Senza più bandire dalla coscienza quello che succede nell’ombra

Secondo la definizione dell’OMS si configura una condizione di abuso e di maltrattamento allorché i genitori, tutori o persone incaricate della vigilanza e custodia di un bambino approfittano della loro posizione di privilegio e si comportano in contrasto a quanto previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino. (Caffo, Camerini)

Allontaniamoci dai fatti tragici di Caviano e dalla morte di Fortuna e Antonio, piccole vittime di una violenza che si mostra cruda e senza maschere. Se ci siano stati così tanti silenzi e omertà da parte di chi poteva e doveva sapere lo stabiliranno le parti competenti; così come se i segnali, i sintomi, che Fortuna manifestava potevano essere interpretati prima.
Allontaniamoci dagli episodi di violenza conclamata sui minori, quelli che giungono alla cronaca e che sollevano clamore mediatico, che svegliano le coscienze e creano allarmismi passeggeri.
Riflettiamo su altre forme di abuso, che violente non sono almeno nel comportamento, e che sono più nascoste e diffuse. Quelle che non arrivano mai sui giornali e neppure nelle aule dei tribunali, ma se va bene sono rivelate nelle stanze chiuse della psicoterapia o della psichiatria. Quelle che nascono da un rapporto di affetto e fiducia, cavallo di Troia per conquistare il bisogno di attenzione e considerazione di un bambino/a. Pensiamo a quegli abusi che avvengono in famiglia, o nella cerchia vicina, da parte di un nonno o uno zio o un cugino più grande oppure di un intimo amico dei genitori.
Non un padre, quello lo lascio da parte per il momento, perché riguarda aspetti ancora diversi e ancora peggiori, da approfondire a parte.
Un dato innegabile innanzitutto è che sono quasi sempre persone di genere maschile, gli adulti che abusano di bambini. Quando le donne sono coinvolte sono soprattutto complici o passive spettatrici, se non vittime a loro volta. E le vittime minori sono prevalentemente di sesso femminile, ma non solo, anche i bambini maschi sono oggetto d’abuso.

Cosa succede quando l’adulto implicato è una figura importante in famiglia, per il ruolo che ricopre e per il legame affettivo che esiste con il bambino/a?
Il rapporto che si viene a stabilire tra lui e il minore che, in quel momento, è il favorito delle sue attenzioni, è un rapporto unico e privilegiato da conservare nello scrigno dei segreti più preziosi del bambino/a. Poi quando questi cresce e comincia a capire che le cose che capitano con quell’adulto non sono la normalità, si trova diviso nei sentimenti perché da una parte l’affetto per questa persona è aumentato, proprio in ragione del legame unico, dall’altra il disprezzo e l’orrore di quanto ha compreso lo riducono al silenzio. Non vuole portare dolore in famiglia perché pensa: cosa diranno i miei genitori? Che dolore proveranno a sapere quello che ha fatto il nonno o lo zio o l’amico? Lo manderanno via? Oppure non crederanno alle cose che dico?
In una psicoterapia emergono fatti di questo genere, raccontati quando la persona è ormai adulta e non riesce più a tenere nascosto dentro di sé questo terribile segreto che ha il potere di spargere veleno in tutte le sue relazioni affettive, minando la fiducia di base. Emerge come un torrente in piena che ha rotto gli argini, perché i pensieri si sono disorganizzati e devono trovare parole che restituiscano un significato al proprio essere.
Il fatto è che le relazioni sessualizzate tra adulti e minori vengono misconosciute, spesso negate e anche giustificate in silenzio. La cosa non si dice, soprattutto in questi anni in cui i diritti dei bambini sono esportati in pompa magna, se ne parla spesso, sono sulla carta, sono leggi internazionali. Però molta cultura di fondo va in un’altra direzione.
A conferma di questa osservazione ho pensato di riferirmi non alle storie reali, troppo private per essere raccontate, ma a pagine della letteratura, sia di romanzi che scientifica, ricche di situazioni che aiutano a comprendere la particolarità dei legami che si possono creare tra un bambino/a e un adulto significativo. E soprattutto perché rendono evidente come nell’immaginario collettivo sono sedimentate forme di giustificazione e negazione della gravità di una relazione sessualizzata tra adulti e un bambine/i.

Un esempio famoso in letteratura è quello di “Lolita”, il romanzo di Vladimir Nabokov, pubblicato nel 1955. È il romanzo probabilmente più famoso e crudo sull’amore tra un adulto e una ragazzina. Senza entrare in merito alla trama del romanzo, nota anche in ragione dei film che ne sono stati tratti, mi soffermo sullo sguardo del protagonista, un professore di mezza età, verso Dolores la ragazzina di 12 anni che chiama Lolita: la vede maliziosa e seducente e rimane attratto dalla sua spregiudicatezza sensuale. Come dire che la provocazione di una bambina produce quanto succede in seguito. Cioè un rapporto incestuoso e una ossessione amorosa.

Ma preferisco soffermarmi su un romanzo meno famoso “La fattoria dei gelsomini” di Elisabeth von Arnim per mostrare come nel pensiero comune sia sottaciuta la particolarità del legame tra un uomo adulto e una ragazzina.
L’attrazione e l’affetto che unitamente a bisogni insoddisfatti portano a una relazione pericolosa sono descritti dalle parole dell’adulto.
Andrew è un uomo grigio e spento, gode della profonda fiducia di una ricca signora vedova ed è il suo consigliere e amministratore. Il legame che si stabilisce con Terry, l’unica figlia di lei, è un legame che oggi definiremo incestuoso ma che in altri tempi (nel libro siamo nei primi anni del novecento) era considerato soprattutto come un tradimento, perché lui era sposato (con una ragazza, ancora! molto più giovane di lui) e oltretutto appartenente ad una classe sociale inferiore. Mai, nel libro si fa parola di abuso, anzi l’attrazione non viene descritta come sessuale ma come una comunione di anime e di interessi, eppure … ascoltiamo i pensieri di Andrew:

A tutti gli uomini piace spiegare e, in Terry, Andrew aveva trovato una perfetta ascoltatrice.

Allora Terry aveva i capelli biondi arruffati e tagliati alla maschietta e le unghie cortissime. Desiderava un eroe da venerare, e non trovando nulla di meglio aveva scelto lui. Dio santo, com’era facile per un uomo maturo indurre una bambina, una ragazzina, a venerarlo! Bastava solo prestarle un po’ di attenzione, e parlarle; e se per giunta aveva una sfilza di medaglie al valore sul petto, e arrivava dritto dal fronte, e per di più era depositario, come nel suo caso, delle ultime volontà del padre deceduto, ecco spiegato motivo di tanta adorazione.
Terry aveva cominciato ad adorarlo fin da subito…
Naturalmente Terry, vedendo l’amata madre trattarlo in quel modo, lo prese per una specie di dio, pendendo letteralmente dalle sue labbra…
Che contrasto rigenerante era quella bambina intelligente rispetto alle sue donne di Dorret Street!. avevo bramato per anni di avere una compagna verso cui nutrire un affetto semplice e sincero.

Come vediamo la letteratura della prima parte del novecento è ricca di tracce che oggi consideriamo per quello che sono: modi di pensare che non si svelano e che tendono a negare o giustificare l’esistenza di una sessualizzazione nei rapporti degli adulti con i minori.

Nella realtà possiamo invece rintracciare nella biografia di Virginia Woolf episodi di pesanti molestie sessuali subite nell’infanzia e coperte dall’ipocrisia di retaggio vittoriano. La scrittrice ha rivelato di averle subite da parte del fratellastro George Duckwort, nato dal primo matrimonio della madre, e adulto rispetto a lei.
In A Sketch of the Past (Un bozzeto del passato) Virginia scrive, un paio di anni prima di suicidarsi:
“Ricordo la sensazione delle sue mani che scorrevano sotto i miei vestiti; si muovevano risolutamente e con decisione sempre più in basso, ricordo quanto speravo che si fermasse; ricordo come mi irrigidii e mi dimenai mentre la sua mano si avvicinava alle mie parti intime. Ma non si fermò”.
All’età di 59 anni, due mesi prima di morire annegandosi nel fiume vicino a casa con grosse pietre in tasca, il 12 gennaio 1941 ha ricordato ancora:
“Tremo ancora per la vergogna ricordando il mio fratellastro che, dopo avermi messa in piedi su un davanzale, quando avevo circa sei anni, si mise a esplorare le mie parti intime”.
In Virginia Woolf l’esperienza di abuso sessuale che lei e probabilmente anche la sorella Vanessa hanno subito da parte del fratellastro è rimasta indelebile nei suoi ricordi e ha segnato la sua vita. Alcuni dei suoi biografi riferiscono a questi traumi infantili la sua freddezza nei confronti del sesso e del corpo, i suoi disturbi alimentari, le sue ossessioni e il suo male di vivere. Una donna, una scrittrice sempre sull’orlo del “crollo nervoso” e del suicidio.
Uno psichiatra di fama mondiale come Thomas Szasz ha messo in secondo piano i fatti raccontati da Virginia Woolf sulla sua infanzia. Nel suo libro dedicato alla scrittrice “La mia follia mi ha salvato”, pubblicato nel 2006, scrive

“da ragazzina subì, credette di avere subìto, abusi sessuali…
…Quando si cerca di capire Virginia Woolf, c’è il pericolo di sopravvalutare gli effetti della violazione sessuale che subì nell’infanzia. Io credo che ogni bambino sia violato, in un modo o nell’altro. È il destino dell’essere bambino…
…Se Virginia tremava a quel pensiero e in quel tempo, era perché lo sfruttava come ricordo giustificativo dello stile di vita che si era scelto, con le conseguenze nelle quali si era impegolata…
…Soffermarsi sugli effetti traumatici dell’abuso sessuale sui bambini, specialmente sulle bambine, è diventato di moda dai tempi di Freud e ora è di rigore nella letteratura femminista e psichiatrica”.

Il pensiero di Szasz sulla sopravvalutazione degli abusi sessuali sui bambini conferma la difficoltà, anche di una certa classe di specialisti della salute mentale, di credere che possano essere reali.
La sessualizzazione del legame tra adulti e bambini è un tema delicato che una manciata di decenni fa non veniva neppure riconosciuto nei manuali diagnostici dei disturbi psichici. Basti pensare che il trauma non era compreso tra le categorie diagnostiche nell’edizione del 1980 del DSM (Manuale diagnostico dei disturbi mentali).
Inoltre nel 1975 in un manuale psichiatrico americano (Hendersn, 1975, p.1536) si trovava scritto
“L’incesto è estremamente raro, si verifica in un caso ogni 1,1 milioni di persone…
…Non ci sono opinioni concordi sul ruolo dell’incesto come causa di patologie. Il legame padre-figlia soddisfa gli impulsi sessuali in una situazione dove l’alleanza con un adulto onnipotente permette la trasgressione…L’atto dà l’opportunità di un test di realtà per una fantasia infantile le cui conseguenze sono gratificanti e piacevoli…Tale attività incestuosa diminuisce il rischio di psicosi e permette un migliore adattamento al mondo esterno…e la grande maggioranza di queste ragazze non hanno ricevuto danni dall’esperienza dell’incesto”.

La scelta di questi riferimenti letterari non è casuale. Innanzitutto perché raccontano bene i profondi legami esistenti e il terreno affettivo in cui avvengono molti abusi; anche se non sono romanzi recenti ci offrono parole di una grande chiarezza per insegnarci che il pensiero di fronte a situazioni simili tende ad essere di tipo giustificatorio, quando non negazionista; solamente se i fatti sono manifesti e scoperti la coscienza comune si ribella e la considera un’atrocità.
Dal punto di vista scientifico e specialistico vediamo come sia difficile anche per chi è del settore della salute mentale districarsi tra varie teorie che sottolineano l’incidenza del problema oppure la sottovalutano. Le ricerche e la pratica clinica hanno aiutato però negli ultimi decenni a dare peso e valore a tante situazioni, a non negarle tout-court e ad approfondire le correlazioni tra quanto si è subito nell’infanzia e il rischio di sviluppare disturbi psichici di tipo traumatico.

Il silenzio che uccide

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