Una psicoanalista a Teheran

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Due anni fa, nel dicembre 2013, ho letto questo libro. Ero rimasta incuriosita da una recensione che lo presentava come una novità, a metà via tra un libro divulgativo e un libro di settore. Però, mi sono detta, le recensioni non sempre dicono cose veritiere. Spesso sono elogiative, marketing necessario per vendere. Non sapevo bene, quindi, come collocarlo e ho tergiversato.

Poi l’ho trovato esposto in libreria e sono rimasta affascinata dall’immagine di copertina e da quel tanto di orientale che fa subito sognare ad occhi aperti. Il lettino, in primo piano nell’immagine, rappresenta in occidente la psicoanalisi. Però il lettino sta bene anche in oriente, ho pensato, richiama il sogno ad occhi aperti e le innumerevoli storie che questo mondo sa narrare. Anche la psicanalisi è un’arte del narrare, oltre che dell’ascoltare e del rielaborare. Narrare è il primo passo, nel rapporto tra paziente e analista.

L’insieme di questi due elementi, oriente e occidente, nel titolo e nell’immagine è stato convincente a sollecitarmi domande e risvegliarmi curiosità.
Curiosità all’inizio di capire se la psicoanalisi è possibile in Iran e nella cultura islamica, in uno stato dove la libertà delle persone non è al centro del sistema, dove la religione condensa in sé tutta la vita culturale e sociale.
Curiosità di sapere se una donna può in Iran svolgere in autonomia una professione che entra nell’animo degli individui in maniera laica.
Chiaramente i miei interrogativi sono frutto anche dei molti stereotipi e pregiudizi di chi non conosce direttamente quella parte di mondo se non attraverso le notizie che giungono dai mass media e dai fatti politici che vengono riportati.

E’ necessario presentare l’autrice per comprendere il senso di questa libro.
Gohar Homayounpour è nata a Parigi da genitori iraniani, intellettuali e colti. A 13 anni si è trasferita con la famiglia in Canada e, più tardi, negli Stati Uniti.
Ha studiato e si è formata in Occidente ma, qualche anno fa, ha voluto tornare a casa in Iran dove vive e lavora. Insegna al corso di Psicologia della Università di Teheran, oltre a praticare privatamente la professione di psicoanalista.

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Questo libro è  il suo resoconto dell’esperienza di psicoanalista a Teheran. Il libro è stato scritto in inglese.

Una delle prime frasi scritte nella prefazione dall’autrice spiega che la narrazione libera è il metodo che ha seguito per scrivere questo libro perché  “Soltanto il processo profondamente intimo del narrare una storia offre la possibilità di confrontarsi autenticamente con se stessi” e proseguendo nella lettura la narrazione è continua. La narrazione degli altri e, attraverso loro, di sé.
E’ un libro che parla di psicoanalisi, si sofferma anche sul metodo attraverso il racconto di un’analisi personale.
Ma è anche un libro autobiografico dal quale emerge la fatica di un’identità costruita e ricostruita tra due mondi, quello di appartenenza al quale fare ritorno e quello della formazione. Tra oriente ed occidente.

Secondo Deleuze e Guattari, l’impossibilità di essere “a casa propria” provoca in noi un malinteso ontologico: la tragedia dell’identità. “Inquietante estraneità” è il concetto freudiano proposto da Kristeva per spiegare tale tragedia.

Non è un libro sociale nè politico, non parla della storia attuale, quella conosciuta dalla notizie che arrivano in Italia, ma come è scritto in Premessa:

“Questo libro presenta l’immagine radiografica della condizione umana in Iran, non è una fotografia degli iraniani a uso turistico”.

Parla del modo di vivere e di sentire, di soffrire delle persone, di temi universali perché   “il dolore è dolore ovunque”. Parla della vicinanza tra le persone, del diverso stile di relazione e di comunicazione, della conquista dell’identità mai del tutto completata. Il narrare di una paziente in particolare, donna che ha vissuto in occidente dove si è formata culturalmente come l’autrice del libro, permette a quest’ultima di esprimere la fatica e l’ambivalenza di passare da un mondo all’altro, la fatica di riconoscersi in modelli diversi.
In alcuni passaggi iniziali mi sono sentita irritata dai numerosi riferimenti intellettuali, ma  ho capito poi che erano un tramite per tradurre pensieri difficili. Interrogativi su se stessi.
Così la lunga digressione su Milan Kundera, scrittore amato dall’autrice, e sui personaggi del suo romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere che Gohar considera in chiave psicoanalitica, fa venir voglia di rileggere il libro e di riscoprirlo sotto questa prospettiva.
Kundera riporta direttamente al padre di Gohar perché ne è stato il traduttore in lingua farsi e quindi si passa dalla letteratura alla vita e al rapporto della scrittrice con il padre.

Non può mancare la riflessione sull’Edipo. Il complesso di Edipo è universale ma viene coniugato diversamente dalle culture. Così in quella occidentale i miti raccontano del figlio che uccide il padre mentre in quella iraniana sono numerosi i miti che raccontano che sono i figli ad essere uccisi. Una cultura della castrazione dove l’obbedienza è tale finché ci sono leggi rigide a controllare i comportamenti. Se manca il controllo superiore ogni ribellione diventa possibile. I giovani iraniani soffrono così l’angoscia della disobbedienza perché nel loro mito se si disobbedisce si viene uccisi. Ma la richiesta di obbedienza assoluta della società iraniana presuppone che ci sia un senso di ribellione sotterraneo che viene frenato solamente dalla legge.
E’ molto interessante, a questo punto, la considerazione, che ne consegue, sulla democrazia. Democrazia nata nella società greca, incentrata sulla conquista del potere e sul rovesciamento del padre.
In Iran c’è invece una cultura del lutto perché uccidendo e sacrificando i propri figli, come nel mito di Urano, si uccide e sacrifica il futuro.
Un modello che permette di fare delle riflessioni sulle diverse culture, quella occidentale e quella mediorientale, che vadano oltre il consueto ragionamento mediato da idee precostituite.

Poi ci sono i pazienti con le loro storie e questa è una parte piacevole del libro. Leggendo le piccole vignette cliniche sono rimasta sorpresa dalla libertà, anche sessuale, che si vive in Iran. Mi rendo conto che i modelli e gli stereotipi riducono la capacità di ragionare e di vedere le cose perché in realtà l’Iran è un grande paese, erede della Persia e patria di una della più antiche civiltà al mondo, con più di 76 milioni di abitanti mentre la tendenza è quella di considerarlo un paese arretrato, ad una sola dimensione.
Affascinante l’ultima narrazione, quella di una donna che racconta il proprio divorzio e la descrizione delle famiglie di gruppo A e di gruppo B. Le prime conservatrici e le seconde impastate di dialogo e confronto. Le prime offrono sicurezza e le seconde offrono dubbi. Ma mentre le seconde preservano la propria capacità di riflettere, l’ordine delle prime fa invece ammalare.

Ritrovare poi un gioiello, poco conosciuto o dimenticato, è splendido.
Nel 1905 Freud ha scritto, riferendo un dialogo a cui ha assistito:

“Zia, parla con me; ho paura del buio.”
La zia allora gli rispose: ”Ma a che serve? Così non vedi lo stesso.”
“Non fa nulla – ribattè il bambino – se qualcuno parla c’è la luce.”

E questo è il senso della psicoanalisi.

…le parole sono le armi più efficaci di cui l’umanità disponga. Usando le parole tutto diventa possibile: esse sono in grado di nuocere come nessun’altra arma di distruzione di massa; ci fanno ridere; ci danno speranza; possono sconvolgere tutti i nostri sistemi mentali; ci trasmettono fiducia e ci danno valore. Persino l’amore deve tutto alle parole, come insegna Lacan.

Alcuni brani che ho piacere di riportare

Molti anni fa mia madre mi aveva domandato se sapessi perché era tanto più importante essere felice anziché ricca, famosa e bella. Perché, ci fa sapere Schopenhauer, se parliamo a un amico di una persona molto ricca, famosa e attraente, subito lui ci domanda: “Ma è felice?”. Viceversa se raccontiamo di qualcuno che è felice, non ci domandano mai se è ricco, famoso o attraente. Oggi, sulla scorta di Simone de Beauvoir, sostituirei “libero” a “felice”.

…la famosa storia dei porcospini raccontata da Schopenhauer; una storia che era piaciuta a Freud tanto da accoglierla nel suo libro delle masse. Questo il racconto:

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini vicini per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripete quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione…

…Naturalente la definizione di calore e di aculeo è diversa per chiunque di noi a seconda della storia di ciascuno. Io parlo soltanto della lotta per raggiungere l’intimità, lotta che si gioca tra il rimanere impigliato e l’aver freddo. O forse, per usare termini lacaniani, non è la distanza dall’Altro che genera angoscia bensì l’eccessiva prossimità all’Altro, accompagnata sempre da cruda angoscia per entrambi.

“Prova ne è”, ci ricorda Freud, ” che quasi ogni intimo rapporto emotivo tra due persone che duri per qualche tempo – matrimonio, amicizia, i rapporti tra genitori e figli – contiene un fondo di sentimenti di avversione e ostilità, che sfugge alla percezione soltanto a causa della rimozione”.

5 thoughts on “Una psicoanalista a Teheran

      • Ci sono delle parti scritte in modo tecnico, è vero, però il libro mi è sembrato discorsivo. L’impostazione è autobiografica e segue una linea di pensiero libera, i riferimenti letterari sono numerosi (a volte confesso irritanti perché troppi) e naturalmente passati attraverso la lente della psicoanalisi. Le ultime 30 pagine sono godibili perché racconta storie di vita, casi passati dal suo studio. Nell’insieme è un libro che parla di psicoanalisi, con qualche tecnicismo, ma in forma autobiografica. A me è piaciuto e ne dò un giudizio positivo. Dipende anche dalle aspettative che si hanno…

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      • Grazie per avermi tolto i dubbi dando una spiegazione dettagliata e chiara. A dire il vero l’argomento mi piace. La psicoanalisi mi ha sempre interessata. Per qualche tempo ho tenuto una corrispondenza con uno studioso appassionato (naturalmente) della sua materia. Mi aveva consigliato dei testi che ho acquistato. Alcuni erano davvero terribilmente tecnici e li ho poi regalati. A dire il vero lui mi aveva avvisata, ma a volte divento testona. Quando poi chiedo aiuto a mio nipote che è psichiatra e psicoterapeuta di spiegarmi dei termini mi “incasino” per benino! 🙂

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