Hopper

“La gente trova qualcosa nel tuo lavoro, la traduce in parole…”  Edward Hopper

Edward Hopper è il pittore che ha raccontato l’America, quella dei bar, delle pompe di benzina, dei fari, delle case isolate. Interprete della cultura e degli stereotipi americani non ha voluto rappresentare grattacieli e auto e altri segni del modernismo, né è stato attratto dalle avanguardie europee come il cubismo e l’astrattismo. Dipingere per Hopper è stato un processo di creazione mentale, le sue opere sono semplici e quasi geometriche e in questa semplicità sta la loro forza narrativa.

Hopper è stato descritto come persona riservata e colta, taciturna e seria. Parsimonioso, non amava spendere ed è vissuto in un piccolo appartamento a New York per quasi tutta la vita. Non amava neppure gli spostamenti.
Non ha avuto successo fin verso i 40 anni di età, ma negli anni 50 è diventato uno dei pittori americani più importanti. In quegli anni l’influenza reciproca tra pittura, cinema e letteratura ha portato numerose commistioni. In letteratura Chandler e i suoi romanzi con Philippe Marlowe richiamano le atmosfere dai toni cupi degli interni di Hopper. Nel cinema Alfred Hitchcock ha citato Hopper e le sue case solitarie come fonte di ispirazione per Psyco.

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Self-Portrait, 1903-1906

Nato nel 1882 nello stato di New York ha iniziato a disegnare molto presto e dal 1889 ha frequentato la scuola di Illustrazione di New York e poi dal 1900 la New School of Art. Suo maestro è stato William Meritt Chase.
Dal 1906 al 1910 ha compiuto tre viaggi in Europa, soggiornando a Parigi e l’influenza dell’Impressionismo, e di Degas in particolare, ha modificato il suo stile artistico fino allora caratterizzato da quadri piccoli e dai toni scuri.
Con Josephine Verstille (1883-1968), una pittrice che ha conosciuto nel 1923 e sposato l’anno dopo, ha viaggiato per le strade d’America in auto e ha dipinto i luoghi che vedeva. Con lei ha condiviso l’amore per l’arte, la letteratura e il teatro. Sempre in litigio e sull’orlo della separazione non si sono mai divisi, fino alla morte di lui avvenuta nel 1967. Josephine è sempre stata l’unica modella delle sue opere, anche se poi Hopper ne modificava le forme in una tensione continua tra la realtà e l’immaginazione.

I disegni preliminari alle opere dell’artista sono numerosi e se ne sono potuti ammirare soprattutto nella mostra che si è svolta a Milano nel 2010. Anche in questa mostra ce ne sono parecchi, a carboncino e a matita. Preparatori per i dipinti ad olio, tecnica che nella fase avanzata della sua vita ha scritto di preferire, perché più lenta e possibile di ulteriori ritocchi, rispetto all’acquerello che pure ha usato spesso ma che è più immediato e veloce. Hopper usava lunghi lavori preparatori, con schizzi e disegni, prima della stesura del colore.

“È all’inizio che bisogna andare lenti, quando si comincia, per tracciare… una composizione impeccabile in modo da non dover aggiungere e sottrarre dopo”. E. Hopper

La mostra di Bologna si apre con le opere dipinte nei suoi viaggi a Parigi.
I quadri di Hopper prima del viaggio in Francia erano diversi da quelli successivi:

“…quei toni rossastri con dell’arancione in un bianco oleaceo, dipinti si direbbe, su fondo nero, come se il mondo sensibile fosse un luogo nefasto, dove il pittore può avventurarsi solo in una penombra velata di porpora. Il male sembra una componente irriducibile dell’Essere…
Ma i larga misura, si tratta solo dell’atmosfera di un’epoca, e di una società…”
Yves Bonnefoy

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Stairway at 48 rue de Lille, Paris  1906

…Hopper, al suo arrivo in Francia abbandona quasi immediatamente la sua ‘maniera nera’ per dipingere sulle rive della Senna,…

…”La luce era diversa da tutto quello che avevo conosciuto” dirà. “Anche le ombre erano luminose, di luce riflessa. Persino sotto i ponti vi era una sorta di lucentezza.”…
Lo sguardo di Hopper è stato depurato delle sue ombre, si potrebbe dire; è debitore alla pittura francese e a ai suoi luoghi di una confidenza con la luce che sarà, in un certo senso, definitiva…
…dirà “Mi ci sono voluti dieci anni per rimettermi dall’Europa”. Yves Bonnefoy

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Le Bistro or The Wine Shop, 1909

Il fatto che al suo rientro a New York abbia ripreso il suo mestiere di illustratore commerciale potrebbe gettare una luce negativa sul suo futuro, perché in quel tipo di lavoro la figura umana è schematica, impersonale, mentre i suoi mezzi di disegnatore gli consentivano di accedere all’intimità degli esseri e di combattere, per questa via, la propensione alla solitudine…
“Quando ho iniziato con l’incisione, la mia pittura si è cristallizzata”, ebbe a dichiarare, ed era vero perché l’acquaforte aveva liberato suo disegno dai vincoli delle immagini pubblicitarie o delle copertine delle riviste, permettendogli di avvicinarsi a zone del suo inconscio che il colore nascondeva, e di individuare temi che in seguito invaderanno la sua pittura, mettendo in discussione la sua ricerca di colorista frutto delle esperienze ‘en plain air’.
Yves Bonnefoy

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Evening Wind, 1921

…la ragazza dell’East Side Interior…Ma cosa ha avuto in cambio? Una vita monotona, al limite del torpore, e senza dubbio anche solitudine. Al di là dello studio del colore , la vera ricerca dell’artista è psicologica o, per meglio dire, esistenziale. Yves Bonnefoy

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East Side Interior, 1922

“L’elemento che mi stava a cuore era l’interno, una semplice camera di New York, città per me interessantissima”
E. Hopper

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New York Interior, 1921 circa

Night Shadows (Ombre della notte), acquaforte su carta del 1921 è un capolavoro di Hopper. Un’opera a volo d’uccello che ricorda il cinema espressionista e il tema è “la relazione tra la società e l’uomo, alle prese con la sua solitudine e la sua ombra” cit.

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Night Shadows, 1921

L’interesse per la pittura ‘en plain air’ è rimasto sempre presente in Hopper, come testimoniano le opere del 1927 e il sole e la luce ne sono i protagonisti. Ha tentato di dipingere la luce del sole senza usare il giallo e nei suoi quadri infatti il bianco predomina e la luce è una luce più fredda, più razionale, meno calda e di minor impatto emotivo di quella, ad esempio, di Turner o di Van Gogh, tanto per citare due pittori che hanno fatto uso del giallo nei loro dipinti.

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Light at two lights, 1927

Gran parte di ciò che avviene dentro un dipinto di Hopper pare essere in relazione con elementi dell’invisibile regno oltre i suoi limiti: persone che si protendono verso un sole assente, strade e ferrovie che continuano verso un punto di fuga che può solo essere immaginato. Eppure, spesso Hopper colloca nei suoi quadri l’inarrivabile. In ‘Scala’, un dipinto piccolo e misterioso, guardiamo giù lungo delle scale e attraverso una porta aperta vediamo un oscuro e impenetrabile ammassarsi di alberi appena oltre la soglia. Dentro la casa tutto dice: “Andate”. Fuori tutto chiede: “Dove?”. Tutto ciò per cui la geometria del quadro ci dispone ci viene oscuramente negato. La porta aperta non è il passaggio innocente che collega l’interno all’esterno ma un gesto paradossalmente architettato per trattenerci dove ci troviamo. Mark Strand

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Stairway, 1949

E quanti altri quadri di Hopper sono ambientati così, sulla soglia di case, o davanti a vetri da cui proviene la luce… in quasi tutti questi quadri vi è una dimensione metafisica…
Yves Bonnefoy

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South Carolina Morning, 1955

Second Story Sunlight (Secondo piano al sole) del 1960 è il quadro più tardo della mostra, uno degli ultimi capolavori, dipinto a 76 anni, e mostra come Hopper sia un pittore degli stati d’animo e delle domande sugli stati d’animo, con le sue atmosfere silenziose e gli interrogativi che solleva nello spettatore.

‘Second Story Sunlight’, realizzato nel 1960, sette anni prima della morte, è uno dei quadri preferiti di Hopper, che spiega alla storica dell’arte Katherine Kuh: ” raffigura il piano superiore di due case con un terrazzo e due figure, una ragazza e una donna più anziana. Non credo avesse un significato simbolico, se non molto vago, senz’altro non ossessivo. Ero più interessato alla luce del sole sugli edifici e sulle figure che non al simbolismo. Jo ha posato per entrambe, lei ha sempre posato per tutto”. Luca Beatrice

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Second Story Sunlight, 1960

Forse non sono troppo umano, ma il mio scopo è stato semplicemente quello di dipingere la luce del sole sulla parete di una casa.

Edward Hopper

Edward Hopper 

Bologna, Palazzo Fava

25 marzo – 24 luglio 2016

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