La festa dell’insignificanza

Sembra veloce da leggere questo libro, e breve, ma nel procedere ci si accorge che non è così. E’ necessario soffermarsi e tornare indietro perché tante cose sfuggono e non è facile capire se si è distratti oppure se è il romanzo ad essere sfuggente. Unknown-1.jpeg

D’altra parte il titolo è esplicativo: “l’insignificanza”. Dopo un po’ di lettura, viene da chiedersi se è un titolo ironico e anche un po’ sarcastico oppure se vuole rappresentare seriamente un concetto. Probabilmente entrambe le cose.
I protagonisti sembrano una banda di amici che attraversano la vita con leggerezza e pensieri pesanti insieme, portatori di quel senso di “insignificanza” che l’autore vuole rappresentare in piccole cose, in fatti che non si collegano del tutto con l’insieme, cose e accadimenti apparentemente senza senso, appunto.
La piuma sul soffitto alla festa che concentra l’attenzione di tutti e coglierla sembra un atto eroico;
l’ombelico come centro dello sguardo;
le pernici di Stalin e Königsberg, la città di Kant, rinominata Kaliningrad;
la bottiglia di Armagnac sull’armadio;
le file infinite alla mostra di Chagall;
tante piccole scene che costruiscono un mosaico di pensieri.
I personaggi acquistano un contorno definito, uno spessore quasi, verso la fine del libro, anche se sembrano tante parti di un’unica persona.

Alain con il tema dell’abbandono della madre, il suo essere ‘chiediscusa’ e l’ossessione dell’ombelico.

E Alain:” Passeggiare così, con l’ombelico all’aria, è la moda di oggi. Dura da circa dieci anni”.
“Passerà come tutte le mode”.
“Ma non scordare che la moda dell’ombelico ha inaugurato il nuovo millennio! Come se qualcuno, in quella data simbolica, avesse sollevato una tenda che per secoli ci aveva impedito di vedere l’essenziale: che l’individualità è un’illusione!”.
“Si è indubbio, ma che c’entra l’ombelico?”.
“Sul corpo erotico della donna, ci sono alcuni luoghi d’oro: ho sempre pensato che ce ne fossero tre: le cosce, le natiche, il seno”.
Ramon rifletté e: ”Perché no…” disse.
“Poi, un giorno, ho capito che dobbiamo aggiungerne un quarto: l’ombelico”.
Dopo un istante, Ramon annuì: “Si. Forse”.
E Alain:” Le cosce, il seno le natiche hanno in ogni donna una forma diversa. Questi tre luoghi d’oro, quindi, non sono solo eccitanti ma esprimono al tempo stesso l’individualità di una donna: Non puoi sbagliarti sulle natiche di colei che ami: le natiche amate, le riconosceresti tra centinaia d’altre. Ma non puoi identificare la donna che ami dal suo ombelico. Tutti gli ombelichi sono uguali”…..
…..E Alain “ Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio vivremo all’insegna dell’ombelico……….” 

Charles e le sue storielle su Stalin e Kalinin; aneddoti che raccontano un pezzetto di Storia vista dai margini, dal buco della serratura (anche le piccole cose fanno la storia).

Caliban che recita la sua parte di cameriere pakistano.

“Tu e Charles vi siete inventati la farsa del pakistano per divertirvi durante cocktail mondani dove non siete che i poveri lacchè degli snob. Il piacere della mistificazione doveva proteggervi. E’ stata del resto la strategia di tutti noi. Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio……” 

Ramon teso tra Quaquelique e D’Ardelo e alla ricerca del buonumore.

E Ramon proseguì:” Ah, il buonumore! Tu non hai mai letto Hegel. Ovvio. Nemmeno sai chi è. Ma il nostro maestro che ci ha inventati un tempo mi ha costretto a studiarlo. Nella sua riflessione sul comico, Hegel dice che il vero umorismo è impensabile senza l’infinito buonumore, ascolta bene, lo dice a chiare lettere: “infinito buonumore”; “unendliche Wohlgemutheit”. Non lo scherno, non la satira, non il sarcasmo. Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne”.
Quindi, dopo una pausa, il bicchiere in mano, disse lentamente:” Ma come trovarlo, il buonumore?”…. 

Due tipi di persone nel teatrino delle marionette di Kundera sembrano voler essere rappresentate: le persone brillanti e quelle insignificanti. Che poi alla fine non si riesce a capire chi è l’uno o l’altro. Perché probabilmente tutte sono portatrici di insignificanza.
Tutti si ritrovano a raccontare una bugia o a fare qualcosa di incomprensibile, a rappresentare l’insignificanza nella vita, ma anche a riflettere su di essa ed è amaro il risultato di fondo.

C’è una cosa, D’Ardelo, di cui volevo parlarle da tempo. Del valore dell’insignificanza. […] l’insignificanza mi appare sotto un aspetto del tutto diverso, sotto una luce più forte, più rivelatrice. L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna imparare ad amarla. […] Respiri, D’Ardelo, amico mio, respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore…

Alla fine l’insignificanza sembra avere una doppia valenza.
Quella più immediata e semplice, che parte dalla sua definizione “ciò che è insignificante” – dove per insignificante si definisce qualcosa di “scarso, privo di un vero e proprio significato, che significa poco o nulla; di nessun peso o valore” (Treccani) – ha una connotazione negativa, e diventa una caratteristica dell’oggi in cui le piccole cose nella loro banalità e mediocrità attirano l’interesse delle persone; in cui la stupidità prevale su tutto e si può solo riderne; in cui la ripetizione è la cosa che viene più richiesta e considerata degna di valore mentre ciò che rende unici, differenti è soppiantato dalla ripetibilità, dalla serie, dal marchio che omologa, che si fa riconoscere.
Ma l’insignificanza rende anche irripetibile un gesto, un momento, un’esperienza, un’illuminazione del pensiero e del sorriso; quella che fa di una persona un essere unico e differente da tutti. Qualcosa di umano, quindi. E questo valore dell’insignificanza è quello più nascosto e incomprensibile perché trova solo significati individuali.

Milan Kundera
La festa dell’insignificanza
Adelphi, 2013

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