Minori, bullismo e social

Oggi è la Giornata mondiale per la sicurezza in Rete, Safer Internet Day (SID), contro il bullismo sul web; problema che si espande a macchia d’olio e che, a parte questa giornata in cui se ne è parlato un po’, vediamo poi trattato solo nei momenti in cui si verificano episodi drammatici, come ad esempio suicidi di adolescenti fragili e incapaci di far fronte alle esclusioni o alle derisioni.
Le riflessioni che ho avuto modo di fare negli ultimi anni partono dai diversi ambiti in cui mi sono occupata di questo problema: come clinico con adolescenti che si trovano impigliati in questi giochi maligni; come referente istituzionale con funzioni valutative nei casi segnalati da procure e tribunali, sia per quanto riguarda la vittima che il responsabile; con obiettivo preventivo e informativo con genitori, insegnanti e ragazzi in incontri pubblici sull’utilizzo dei social e sul nuovo modo di vivere relazioni virtuali sempre connesse.

I casi di cyberbullismo negli ultimi anni sono aumentati e riguardano fasce di età sempre più basse perché l’uso degli strumenti informatici e soprattutto dei cellulari si è diffuso velocemente tra bambini e bambine.
Il bullismo, la presa in giro, la sopraffazione di minori su altri minori sono sempre esistiti e li incontriamo sin dalle prime classi della scuola elementare, magari in forma non manifesta, magari sottovalutata, ma c’è.
Un bambino di circa 8 anni, nella seduta di psicoterapia, mi ha raccontato qualche giorno fa quello che succede nella sua classe dove ci sono due bambini che prendono in giro due compagni in difficoltà e le femmine. I soggetti ritenuti più fragili e diversi, insomma. Usano anche il ricatto dell’esclusione, non necessariamente le maniere forti, per ottenere quello che vogliono, cioè farsi dare figurine o altre cose. Succede che negli episodi di derisione gli altri bambini non intervengono, non lo raccontano alle maestre, perché sono amici di uno dei due bulletti oppure perché hanno timore di ritorsioni. I genitori, quando ricevono le confidenze del bambino, consigliano di lasciar perdere.
Questa situazione, abbastanza banale, aiuta a capire che il punto di partenza di quei comportamenti che poi diventano azioni di bullismo e cyberbullismo è nella quotidianità spesso sottovalutata e inesplorata dagli adulti che, quindi, non aiutano a dare parola ai sentimenti di chi si trova coinvolto e a far capire a chi assiste che non bisogna girare lo sguardo da un’altra parte.
Situazioni come queste sono il presupposto per arrivare, all’età della scuola media e con l’accesso alla rete, ad un uso dei social come strumenti di bullismo più invasivi. Con la rete si allarga cioè l’ambito di azione oltre le mura della scuola e i minori, che diventano oggetto di derisione con foto e parole offensive, si trovano esposti agli occhi di tanti non solo a quelli dei compagni di classe. L’esito è non uscire di casa e limitare i rapporti, isolarsi; pochi rivelano quello che succede ai genitori. E pochi genitori sanno spiegarsi i comportamenti di ritiro dei figli.
I gruppi Whatsapp o i gruppi Facebook vengono usati in modo da escludere il ragazzo o la ragazza presi di mira che quindi subiscono doppiamente l’azione violenta: non appartenere più al gruppo oltre alle offese ricevute. Queste sono situazioni diffuse soprattutto nell’età della scuola media e dei primi anni delle superiori.
Altri social come Ask sono ancora peggio perché i profili sono anonimi e quindi la libertà di dire quello che si vuole senza responsabilità è ancor più elevata e lì le offese sono veramente feroci, diverse per i maschi e le femmine secondo gli stereotipi classici, e prendono di mira i punti di maggior debolezza delle vittime, riguardanti l’aspetto fisico o un comportamento.
L’esclusione dal gruppo, oltre all’offesa, è un effetto dirompente nell’infanzia e nell’adolescenza, età in cui riconoscersi ed essere riconosciuti e accettati dai pari è un bisogno fondamentale per la conquista dell’autostima e per la costruzione della propria identità.
Perché i fenomeni di bullismo avvengono per il 90% dei casi tra persone che sono in rapporto di amicizia o di vicinanza (Fonte: Telefono Azzurro, 2015) e quindi la sensazione di esclusione diventa reale e ne consegue un vissuto di isolamento ed estraniazione.
Nell’indagine di Eurispes e Telefono Azzurro la maggior paura dei ragazz/e di non essere connessi è quella di scomparire e di essere tagliati fuori (60% delle risposte).

Uno dei fenomeni in evidenza riguarda le bambine e le ragazze che diventano sempre più protagoniste di episodi di bullismo verso altre, per litigi, per gelosie, per vendette. Usano le offese e l’esclusione della vittima arrivando a isolarla dal contesto delle amicizie.
Da non trascurare i casi di sexting, in cui vengono pubblicate foto compromettenti di compagne che si lasciano trascinare, ingenuamente, a situazioni al limite della pornografia. Succede negli spogliatoi delle palestre a scuola, spesso tra femmine. E queste foto o video quando vengono diffusi lasciano uno strascico più pesante di quando succedeva anni fa solo con le classiche fotografie stampate, che avevano una diffusione più limitata (anche se comunque condizionavano il vissuto della ragazzina in maniera distorta). Perché queste cose sono sempre successe, in realtà, ma gli strumenti di oggi ne facilitano l’uso, che diventa più frequente, e la diffusione.

Alcune di queste situazioni arrivano alla denuncia penale e quello che vedo spesso non è, da parte dell’autore o autrice del reato, una reale cattiveria e neppure c’è la piena consapevolezza di quelle che possono essere le conseguenze di queste azioni. Si assiste piuttosto ad una superficialità e mancanza di giudizio, inteso come capacità di valutare; a un fare le cose perché c’è la possibilità di farle senza stare a pensare cosa comportano; ad un’assenza del limite in un contesto virtuale dove tutto sembra permesso in una sorta di onnipotenza che può esacerbare il desiderio di vendetta o di rabbia per liti magari banali.
Preso atto della cosa questi ragazzi/e si mostrano poi pentiti e in grado di rendersi conto ma quello che fa pensare è il vuoto fino all’intervento di un’autorità giudiziaria o istituzionale. La famiglia quasi sempre non è a conoscenza dei fatti e i genitori sono i primi ad essere sorpresi delle azioni dei figli, sia che siano vittime o artefici dell’atto.

E veniamo ai genitori. Negli incontri con loro, in questi anni, ho avuto sempre più la conferma di quanto dicono i dati delle rilevazioni statistiche di Telefono Azzurro e Agcom-Censis, e cioè del divario profondo che esiste con i figli nell’uso delle tecnologie. Padri ma soprattutto madri di adolescenti di oggi che non hanno nessuna o poca dimestichezza con la rete e quindi non sono in grado in nessun modo di accompagnare il figlio nel mondo virtuale, per rendersi conto e rendergli conto dei rischi possibili.
Nelle famiglie dove i genitori hanno dimestichezza con le tecnologie non va poi tanto meglio se non si è creata una relazione e un dialogo precedentemente con i figli. Un genitore può usare tutti i controlli che vuole ma chi intende sfuggire agli occhi degli adulti riesce a farlo comunque. Quindi la cura del rapporto è, come sempre, la strada da percorre.
Una osservazione va fatta anche per la scuola perché oltre a fornire i mezzi tecnologici, quando va bene, nella maggior parte dei casi non insegna ad usarli (sempre dai dati di Telefono Azzurro, Agcom-censis).
Per tornare al bullismo e al cyberbullismo risulta evidente che non si possono contrastare e contenere se non si interviene da subito, in famiglia e a scuola, in età precoce con bambini/e, attraverso un’educazione al rispetto di tutte le persone e di tutte le diversità e se non si costruisce un dialogo tra adulti e minori che va coltivato nel tempo adeguandolo alle fasi dell’età. Non si tratta di una formula vecchia, anche se ripetuta, ma di un sistema di relazioni che può aiutare i minori ad avere dei riferimenti quando vivono o assistono a situazioni di criticità, abituandoli a non far finta di niente e a dare voce alla realtà che vivono e ai sentimenti che provano.

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