Bijou (l’abbandono)

Chi ha vissuto l’abbandono nell’infanzia può trascorrere la vita come in un brutto sogno, alla continua ricerca di un senso che possa riconciliarlo con quello che è stato. E questa ricerca è necessaria per non restare imprigionati in un blocco di ghiaccio
“Sei lì perché hai voluto ripercorrere un’ultima volta il corso del tempo per cercare di capire… … per sapere se c’era una strada diversa da prendere e se le cose sarebbero potute essere altrimenti”.

Patrick Modiano
Bijou
Einaudi, 2005

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È un romanzo breve, questo di Patrick Modiano, un libricino di 125 pagine che si legge velocemente. Comprato qualche tempo fa e dimenticato ingiustificatamente, tra libri non ancora letti, l’ho scelto recentemente come lettura per un viaggio in treno e…

Le prime pagine del romanzo si aprono proprio in una stazione “…alla stazione del metrò Châtelet nell’ora di punta”.
Qui incontriamo due donne: la diciannovenne Thérèse/Bijou, Io narrante, e una donna con un cappotto giallo, sbiadito. Thérèse inizia a seguire questa donna convinta, dalla somiglianza dei tratti del viso e dal suo passo da ballerina, che sia la madre che l’ha abbandonata dodici anni prima e che credeva morta. “Era veramente morta?” si chiede spesso, nel racconto, Thérèse.
Inizia il suo viaggio per le strade di Parigi alla ricerca di tracce del passato, per ritrovare i luoghi dove ha vissuto con la madre nella sua prima infanzia “Ogni volta provavo un certo sollievo a scoprire gli indirizzi dei luoghi di cui serbavo un ricordo sfuocato, ma che tornavano senza tregua nei miei incubi”.
Il suo diventa ben presto un viaggio interiore, fatto di ricordi e di domande, di vuoti e di un sentimento di profonda solitudine che lascia nel lettore un senso di estraneità.

Mi viene spontaneo leggere questo romanzo come una lunga seduta di psicoterapia perché l’indagine psicologica di Thérèse, lo svelamento dei suoi pensieri e sentimenti, si svolge in modo simile; nella confusione e nei vuoti della memoria, nella fatica di rimettere insieme pezzi di vita, di riconoscere le emozioni, di attraversare la sofferenza dei ricordi rimossi, di pacificarsi con l’inaccettabile.
Il bisogno di capire le ragioni di un abbandono materno (anche paterno) diventa un’esigenza fisica e si traduce nel male di vivere in un mondo percepito come freddo e distante. Così è per Thérèse, che impersona chi ha subìto il distacco da un genitore.
I ricordi, dapprima confusi “Gli anni mi si confondevano in testa” , semplici tracce di una memoria fatta perlopiù di impressioni, si collegano man mano che Thérèse si racconta e diventano storia.
Le persone che incontra nel suo percorso l’aiutano a ritrovare il filo della narrazione attraverso le parole che restituiscono colore ai sentimenti e ai legami che le offrono il sostegno per sopportare quanto è stato.
I dialoghi, che nel libro si svolgono in un bar, in una farmacia, in una casa privata, fanno pensare ai dialoghi che si svolgono nel chiuso di uno spazio di analisi, che indagano le questioni più intime e portano alla coscienza ciò che è rimosso

– Che cosa cerca esattamente nella vita?…
– Quello che cerco nella vita…
Prendevo tempo, dovevo proprio rispondere qualcosa. Uno come lui, che parlava venti lingue, non avrebbe potuto capire che non rispondessi niente.
– Cerco…contatti umani

– C’è una cosa che non capisco. Perché sua madre l’ha lasciata per andare in Marocco?
Com’era strano udire qualcun altro farti quella domanda che fino ad allora tu sola avevi fatto a te stessa.

-Pare che i suoi ricordi d’infanzia la preoccupino molto, – mi ha detto.
Era così dalla sera in cui avevo visto la donna col cappotto giallo nel metrò. Prima ci pensavo appena…
-Può confidarsi con me. Sono abituato a comprendere tutto, anche le lingue straniere, e la sua non mi è affatto straniera.

Ed ecco che la figura della madre si va delineando con maggior chiarezza ed emergono i sentimenti, prima offuscati e confusi, che passano dalla pena alla rabbia.
Se all’inizio del ricordo il sentimento della giovane Thérèse sembra neutro e le fa dire in modo oggettivo
“Le circostanze avevano fatto sì che non c’era stato fra noi ciò che si suol dire il latte dell’umana tenerezza”,
man mano che le tornano alla memoria episodi in cui si è trovata sola, senza attenzioni, dice
“La cattiva sorte e i brutti ricordi si riassumevano per me in un solo volto, quello di mia madre”.

Si rivede nelle poche fotografie conservate in una scatola di biscotti, quando la madre le aveva dato come nome d’arte Bijou
“E io, nel mio vestito non ero altro che una finta bambina prodigio, un povero, piccolo fenomeno da baraccone. Un barboncino ammaestrato. Dopo tutti quegli anni, guardando le foto, avevo capito che se aveva voluto spingermi in pista era stato per dare a se stessa l’illusione di poter ricominciare da zero. Sua era stata la scelta, ma spettava a me diventare una STELLA. Era veramente morta?”
e scopre la rabbia e chiama la madre ‘La Crucca’.
Perché ricorda che la madre aveva abbandonato o perso il suo cane prima di lasciare anche la figlia e questo ricordo le dà la forza della ribellione
“Quella notte ho lasciato la luce accesa, e così ho fatto tutte le altre notti. La paura non mi ha più lasciato. Mi dicevo che dopo il cane sarebbe venuto il mio turno.
Strani pensieri mi attraversavano la mente, così confusi che ho dovuto aspettare una decina d’anni perché si precisassero e perché potessi formularli. Un mattino, qualche tempo prima di incontrare la donna dal cappotto giallo nei corridoi del metrò, mi sono risvegliata con ancora sulle labbra una di quelle frasi che sembrano incomprensibili, perché sono gli ultimi brandelli di un sogno dimenticato: BISOGNAVA UCCIDERE LA CRUCCA PER VENDICARE IL CANE.”
Però c’è anche il tentativo di capire, se non giustificare, la vita della donna che è stata sua madre e Thérèse lo fa ricordando brani di conversazioni rubate nel tempo alle persone presso le quali ha abitato dopo l’abbandono (amiche della madre? una casa-famiglia? una comune? non è dato dato sapere dal libro)
“Che idea buffa quella di andare a morire in Marocco.
<< Non era una donna cattiva, – mi aveva detto Frédérique una sera che parlavamo di mia madre. – Più semplicemente, non ha avuto fortuna…>> Era venuta a Parigi molto giovane per fare danza classica alla scuola dell’Opéra. Le importava solo di quello. Poi aveva avuto un incidente ‘alle caviglie’ e niente più danza. A vent’anni era ballerina, ma in riviste sconosciute, da Ferrari, ai Préludes, al Moulin-Bleu, …
<< Capisci, – mi aveva detto Frédérique, – per colpa delle sue caviglie era come un cavallo da corsa azzoppato che viene portato al mattatoio>>”

Ogni storia di abbandono, ogni lutto per una perdita dettata da un rifiuto, attraversa diverse fasi che nel libro di Modiano si possono rintracciare come in un diario clinico.
L’abbandono di un genitore rimane come una cicatrice, visibile sempre e sensibile al tatto oppure, se non c’è stata rielaborazione, una ferita ancora aperta che basta poco per far sanguinare.
“A volte qualcuno è presente per tutta la vita senza che tu riesca mai a scoraggiarlo”.
Un gesto banale, una inclinazione del corpo, un passo, una sensazione aprono la porta ai ricordi e raggiunta la giovane età, per Thérèse e per chi come lei vive la stessa condizione, inizia un viaggio di ricerca dettato dal sentimento di non appartenenza che invade il proprio essere.
C’è un momento nella vita di chi è stato un bambino o una bambina abbandonati in cui l’esigenza di capire le ragioni dell’abbandono diventa una tempesta emotiva che non lascia spazio per nient’altro
“Ero arrivata a un punto della mia vita in cui volevo vederci più chiaro”
e la ricerca è faticosa e trascina a fondo prima di poter recuperare un sentimento di fiducia
“Ho provato la sensazione non tanto di aver salito con fatica una scala, quanto piuttosto di essere scesa al fondo di un pozzo”.
Ma, per continuare la metafora, questo viaggio di ricerca rappresenta anche l’unico modo per risalire a galla. “Sentivo un rumore sempre più forte di cascata. Ero rimasta imprigionata nei ghiacci, molto tempo fa e ora quei ghiacci si scioglievano con un fragore d’acqua”.
“Sei lì perché hai voluto ripercorrere un’ultima volta il corso del tempo per cercare di capire… … per sapere se c’era una strada diversa da prendere e se le cose sarebbero potute essere altrimenti”.

Jean Patrick Modiano (Boulogne-Billancourt, 30 luglio 1945) è uno scrittore e sceneggiatore francese. Ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2014.

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