L’esperienza del classico

“Ciò che sopravvive alla peggiore barbarie sopravvive perché generazioni di individui non riescono a farne a meno e perciò vi si aggrappano con tutte le forze – questo è il classico”
J.M. Coetze, Premio Nobel per la letteratura 2003

Domenica sera ho accompagnato mia figlia Elisa a teatro a vedere uno spettacolo di danza contemporanea. Il mio ruolo è stato di accompagnatrice, in quanto non avevo una vera motivazione personale per musica e danza, a differenza sua. Io mi lascio avvolgere dal suono, dall’armonia, dal movimento dei corpi e dalle scenografie, senza però coglierne spesso il senso compiuto.

Titolo dello spettacolo: SERATA BACH
con la compagnia americana RIOULT DANCE NEW YORK .
Su musiche di Johann Sebastian Bach il direttore artistico Pascal Rioult ha costruito quattro coreografie, con 9 ballerini in scena.IMG_3027.jpg
Di questo spettacolo probabilmente non avrei colto appieno il significato se non avessi partecipato alla presentazione organizzata prima della messa in scena. In quaranta minuti il critico di danza Stefano Tomassini, spaziando dalla musica alla danza alla storia al teatro e alla letteratura, ha dato spunti di riflessione sull’importanza del classico oggi e su autori che non hanno avuto paura di usarlo in chiave moderna.

Innanzitutto una breve presentazione del critico Stefano Tomassini (1966). Di formazione umanistica, si è occupato, in sede di laurea e di dottorato, di ermeneutica barocca e di letteratura minore, nonché di poesia del Novecento.
Ha studiato teatro e danza; insegna all’Università Ca’ Foscari di Venezia e all’Università della Svizzera italiana di Lugano. Si è occupato, oltre ad altre cose, della relazione culturale e politica tra musica e danza teatrale.
Studia epopea della danza con musica di Bach da 10 anni.

Tomassini ha parlato di culture e storia, inquadrando i cambiamenti avvenuti nella concezione della danza. Ha definito l’ambito musicale classico, di Bach in particolare, nella fusione con il balletto, ritenendo una conquista del novecento quella di mettere insieme generi diversi come la musica sinfonica e la danza, prima rigorosamente separati.
L’argomento è stato per me talmente affascinante da volerne riportare i punti principali soprattutto in riferimento agli autori citati. Vista l’ampiezza e la complessità, ottimi spunti di approfondimento, ho ritenuto di suddividerlo in temi per maggior chiarezza.

La danza nel teatro
Un autore che, in epoche precedenti, ha creato una mescolanza di generi utilizzando il tema della danza nella commedia teatrale è stato Carlo Goldoni. Nel 1759 ha scritto ‘La scuola di ballo’ e ha parlato della danza come di una vera disciplina dotata di regole. Una rappresentazione che, all’epoca, non ha avuto grande successo. I testi di Goldoni sono stati poi ripresi e interpretati in numerose coreografie del 900.

Il novecento e la danza
È una conquista del novecento ballare la musica che non è stata scritta per danzare.
Il rapporto tra danza e musica per noi oggi appare risolto e nessuno si scandalizza se si mettono insieme i vari generi. Ma nel passato non è stato così.
Non era cosa pacifica, ad esempio, 100 anni fa: non era possibile danzare su musica sinfonica. Isadora Duncan (1877-1927) ha scandalizzato per aver sperimentato nuove tipologie di danza su musiche classiche di Chopin e Beethoven.

Nietszche, Bach e il novecento
La visione della musica e della danza ha cominciato a cambiare nel novecento, in maniera lenta e non certo favorita dal clima storico e politico dell’epoca.
Dopo la seconda guerra mondiale, il secolo scorso è stato caratterizzato per decenni dalla contrapposizione politica e militare tra due imperi (i due blocchi internazionali USA-NATO in Occidente e Unione Sovietica in Oriente) che ha comportato una separazione anche in ambito culturale.
La danza, nel periodo della Guerra Fredda, è stato uno dei campi di battaglia:
l’ex URSS mandava le sue compagnie di danza in occidente per mostrarne la superiorità e l’America mandava in URSS compagnie di ballerini afroamericani a dimostrazione della sua democrazia e libertà.
La cortina di ferro ha impedito anche l’accesso e la visione delle opere di autori che hanno poi avuto un’influenza importante per i cambiamenti nell’ambito musicale e della danza. Gli archivi di Nietzsche e Bach, infatti, si trovavano nella Germania dell’est e quindi difficilmente accessibili all’Occidente, fino alla caduta del muro di Berlino.

L’archivio di Nietzsche, autore bandito nella DDR, si trova a Weimar, che era parte della Repubblica Democratica Tedesca. Negli anni 50 solamente a studiosi italiani era stato permesso di esaminare e tradurre le sue opere.
Friederich Nietzsche (1844-1900) nei suoi scritti ha parlato della danza come di un’arte nobile e antica, espressione di un elemento dionisiaco oscuro che ha scardinato l’idea di classicità, intesa allora. Il filosofo ha riportato alla luce il valore della danza, come simbolo di un nuovo atteggiamento nei confronti della vita e del corpo. Con Nietzsche si è aperto il rapporto della danza con il novecento.

Anche gli archivi di Johann Sebastian Bach (1685-1750) si trovavano nella DDR e non erano disponibili. La separazione dei due blocchi ha comportato anche visioni diverse su di lui. Le interpretazioni sono state di due tipi: un Bach profano all’est e uno sacro nella parte occidentale.
E’ stato il filosofo francese Gilles Deleuze (1925-1995) a contrastare questa separazione affermando che in Bach il sacro e il profano non si separano mai. Bach, quindi, inteso come maestro della complessità e non il pio cantore secondo il modello occidentale. Perché Bach aveva scritto anche tanta musica del genere danza, con un orecchio particolarmente attento al divertimento.

Coreografia
La composizione della danza come forma d’arte a pieno titolo e non come una cenerentola delle arti si è sviluppata nel novecento.
Alla fine della grande guerra danzatori americani e tedeschi si sono trovati e si sono chiesti che senso aveva fare le cose di prima in un mondo cambiato, affermando che bisognava prendere parola contro la guerra. E il linguaggio che avevano individuato era la coreografia.
Così ne scrive Doris Humphrey (1895-1958) coreografa di pensiero e di tecnica in ‘The art of Making Dances’. Scritto nel 1958, poco prima della morte dell’autrice, è la sua autobiografia artistica e anche una storia della danza e della coreografia. È stato pubblicato Italia solo nel 2001 con il titolo ‘L’arte della coreografia’.

“Perché la teoria coreografica è nata all’improvviso negli anni Trenta?
A me sembra che l’emergere di una teoria compositiva della danza sia legata principalmente allo sconvolgimento sociale prodotto dal disastro della prima guerra mondiale. Il trauma della guerra ha toccato anche le esistenze inconsapevoli di molti danzatori, soprattutto in America. Si riconsiderò tutto alla luce della violenza e della disgregazione causata dalla guerra – e la danza non fece eccezione. In due paesi la reazione a questo clima emotivo è stata particolarmente intensa: negli Stati Uniti e in Germania. Qui i danzatori si ponevano alcune domande: ‘Che cosa sto danzando? È qualcosa di valido alla luce di quello che sono e del mondo in cui vivo? E se non lo è, quale altro tipo di danza può esistere e come dovrebbe essere strutturata?’.
Per dieci anni, negli Stati Uniti, i danzatori hanno riflettuto su questi temi, per svincolarsi dai modelli di vita e di lavoro che li condizionavano e per prepararsi a sviluppare un loro nuovo discorso di danza.”

Coreografia come arte di prendere la parola attraverso il corpo in dialogo con la musica.
Bach, in particolare, si prestava ad essere interpretato nella danza.
Bach è diventato così un contemporaneo, il paradiso delle avanguardie di danza che hanno reso possibile una musica scritta nel genere musicale e uno spettacolo legato al linguaggio moderno e alle tecniche del corpo.
L’uso e ricezione della musica di Bach è stato il motivo per parlare di coreografia e Doris Humphrey è stata una delle prime interpreti di questo nuovo linguaggio. Nella Prefazione del suo libro l’autrice ha scritto:

“ …Ascoltai anche, in quel periodo, L’Aria sulla 4a corda di Bach che mi colpì così profondamente da diventare la mia prima composizione come coreografa indipendente… Fu la musica, dunque, il mio primo amore, attraverso di essa fui portata a danzare, nonostante i miei miseri tentativi di suonare io stessa il pianoforte. Mi viene in mente Mozart il quale diceva di preferire la danza alla musica, e certamente la sua musica è una prova vivente della sua devozione alla danza. Ma io giunsi ad amare moltissimo la danza, quasi quanto la musica, e attraversai diversi stadi di evoluzione, in particolare nella coreografia…”

Doris ha sperimentato con la danza moderna un modo diverso di intendere lo spazio e il movimento rispetto alla danza classica: mentre quest’ultima organizza il movimento a partire dalla schiena la danza moderna parte della plesso solare in quanto l’idea è quella di prendere il movimento dal davanti. Questo in sintesi per chi, come me, ne sa poco di danza.
Doris a New York, negli anni 30, aveva creato serate di danza solo con musiche di Bach, provocando sconcerto e critiche perché non si poteva ipotizzare danza moderna su musica classica. Erano coreografie sull’area della quarta corda di Bach.
Doris rispose alle critiche dicendo che usare Bach come aveva fatto significava usare la musica della civiltà contro la barbarie.
La musica di Bach come apogeo della cultura occidentale, quindi, anche se la musica non era più intesa come il tempo assoluto a cui attenersi, come una inutile e fedele riproduzione del passato ma in continuità con il movimento del corpo.

Bach e il classico oggi
John Maxwell Coetze (1940) ha scritto che la sua prima esperienza di classico è stata ascoltare Bach e ha capito che il classico è tale per la capacità di combattere la barbarie.
In “Spiagge straniere” (J. M. Coetzee, Einaudi 2006) il primo scritto è intitolato “Che cos’è un classico?” ed è un tentativo di comprendere perché definiamo classico un certo romanzo o un autore musicale.

“Una domenica pomeriggio dell’estate del 1955, all’età di quindici anni, mentre gironzolavo per il giardino di casa, alla periferia di Cape Town, chiedendomi cosa fare, essendo allora la noia il problema principale dell’esistenza, sentii una musica dalla casa accanto. Fino a quando la musica durò, rimasi paralizzato, non osavo neppure respirare. La musica mi parlava come mai aveva fatto prima.
Stavo ascoltando una registrazione del Clavicembalo ben temperato di Bach. Ne appresi il titolo molto tempo dopo, quando familiarizzai con quella che a quindici anni conoscevo solo – nel modo sospettoso e a volte ostile, tipico dei ragazzi – come “musica classica”…
La mia non era una famiglia di tradizioni musicali. Nelle scuole che frequentavo non si offriva alcuna istruzione musicale, né l’avrei scelta se mi fosse stata offerta: in colonia la musica classica era roba per femminucce …
Poi ci fu il pomeriggio in giardino, e la musica di Bach. Dopo di che cambiò tutto. Un momento di rivelazione che non definirò di tipo eliotiano … ma tuttavia di grande significato nella mia vita: stavo per la prima volta vivendo l’effetto del classico».

 

SERATA BACH
Lo spettacolo intitolato SERATA BACH è un esempio di quanto ha ben descritto Stefano Tomassini nella sua presentazione. La commistione di genere classico (della musica) e moderno (della danza) è l’essenza della rappresentazione.
A dimostrazione che la difficoltà di intendere la mescolanza dei due generi non è scomparsa: due signore, sedute accanto a noi a teatro, dopo i primi venti minuti dall’inizio del balletto se ne sono andate perché avevano inteso come Serata Bach un concerto di musica classica e non uno spettacolo misto.
E per concludere qualche nota sulle coreografie, per quanto è possibile rendere con le parole: una profusione musicale acustica e visiva, composta di quattro pezzi diversi, non sconnessi, con quattro ipotesi di ricezione della musica di Bach, con proiezioni video che scorrono sul fondale.

La prima coreografia ‘Views of the Fleeting World’, del 2008 è ispirata all’omonima serie di xilografie dell’artista ottocentesco giapponese Hiroshige su la musica di Bach ‘L’arte della fuga’. I ballerini, maschi e femmine, sono vestiti senza differenze di genere e ballano su un fondale dove sono proiettate immagini dai colori stupendi.

La seconda coreografia ‘City’ è una creazione del 2010. La musica è ‘sonata per violino e pianoforte n.6 in sol maggiore’. Su un fondale dove sono proiettati palazzi di vetro e grattacieli della città moderna i ballerini sono vestiti in abiti normali. La musica di Bach serve a far emergere le singole individualità dalla folla della city. Alla base c’è un’idea antimoderna della città perché la musica classica fa emergere l’individualità.

Nel quarto pezzo intitolato ‘Polymorphous’ del 2015, su musica di una selezione di Preludi e Fughe da ‘Il clavicembalo ben temperato’ , il cambiamento delle forme dei corpi è reso attraverso proiezioni video e il polimorfismo è una trasformazione continua, né sacra né mondana.

L’ultima coreografia si intitola ‘Celestial Tides’ del 2011 costruita su ‘Concerto Brandeburghese n. 6 in Sib maggiore’ . Come dice Stefano Tomassini il concerto di Brandeburgo serve per capire Bach e basta per riempire ore di discussione e ascolto.

L’esperienza del classico può essere esperienza di musica e emozione, senza tentare di capire tutto ma lasciandosi trasportare e travolgere. Senza dimenticare che ‘Classico è ciò che è umano e si oppone alla barbarie; ciò che resiste e aiuta a resistere all’orrore e alla violenza’.

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