, perché il silenzio è tantissime cose, pace, preghiera, contemplazione, ma anche difesa insuperabile.
Pg.129

“il dolore tiene insieme più di ogni altra cosa”
Pg.174

All’incrocio vedo l’autista della corriera 68. Anche lui è sceso per sgranchirsi. Mi avvicino e senza nemmeno dire buongiorno gli chiedo “Scusa una domanda. Ma tu mentre guidi riesci a pensare ai fatti tuoi?”…
…”Ma i pensieri che fai mentre lavoro sono pensieri veri?”.
“È cos’è un pensiero vero?”
Mi dò una grattata di naso e poi rispondo ” È un pensiero che ti rimane impresso e che senti il bisogno di riprendere a mente fresca”.
“No, macché” dice lui con decisione, schermendosi con le mani. “I miei pensieri sono piccole distrazioni. Niente di più”.
A sapere che anche per Pino l’autista le cose funzionano allo stesso modo e che anche a lui il lavoro gli spegne cervello e coscienza non mi sento mal comune mezzo gaudio, perché è un proverbio senza verità. Mal comune fregatura comune, non ci sono storie.
Pg.178/179

…ma ho capito che anche quando abbiamo la lama di coltello sul cuore non possiamo lo stesso smettere di sperare che questa puttana di vita migliori, che scenda il perdono sulle magagne che abbiamo combinato.

Così, anche se non ci credo più, ci spero. E anche se mi sono seccato di vivere, vivo.
Pg.189/190

Sono tempi durissimi. La certezza che se ti rimbocchi le maniche la miseria la scacci via come un moscone manca. Le facce che si vedono in giro sono sconfitte e rassegnate. Aveva ragione il vecchio Sergio, ribellarsi è un mestiere di vocazione, è una cosa per pochi. Tutta l’altra gente sa solo fare lo scaricabarile, fingere di indignarsi e lamentarsi, ma poi se gli lasci i soldi per la macchina bella e il sabato sera in pizzeria è sempre disposta a votare il più piazzista, a non guardare oltre il suo naso, a non aprire la porta di casa a chi bussa. Cani feroci e cancelli alti, come nel racconto della proprietà privata.
Pg.191

Gli ho indicato la facciata squamata e cadente dell’alveare, poi l’ho portata nel cortile dove c’era un gruppo di negri con le facce forse da delinquenti forse da poveri cristi. Ho detto a Lisa che prima non ci abitava questa gente, ma c’eravamo noi emigranti e ci sfottevano e chiamavano terroni, rubapane, napulì, morti di fame e in altri modi offensivi.
Pg.197

“Qui niente è cambiato, tutto è ancora più brutto perchè certi posti invecchiano su se stessi. Ci passano sempre gli ultimi degli ultimi e questi posti li accolgono, schifosi ma aperti, brutti ma generosi. Buoni come le suore missionarie. Forse sono loro la vera casa di Dio, non il Vaticano o le altre chiese piene d’oro, di stucchi veneziani e di arazzi” gli ho detto, sicurissimo che mi capisse.
Pg.198

…alla fine, la gente che abita il mondo questa è, ed è inutile girare alla larga o fare gli schizzinosi perché tanto nella vita non si può sempre girare alla larga o fare gli schizzinosi, ma è meglio sbattere subito il grugno dritto su quello che siamo.
Pg.199

L’ultimo arrivato, edizione Sellerio
Prima pubblicazione: 16 ottobre 2014
Autore: Marco Balzano
Premi: Premio Campiello, Premio Campiello – Selezione Giuria dei Letterati

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