Il silenzio che uccide

La vicenda, a grandi linee, la conosciamo tutti. O forse no, perché è difficile leggere di orrori che si compiono sul corpo di minori, che non possono difendersi, non possono comprendere e, più spesso di quanto ci si immagina, non possono chiedere aiuto.

Comunque, la si conosca o no, è di aiuto inquadrarla con le informazioni essenziali, reperibili dai giornali.
La bambina che si chiamava, inappropriatamente, Fortuna è morta precipitando dall’ottavo piano di un palazzo di Caivano (Napoli) il 24 giugno 2014. Dall’autopsia è emerso che aveva subito “abusi sessuali cronici”.
In questi giorni le indagini hanno portato all’accusa di Raimondo Caputo, 43 anni, già in carcere da novembre 2015, per avere abusato delle figlie della convivente Marianna Fabozzi, la quale è indagata per omicidio colposo a seguito della morte di un altro figlio, Antonio Giglio, che il 28 aprile 2013 all’età di 3 anni è precipitato dalla finestra. Dello stesso palazzo. Un anno prima della morte di Fortuna.
Ci sono, in questa vicenda, più minori che sono stati oggetto di abuso; da un fatto si viene a conoscenza di altri, sembra una catena del Male; si scoprono silenzi e omertà da parte di un grande numero di adulti, proprio quelli che avrebbero dovuto avere funzione di cura e protezione degli stessi bambini, abusati e morti.
La storia di Fortuna, Antonio e delle sue sorelline è tre volte traumatica perché oltre all’abuso sessuale c’è la morte e anche la violenza del silenzio di chi sapeva e ha taciuto. Su questo silenzio è necessario interrogarsi perché il non riconoscimento e la negazione dell’esistenza di fatti gravi come il maltrattamento e l’abuso su minori portano al suo perpetuarsi.IMG_1499.jpg

Cosa dicono i dati
Nella realtà fredda delle statistiche i dati sono abbastanza chiari, ma poco conosciuti.

Una delle ultime indagini nazionali sul maltrattamento è stata presentata alla Camera dei Deputati nel 2015 ed è stata condotta da Terre des Hommes e CISMAI (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia) con la collaborazione di ANCI e ISTAT.
L’indagine (i dati si riferiscono al 31.12.2013) è stata condotta su un campione di 231 comuni italiani statisticamente rappresentativi del territorio nazionale e ha intercettato 2,4 milioni di popolazione minorile.
Sono 457.453 i casi di minorenni residenti seguiti dai Servizi Sociali.
Di questi 91.272 sono maltrattati (9,5 ogni mille minori residenti).

I dati dicono che maltrattamenti e abusi sono più numerosi al Sud ( 273,7 ogni mille) e a Centro (258,9 ogni mille) rispetto al Nord (155,7 casi ogni mille).
Sembra che i Servizi Sociali al Nord funzionino meglio e assistano un numero maggiore di minori riuscendo quindi a svolgere opera di prevenzione, mentre al Sud e al Centro arrivano ai Servizi solo i casi più gravi e conclamati.

Sono più esposte le femmine: su 1.000 bambine assistite 212,6 sono in carico per maltrattamento mentre su 1.000 maschi sono 193,5 quelli seguiti per lo stesso motivo.

I bambini stranieri sono i più esposti al maltrattamento. Tra la popolazione minorenne straniera residente i bambini maltrattati sono il doppio rispetto a quelli italiani maltrattati: 20 bambini stranieri ogni 1.000 contro gli 8,3 per mille degli italiani.

La prima tipologia di maltrattamento è la Trascuratezza fisica e materiale (47%); la seconda è la Violenza assistita (19,4%), mentre l’Abuso sessuale è al sesto posto con una percentuale del 4,2%.
Un’osservazione sui dati rilevati riscontra che l’Italia è in linea con altri Paesi per la rilevazione di Trascuratezza e Violenza assistita mentre i dati riguardo l’abuso sessuale sono fra i più bassi registrati nei paesi sviluppati.
“Sarà utile, quindi, fare una riflessione approfondita per capire se si tratta di una difficoltà di emersione e rilevazione da parte dei Servizi o di una effettiva ridotta prevalenza”.

La verità sommersa
Fortuna è stata una bambina che ha subito “abusi sessuali cronici”, come è emerso dall’autopsia, ma nessuno sembrava esserne a conoscenza finché era viva. Questa e altre situazioni, che emergono nelle interviste confidenziali delle persone adulte, fanno pensare che i dati dell’abuso sessuale di minori rilevati siano dati per difetto. Gli abusi sessuali accertati sembrano essere in numero inferiore a quelli reali perché ancora oggi lo strumento scientifico più adeguato è basato sulla ricerca retrospettiva che si svolge attraverso l’ascolto clinico di storie passate di abuso. E la persona passa dai sintomi originati dal trauma per arrivare al clinico, spesso quando è adulta; in una psicoterapia emergono gli effetti devastanti di quanto ha subito nell’infanzia, senza mai avere rivelato prima, a nessuno, l’accaduto.
A conferma del silenzio sugli abusi sessuali subiti nell’infanzia ci sono dati di varie ricerche che mostrano come la maggioranza delle situazioni di violenza non viene rivelata se non dopo molto tempo:
una ricerca è stata svolta con ragazzi e ragazze delle scuole superiori nel 2003 ed esposta da Pellai nel suo libro “Un’ombra sul cuore”;
un’indagine retrospettiva su maltrattamenti e abusi in età infantile da parte dell’Istituto degli Innocenti è stata fatta nel 2006;
la ricerca svolta a Vicenza nel 2005 dall’Associazione per la tutela dei diritti del bambino mi sembra molto esplicativa e su questa mi soffermo.
A questa ricerca hanno aderito 14 Istituti Superiori e sono stati coinvolti 1298 studenti.
I risultati emersi confermano altri monitoraggi precedenti (Ginevra, 1995 e Milano, 2002) e cioè che gli studenti che dichiarano di aver subito durante l’infanzia diverse forme di violenza sono il 31% dei soggetti monitorati. Di questi il 17% dichiara che si è trattato di violenza sessuale, l’11% di violenza psicologica e il 3% di violenza fisica. Non ci sono differenze sostanziali tra i diversi tipi di istituto scolastico, né tra capoluogo e provincia.
La maggior parte degli abusi della ricerca non ha denuncia.
Su 181 violenze dichiarate solo 5 casi si sono rivolti agli operatori sociali o scolastici e solo 3 casi hanno fatto denuncia alla Magistratura per la violenza sessuale subita.
95 studenti (il 52,5% delle vittime di violenza sessuale) hanno rivelato per la prima volta la violenza attraverso questo monitoraggio e non ne avevano mai parlato prima.
Spesso l’abusante era una persona conosciuta o un parente o un amico di famiglia; persone che hanno approfittato del rapporto di fiducia.

Perché gli abusi sono numerosi però quelli accertati sono così pochi?
Il Negazionismo è più diffuso di quello che si creda. Anche in ambito sociale, sanitario, scolastico. Perché, come scrive Judith Herman “The ordinary response to atrocities is to banish them from consciousness” (La risposta ordinaria alle atrocità è di bandirle dalla coscienza).
È difficile ascoltare storie inenarrabili.
È difficile ascoltare la sofferenza.
L’adulto di fronte a questi temi si spaventa, si trova a dover sopportare una informazione imprevista e disturbante e spesso succede che la rifiuti. Anche gli adulti più empatici, anche gli insegnanti e i genitori stessi messi di fronte ad una rivelazione di abuso sessuale su un bambino o una bambina hanno moti di incredulità e manifestano dubbi.
Molte persone da adulte, quando si trovano a raccontare quello che hanno subito nell’infanzia in un ambito protetto e terapeutico, riferiscono che i loro tentativi di rivelare le molestie e le violenze ai genitori fallivano miseramente perché non erano creduti ed erano tacciati/e da bugiardi. Oppure parlano di madri che non si sono accorte o non hanno voluto accorgersi di quanto succedeva nell’ombra della camera da letto tra il padre e la figlia.
In queste situazioni il trauma è doppio perché il bambino viene lasciato solo con i suoi vissuti di rabbia e paura; viene lasciato solo e in silenzio senza nessuna possibilità di condivisione dei dubbi e dei sentimenti che lo sommergono.
È quindi doppiamente grave quando viene a mancare l’adulto contenitore, quello che aiuta il bambino a tenere insieme i pezzi, che lo aiuta a trovare le parole e che non si spaventa di fronte all’orrido.
Perché la vittima non chiede aiuto? Perché non racconta quello che succede agli adulti che sono vicini e dovrebbero proteggerlo (quando non sono loro stessi i mostri)?
La violenza non accede al pensiero e alla parola: il trauma che una violenza o un abuso provocano blocca il pensiero e riduce la vittima a una condizione di silenzio. C’è la vergogna e la paura di non essere creduti. E più bassa è l’età meno sono gli strumenti di comprensione di quanto accade.
Per questo serve che il mondo degli adulti diventi competente a capace di ascoltare i bambini, di cogliere il significato dei loro comportamenti, dei loro sintomi; perché più un bambino è piccolo più usa il corpo per comunicare quello che prova.
Serve sapere ascoltare.
Serve dare parole a tutto ciò che riguarda il corpo e la sessualità, senza mantenere i bambini nell’ignoranza con l’illusione di proteggerli dal lupo cattivo. Perché i bambini lo devono riconoscere il lupo cattivo, il mostro che può violarli nel corpo e rubargli l’anima. E lo riconoscono solo se gli vengono fornite le informazioni giuste, gli strumenti per comprendere quando qualcosa è per loro o contro di loro.

Per concludere sulla vicenda di Fortuna bisogna non cadere nella tentazione di dire: quello è un ambiente degradato e certe cose possono succedere solo là, dove la violenza è di casa, dove la povertà economica sociale e culturale si tocca con mano. In certi contesti è vero che la disattenzione ai diritti dei bambini e alla loro tutela è più evidente, ma la violenza su di loro non ha appartenenza sociale ed è più diffusa di quello che si pensa. Come dicono i dati.

Senza più bandire dalla coscienza quello che succede nell’ombra

5 thoughts on “Il silenzio che uccide

    • Freud ha scritto che, in ordine, i mestieri più difficili sono il genitore, l’insegnante e lo psicologo. I figli mettono a prova ogni ideale e ogni aspettativa e nessun genitore riuscirà mai ad essere perfetto. È già tanto riuscire ad essere ‘sufficientemente buono’. Ma in caso di abuso e maltrattamento quello che manca (ed è grave) è l’attenzione e l’empatia.

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      • Condivido, sì. E sono d’accordo con Freud, anche sulla figura dello psicologo. Uno psicologo puó davvero fare disastri e ne so qualcosa.

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      • Chi ha a che fare con le persone – soprattutto se per lavoro ha un’influenza come quella di valorizzare o al contrario sfavorire qualità o attitudini, di colludere con temi personali e amplificarli – ha una grossa responsabilità. Nel lavoro con la psiche nessun intervento è neutro e per questo serve sempre una solida preparazione specifica.

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