Jean Claude Izzo e Marsiglia

“Le nostre vecchie colonie ora erano qui. Capitale, Marsiglia.”

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Bruno Catalano, Sculture a Marsiglia: Les voyuageurs

Jean Claude Izzo: uno scrittore più attuale che mai nel farci conoscere la realtà delle periferie degradate delle città, l’esclusione di generazioni che crescono senza radici e la perdita di umanità che segna il nostro tempo. Questo tempo che non è cominciato oggi.

Jean Claude Izzo, è nato a Marsiglia nel 1945 da padre italiano emigrato negli anni Trenta, e da madre di origine spagnola, nata in un quartiere di questa grande città di mare. Ha avuto tutte le carte in regola, quindi, per capire a fondo la fatica di crescere in una città che è un incrocio di razze e vite, di generazioni di emigrati. I suoi romanzi parlano di temi politici e sociali.

Per capire l’impegno della scrittura di Izzo è necessario conoscere Marsiglia che con l’immigrazione e la crisi ha fatto i conti prima di tante altre città. Nella introduzione alla ‘Trilogia di Fabio Montale’ Nadia Dhoukar scrive:

Marsiglia è prima di tutto un porto, con le merci, gli scambi e i viaggi che ne sono l’anima. La sua storia è legata al mare ma non solo: anche l’industria ha giocato un ruolo fondamentale. Fra il 1945 e il 1975 la crescita economica attira in città più di 300.00 persone da ogni angolo di Francia, rimpatriati d’Algeria e immigrati. Negli anni Sessanta Marsiglia conosce una profonda ricomposizione sociale, una mescolanza di genti che finiscono per diventare molteplici punti di riferimento culturali e religiosi.

Lo spazio urbano si modella a partire da queste trasformazioni. A nord della Canebiére i quartieri popolari dove Montale lavora in Casino totale: un agglomerato di 80.000 case popolari che ospita più di 250.000 abitanti e dove il tasso di disoccupazione è il doppio rispetto alla media. A sud i quartieri ricchi. Fra il 1975 e il 1990 il comune perde più di 70.000 posti di lavoro fra industria ed edilizia, e i primi a rimetterci sono gli immigrati e i loro figli nati sul territorio francese, come Mouland, che “ci credeva nel sogno dell’immigrazione…”. Da lì trae origine una crisi sociale che è tutt’ora in corso.

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Molti ricordi autobiografici Izzo li ha trasferiti al suo personaggio Fabio Montale, protagonista di tre romanzi noir che fanno parte della Trilogia: Casino Totale, Chourmo e Solea. 

Le assonanze tra Izzo e il suo personaggio principale sono numerose:

da quelle biografiche: il padre di Montale è italiano e la madre spagnola, come i genitori di Izzo;
a quelle di vita: l’ambiente e la vita dell’infanzia descritti nei romanzi sono quelli dell’autore.

Le esperienze di ingiustizia sociale, di divisione e cameratismo tra immigrati, il clima politico degli anni sessanta e settanta, l’adesione al partito comunista e poi l’abbandono, la poesia, il jazz, il giornalismo e la scrittura sono gli elementi che hanno modellato il protagonista dei libri di Izzo.
In Fabio Montale si trova Jean Claude Izzo. E nei suoi libri c’è Marsiglia e il mare e l’esclusione che vivono gli immigrati e il sentimento di rivolta che serpeggia tra i vicoli della città. Leggere Izzo aiuta a comprendere i nostri tempi in cui l’integrazione tra popoli è una sfida tutta aperta, in cui gli integralisti pescano con facilità tra chi si sente emarginato ed escluso in una società dove le differenze sociali ed economiche sono sempre più profonde. I suoi libri aiutano a capire le periferie che si infiammano di rivolta e le città francesi insanguinate da chi ci è nato e cresciuto.

CASINO TOTALE
Scritto nel 1995.
Frasi brevi, lapidarie. Scrittura asciutta, priva di abbellimenti.
Il libro comincia raccontando di Ugo in terza persona e prosegue in prima persona con Montale.
Una morte in apertura, quella di Ugo, ci introduce a Marsiglia, nei suoi vicoli antichi e stretti. Una morte ancora più tragica, quella di Leila, ci porta a percorrerne le strade e a conoscerla meglio.
L’infanzia di tre amici: Ugo, Manu e Fabio, il lungo distacco tra loro nella giovinezza e l’amore di tutti per Lola sono i fili che tengono unita la trama.
Fabio Montale è figlio di immigrati e questo segno distintivo lo accompagna sempre. Fa il poliziotto ma ci sono delle morti di troppo, che lo toccano da vicino e che lo coinvolgono al punto da essere, una volta di più, un poliziotto a sé.
E’ un prodotto di Marsiglia, una città particolare che diventa la vera protagonista dei romanzi di Izzo, con i suoi quartieri, la sua delinquenza, il porto, il mare. E l’immigrazione.

Poi ci sono tutti gli altri, che ho scoperto dopo. Una turba di ragazzini senza altra storia se non quella di essere nati lì. E arabi. O neri, zingari, comoriani. Liceali di ogni categoria, lavoratori al nero, disoccupati, scocciatori, sportivi. L’adolescenza, per loro, era come camminare su una corda tesa, con la differenza che avevano grandi probabilità di cadere. Dove? Era un terno al lotto. Nessuno lo sapeva. Delinquente, tossico, marginale. Prima o poi l’avrebbero saputo. Quando per me era sempre troppo presto, per loro era già tardi. Per ora si facevano beccare per delle cavolate. Niente biglietto sull’autobus, lite fuori dalla scuola, furtarelli al supermercato.

CHOURMO
IL CUORE DI MARSIGLIA
Scritto nel 1996
Un altro capitolo della storia di Fabio Montale e di Marsiglia.
Anche questo secondo romanzo della trilogia apre in terza persona per descrivere l’assassinio di un ragazzino. Continua poi in prima persona con Montale che ha lasciato la polizia dopo le indagini sulla morte di Ugo e di Leila.
In questo libro parla di tante realtà: da quella fondamentalista islamica al razzismo profondo, al disprezzo di chi aiuta gli altri.

…”E il churmo. Sai cos’è?”
Lo sapevo. Churmo, in provenzale, significa la ciurma, i rematori della galera. A Marsiglia, le galere, le conoscevamo bene. Per finirci dentro non c’era bisogno, come due secoli fa, di aver ucciso il padre o la madre. No, oggi bastava essere giovane, immigrato o non. Il fan-culb dei Massilia Sound System, il gruppo di raggamuffin più scatenato che ci sia, aveva ripreso quell’espressione.
Da allora, il churmo era diventato un gruppo di incontro e di supporto di fan. Erano duecentocinquanta, trecento forse, e “sostenevano” diversi gruppi. I Massilia, i Fabulous, i Bouducon, i Black Lions, hli Hypnotik, i Wadada…Insieme avevano fatto uscire un incredibile album. Ragga baletti. Il sabato sera era un vero sballo! …
…Ma non era questo lo scopo del chourmo. Lo scopo era quello che la gente si incontrasse. Si “immischiasse” come si dice a Marsiglia. Degli affari degli altri e viceversa. Esisteva uno spirito chourmo. Non eri di un quartiere o di una citè. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme.
Rastafada!

SOLEA

Scritto nel 1997.

In questo libro il tema della mafia, introdotto nel romanzo precedente, diventa protagonista e le uccisioni sono numerose e crudeli. Dimostrative.
L’analisi sulla mafia, in questo romanzo, si basa su documenti ufficiali e su articoli.

Per lei era evidente che, tra due anni, la Francia avrebbe conosciuto una situazione simile a quella italiana. I soldi neri, quelli che, per definizione, non hanno bisogno di dichiarare l’origine, erano diventati la merce più usata dagli uomini politici. Al punto, mi aveva detto recentemente Babette al telefono, “di scivolare impercettibilmente da una società politica di tipo mafioso a un sistema mafioso”. 

Jean Claude Izzo è morto nel 2000 a 55 anni. I suoi libri (“Il sole dei morenti”, “Marinai perduti”, “Vivere stanca”, “Aglio, menta e basilico”, oltre alla Trilogia noir di Fabio Montale) sono pubblicati da Editore:E/O

In Casino totale Leila viene uccisa brutalmente perché donna, giovane e bella, e figlia di immigrati.

Per lei, figlia d’Oriente, la lingua francese diventava il luogo dove l’emigrante riuniva tutte le sue terre e poteva finalmente posare le valigie. La lingua di Rimbaud, di Valéry, di Char, poteva trasformarsi. Il sogno di una generazione di giovani arabi. A Marsiglia esisteva uno strano francese, una mescolanza di provenzale, italiano, spagnolo e arabo, con una punta di argot e un pizzico di verlan. I ragazzi si capivano alla perfezione con questo linguaggio. Sulla strada. A scuola e a casa era un altro paio di maniche. 

La prima volta che andai a trovarla all’università, vidi le scritte razziste sui muri. Ingiuriose e oscene. Mi ero fermato di fronte alla più laconica:”Gli arabi, i neri fuori!”. Per me, la facoltà fascista era Legge. A cinquecento metri da lì. La cattiveria umana arrivava anche a Lettere! Qualcuno aveva aggiunto, per chi avesse dei dubbi:”Anche gli ebrei”.

Il tizio dell’ufficio sfogliava una rivista porno, con aria stanca. Un perfetto mia. Capelli lunghi fino sulla nuca, pettinatura alla moda, camicia a fiori aperta sul petto nero e villoso, grossa catena d’oro con appeso un Cristo che aveva due diamanti al posto degli occhi, due anelli a ogni mano, Ray Ban sul naso. L’espressione mia viene dall’Italia. Dalla Lancia. Hanno pubblicizzato una macchina, la Mia, che ha un’apertura sul finestrino per permettere di tenere fuori il gomito senza abbassare il vetro. Troppo, per il genio marsigliese!

Il razzismo e la paura dell’ignoranza.

Guardai i suoi figli. I lineamenti erano mosci. Nei loro occhi, sfuggenti, nessun lampo di rivolta. Amari dalla nascita. Avrebbero nutrito odio solo per i più poveri. E per chi avrebbe tolto loro il pane. Arabi, neri, ebrei, gialli. Mai per i ricchi. Si capiva già come sarebbero diventati. Poca cosa. Nel migliore dei casi, autisti di taxi, come il padre. E la ragazza, shampista. O commessa al Prisunic. Dei francesi medi. Cittadini della paura. 

Già a quell’epoca gli arabi non mancavano. Né i neri. Né i vietnamiti. Né gli armeni, i greci, i portoghesi. Ma non c’era problema. Il problema era sorto con la crisi economica. La disoccupazione. Più la disoccupazione aumentava, più si notava che c’erano gli immigrati. E gli arabi sembravano aumentare insieme alla disoccupazione. I francesi, il pane fresco, se l’erano mangiato tutto negli anni Settanta. E il pane secco volevano mangiarselo da soli. Non volevano che gliene venisse rubata neppure una briciola. Gli arabi, ecco cosa facevano, rubavano la miseria dai nostri piatti.
I marsigliesi non pensavano veramente questo, ma gli avevano messo paura. Una paura vecchia come la storia della città, ma, questa volta, facevano una gran fatica superarla. La paura gli impediva di pensare. Di rimettersi in questione, ancora una volta. 

Erano di Marsiglia. Più marsigliesi che arabi. Con la stessa convinzione dei nostri genitori. Come lo eravamo noi, Ugo, Manu e io a quindici anni. Un giorno, Ugo aveva chiesto: “A casa mia e da Fabio, si parla napoletano. Da te, si parla spagnolo. A scuola, impariamo il francese. Ma, in fondo, cosa siamo?”. “Arabi” aveva risposto Manu.
Eravamo scoppiati a ridere. Ed eccoli lì. A rivivere la nostra miseria. Nelle case dei nostri genitori. A scambiare il poco che avevano per il paradiso e a pregare che durasse. Mio padre mi aveva detto:”Non dimenticarlo. Quando arrivammo qui, con i miei fratelli, non sapevamo se, a pranzo, avremmo avuto da mangiare, e poi si mangiava comunque”. Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: “Ci sono. E’ casa mia”.
Marsiglia appartiene a chi ci vive. 

Pensavo spesso al credo di Serge: “Dove c’è rivolta c’è rabbia. Dove c’è rabbia, c’è vita”.

Il mio cuore rimaneva da quel lato di Marsiglia. In “quel calderone dove bolle il più sorprendente concentrato di esistenza”, come diceva Gabriel Audisio, l’amico di Brauquier. E mai niente sarebbe cambiato. Ero un esiliato. I tre quarti degli abitanti della città potevano dire la stessa cosa. Ma non lo facevano. Non abbastanza per i miei gusti. Eppure, essere marsigliese significava questo. Sapere che non si è nati qui per caso.
“Se hai cuore” mi spiegò un giorno mio padre, “non puoi perdere niente, dovunque vai. Puoi solo trovare”…

I padri, a causa della crisi, della disoccupazione, del razzismo, erano ai loro occhi solo dei vinti. Dei perdenti. Senza più nessuna autorità. Uomini che abbassavano la testa, e le braccia. Anche solo per un biglietto da cinquanta franchi.
E quei ragazzini scendevano per la strada. Abbandonati a loro stessi. Lontano dai padri. Senza regole né ideali. Con un unico desiderio: essere diversi dal padre.

L’unica che non riuscivo a tollerare era il razzismo. Durante l’infanzia avevo convissuto con il dolore di mio padre. Per non essere stato considerato un essere umano, ma un cane. Un cane da banchina. Ed era solo un italiano!…
…Era solo il simbolo di una polizia che mi disgustava. Quella in cui si fanno passare davanti ai valori repubblicani, alla giustizia, all’uguaglianza, le idee politiche o le proprie ambizioni. Esistevano tonnellate di Pertin. Pronti a tutto. Se un giorno le periferie fossero esplose sarebbe stato a causa loro. Del loro disprezzo. Della loro xenofobia. Del loro odio. 

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