Whatsapp? Parliamone…

Questo scritto origina da alcuni incontri ai quali ho partecipato recentemente, come relatrice, con ragazzi e ragazze dai 14 ai 18 anni sul tema della dipendenza psicologica da social e videogiochi.
Gli incontri si sono svolti in due modalità e contesti diversi: in assemblee studentesche con più di un centinaio di partecipanti e in piccolo gruppo con una ventina di giovani.
In entrambi i casi sono emerse le stesse posizioni: nessuno dei presenti ha un problema con i videogiochi e i social, anche se qualcuno ha ammesso di conoscere dei compagni/e che li usano in continuazione.
La percezione che i ragazzi hanno è quella di farne un uso adeguato, senza che ci sia dipendenza e senza riscontrare le difficoltà che sono elencate nella letteratura specifica sul tema o proposte dai giornali con tanto di elaborazioni statistiche e sociologiche.
Quindi il problema non sembra toccare i giovani che ho incontrato in queste occasioni e sembra che siano solo gli adulti – genitori, insegnanti, educatori – a vederne l’emergenza.IMG_2615.jpgIn realtà non è proprio così e soprattutto nella modalità del piccolo gruppo è stato possibile far emergere alcune incongruenze che non hanno accesso immediato al pensiero dei ragazzi/e e che nel grande gruppo e nel metodo della conferenza non risultano subito evidenti.
Questo perché più il contesto è formale e più è numerosa la platea meno i giovani intervengono, a parte quei pochi che hanno il ruolo di leader e che sono più disinvolti nel proporsi agli altri. La maggioranza si limita perlopiù ad ascoltare e alla fine rimane la speranza che qualcosa di quanto si è detto possa essersi sedimentato in qualcuno/a di loro.
Invece il piccolo gruppo è molto diverso perché il contesto è più informale e il confronto e la discussione si creano con facilità e lì è possibile, tramite il riscontro dato dai ragazzi, riuscire a capire il loro punto di vista e individuare le zone nascoste del loro pensiero. E sapere come intervenire.

Un’altra considerazione che traggo da questi incontri riguarda l’impostazione da dare al tema.
Se si pone la questione in un’area problematica, come quella della ‘dipendenza’, le si dà subito una valenza di patologia e di gravità. Viene cioè collocata in una zona alla quale nessuno dei giovani sente di appartenere. È connotata come un problema dal quale si sentono immuni e per difesa alzano le barriere e ascoltano con distacco.
Necessita, quindi, cambiare la prospettiva di partenza se si vuole parlare con i giovani e aiutarli a sviluppare un pensiero su quella che è diventata un’abitudine della vita quotidiana, cioè l’uso delle tecnologie, per comprenderne il significato e la portata; e come possa succedere che per qualcuno ci siano anche compromissioni importanti nelle funzioni sociali e relazionali, oltre che cognitive.

Tra tutte mi sembra esemplificativa l’ultima esperienza, della settimana scorsa, a indicare quanto il piccolo gruppo sia preferibile e come, per trattare l’argomento, non bisogna partire dalla zona problematica. Perché lì, caso mai, si arriva alla fine del confronto. Lì ci si trova poi, dopo aver compreso che la questione coinvolge tutti, a livelli diversi; che il problema non è la montagna che si guarda da lontano ma anche la zolla d’erba sul sentiero che si sta percorrendo, perché può far inciampare e cadere se non la si vede in tempo.
Riporto quindi alcuni momenti di discussione nel gruppo, a rappresentare il modo che hanno oggi i ragazzi per mantenere vive le relazioni e come sia proprio la relazione l’aspetto principale che è emerso nell’uso delle tecnologie. Questo in modo sano, anche se rimangono aperte alcune criticità che è importante condividere con i giovani proprio per evitare derive destabilizzanti.

La descrizione del contesto e del metodo serve già a farsi un’idea di quello che può facilitare questi interventi.
La premessa necessaria è la motivazione dei ragazzi a incontrarsi per parlare di alcune questioni, senza essere obbligati a farlo, magari spinti sì ma non costretti e qui è importante ci siano educatori capaci di dare le sollecitazioni giuste. Come in questo caso.
L’altro aspetto è lasciar introdurre l’argomento dai partecipanti, così da esporre le loro opinioni in merito, senza presentarlo già confezionato come si fa in una conferenza.

Nel giro di presentazione nel piccolo gruppo nessuno dei giovani partecipanti ha evidenziato un problema con social e giochi, come da aspettativa.
Tre o quattro non hanno neppure un profilo FB; qualcuno è anche su Ask e su Instagram; tutti sono poco interessati ai videogiochi.
L’età di accesso a FB si aggira attorno ai 14 anni e l’uso viene descritto come poco assiduo, comunque quasi per tutti giornaliero; per vedere cosa fanno gli altri, per restare in contatto a distanza.
Quasi tutti hanno rilevato che nella loro classe o gruppo di amici qualcuno/a passa molto tempo a giocare o a chattare, anche durante l’ora di lezione. Altri, non loro.
Tutti però hanno whatsapp e lo usano intensamente.
Per quanto riguarda questi ragazzi quindi non sembra esserci nessun problema, loro stessi non ritengono di averne e quanto descritto corrisponde in linea di massima alle varie fotografie statistiche sul fenomeno.

Ma qual è il limite tra un uso sano e un uso normale di questi strumenti, secondo loro?
‘La presenza di ansia quando manca l’accesso segnala l’esistenza del problema’ dice qualcuna, riconoscendo questo sintomo come indicativo di dipendenza, ma che nello stesso tempo li esonera dal riconoscerlo come proprio perché loro non provano ansia se non hanno Facebook (purché abbiano whatsapp, si scoprirà poi!).

Parlando dei vari aspetti che riguardano l’uso dei social e degli strumenti tecnologici sono emerse, nel corso del dibattito piuttosto partecipato, altre verità che all’inizio non erano state prese in considerazione.

Il Tempo ad esempio nella differenza tra ‘tempo lineare’ e ‘tempo circolare’ nella rete, ha fatto emergere le prime zone d’ombra.
Per ‘tempo lineare’ si intende quello dedicato ad una attività consapevole e ben definita, tipo leggere le mail, scrivere una relazione, svolgere una funzione precisa. Si sa quando si inizia e il tempo necessario per finire.
Per ‘tempo circolare’ si intende invece un’attività non definita da un compito preciso e che soprattutto fa leva sulle emozioni, eludendo ogni controllo consapevole. Come ad esempio i videogiochi e chattare sui social: attività queste che sfuggono di mano e fanno perdere la cognizione del tempo per il grado di coinvolgimento emotivo.
A questo punto qualche ragazza si è riconosciuta in queste diverse modalità, soprattutto in quella del tempo circolare, ‘nel quale non ti rendi conto perché ti lasci trasportare’, dice, ‘e in effetti qualche volta succede che il tempo passi senza accorgertene ed è già tardi’.
Può succedere, quindi. Ma ci si rende conto che può succedere solo parlandone con altre persone.

Se per quanto riguarda social e videogiochi la questione è piuttosto tranquilla si fa invece interessante parlando di cellulari.
Tutti i presenti hanno lo smartphone, quindi con il collegamento a internet, perché
‘che te ne fai di un cellulare se puoi solo telefonare?’.
Inoltre nessuno lo spegne mai, neppure la notte. Sempre connessi. Magari non stanno sempre su Facebook o Ask, ma stanno sempre su whatsapp e sono sempre raggiungibili.
E chi sa stare qualche giorno senza il cellulare?
‘Non sia mai! Non è possibile! È successo solo una volta, per una settimana, al campo scuola.’
Al campo scuola eri insieme con quelli dei tuoi gruppi WhatsApp?
‘Si’.
Questo a dimostrazione che quello che conta è essere sempre in collegamento con gli amici, che la relazione è la questione principale anche con le nuove tecnologie. Mantenere il contatto con gli amici, esserci nel rapporto, sapere le cose; adesso lo puoi fare sempre con gli smartphone.
E dare la password a qualcun altro?
‘No, a nessuno.’
Per la maggior parte è uno spazio privato, da non mettere in discussione e soprattutto i genitori devono starne fuori.
E quando si studia un’occhiata la si dà spesso a whatsapp e
‘poi bisogna tornare indietro a rileggere il capitolo, perché non ricordo più niente’
perché l’interruzione ha portato i pensieri altrove.
E si scopre che il vero social per questi ragazzi, quello a cui non si può rinunciare è proprio whatsapp e i gruppi che si creano, e le informazioni che si passano. E il cellulare deve avere la connessione, se no non serve.IMG_2617.jpg

E la lettura?
‘Ma in rete si legge! si leggono i post e si legge la gazzetta dello sport.’
Dice un ragazzo, un biondino estroverso e sicuro di sé. Ma un libro?
‘Me lo posso scaricare sul cellulare.’
E tu leggi un libro sul cellulare?
‘Beh! forse no …’
Nessuno usa l’ebook e il biondino dice addirittura che
‘è inutile, meglio un tablet perché così puoi anche andare in rete e avere altre funzioni’ e a quel punto si scopre che non è così vero che si può fare senza tutte quelle connessioni, come sembrava all’inizio dell’incontro. La preferenza va verso tutti quei strumenti che permettono di stare nel mondo virtuale. Poi si può sceglierete quando esserci, ma non si può starne fuori.

Alla fine, dopo un intenso confronto, si è scoperto che in realtà un po’ di dipendenza ce l’hanno tutti. Magari non patologica, ma senza cellulare nessuno sa stare, soprattutto senza connessione; whatsapp è indispensabile e darci un’occhiata è un’abitudine, anche finché si fanno altre cose, anche quando si studia.
Non rappresenta un problema tutto ciò perché è diventato talmente un uso quotidiano e condiviso, come mangiare e dormire, che nessuno si chiede più come sarebbe senza questi strumenti. Forse se lo chiedono gli adulti, qualche volta, perché senza cellulare hanno vissuto e sanno che si può anche farne a meno, rendendosi conto di quanto si sia infiltrato nella vita quotidiana e abbia cambiato, in una evoluzione che si è fatta velocissima nell’ultimo decennio, il modo di intendere e vivere le relazioni.

Ma, alla fine, dove sta il problema? Si può dire nella mancanza di consapevolezza e nell’assenza di pensiero a fare l’intermediazione con questi strumenti. Perché se lo strumento non è la causa di tanti disagi ha però la caratteristica di amplificarli e richiede nuovi tipi di interventi per affrontarli.
Questi incontri offrono l’occasione per capire come sta evolvendo l’uso delle tecnologie, al di là di quello che dicono i libri e le ricerche; come sta cambiando velocemente tra i giovani, a distanza di 2/3 anni, la prevalenza di un social o l’altro; come si muovono in questo mondo virtuale e soprattutto come manca un pensiero che noi adulti abbiamo invece il compito di portare e far sviluppare.

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