Ventiquattro Maggio

La prima guerra mondiale ha esercitato grande fascino su di me sin da quando ero bambina. 

Forse i ricordi ad alta voce di nonne e parenti:
il mio nonno materno è morto giovane a seguito di una malattia ai polmoni contratta nella prima guerra mondiale, lasciando orfana una bambina ancora molto piccola, mia madre;
il mio nonno paterno ha combattuto nelle trincee contro gli austriaci ed è stato fortunato perché è tornato vivo a casa.

Anche le immagini di una serie di telefilm che ho visto nell’infanzia: la partenza per la guerra dei soldati, gli addii a madri-mogli-fidanzate-figli, il fango delle trincee, la nebbia ed il freddo, la vicinanza fisica con i soldati nemici. Ricordo un telefilm, in particolare, di cui purtroppo ho dimenticato il titolo. Un film della Rai, in bianco e nero, che mi suscitava una grande tristezza e parlava di soldati che partivano per il fronte, lasciavano a piedi le loro case e si perdevano nel buio e nella nebbia.
E le canzoni: quanto sono struggenti le canzoni della prima guerra mondiale! Malinconiche, tristi, piene di immagini di addii, di lacrime.

Al di là dell’entusiasmo dei futuristi per la guerra e di quelli che avevano interessi per farla c’erano le persone che alla guerra sono state mandate e che hanno versato lacrime e sangue. 
La memoria di questo è stata coltivata in me dal fatto di aver avuto familiari testimoni di questo abominio; di aver studiato sin da piccola a scuola la storia di questa e dell’altra guerra; di aver avuto insegnanti che hanno fatto partecipare alle ricorrenze del ricordo le loro classi di alunni; di aver imparato e cantato le canzoni nelle gite, nei campi estivi. Tutto ciò ha lasciato una traccia indelebile.

E i libri! I libri continuano a mantenere viva la memoria collettiva, a sondare ragioni, a ripercorrere le storie.
Un semplice barcaiolo, in Presagio di Andrea Molesini, romanzo ambientato a Venezia nel 1914, dice tutta l’inconsistenza della classe politica che

“gà mandà tuto a ramengo”:


– Mi no credo niente, commendatòr, mi no so niente… non sono studiato, commendatòr… ma ne gò portai tanti de siori di quei che conta con sta barca… ma de tosi in gamba ghe ne gò visti pochi.


– Quelli in gamba, come dici tu, sono pochi in tutti i mestieri.


– Ma se non ti xè bon in barca… ti va in secca… se ti comandi, boia di un can, ti gà da esser in gamba… se no vien tempesta e va tuto a ramengo”.

Non tutti i bastardi sono di Vienna è un altro libro di Andrea Molesini, e racconta la disfatta di Caporetto e la conquista austriaca tra il 1917 e 1918.
La famiglia Spada non ha abbandonato le zone di guerra, a pochi chilometri dal Piave, e assiste alle violenze e al conflitto che attraversa le terre in cui vive.

“ Maggiore, la guerra è assassinio, sempre … voi ora volete solo dare un esempio: uccidere dei signori non è come uccidere dei contadini! Negando la grazia voi contribuite… sto dicendo voi, barone von Feilitzsch, perché qui ci siete voi… contribuite a distruggere la civiltà di cui voi e io… e questo ragazzo… facciamo parte, e la civiltà è più importante del destino degli stessi Asburgo o dei Savoia”.

E concludo con La canzone del Piave, scritta nel 1918, che parla dell’inizio della guerra il 24 maggio 2015, della disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917 e della finale vittoria italiana. Un inno alla memoria di cui ricordo le strofe, imparate a scuola e mai più dimenticate.

La canzone del Piave

Il Piave mormorava
Calmo e placido al passaggio
Dei primi fanti , il ventiquattro maggio:
l’Esercito marciava
per raggiungere la frontiera,
per far contro il nemico una barriera…

Muti passaron quella notte i fanti:
tacere bisognava, e andar avanti!

S’udiva, intanto, dalle amate sponde,
sommesso e lieve il tripudiar dell’onde,
Era un presagio dolce e lusinghiero.

Il Piave mormorò:
“Non passa lo straniero!”

Ma in una notte trista si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento…
Ahi, quanta gente ha vista
Venir giù, lasciare il tetto,
per l’onta consumata a Caporetto!

Profughi ovunque! Dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.

S’udiva, allor, dalle violate sponde,
sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come u singhiozzo, in quell’autunno nero,

Il Piave mormorò:
“Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico
Per l’orgoglio e per la fame:
volea sfogare tutte le sue brame…
vedeva il pianto aprico,
di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora…

“No!” disse il Piave, “No!” dissero i fanti,
“Mai più il nemico faccia un passo avanti!”

Si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combatteva le onde…
Rosso col sangue del nemico altero,

Il Piave comandò:
“Indietro va, straniero!”

Indietreggiò il nemico
Fino a Trieste, fino a Trento,
e la Vittoria sciolse le ali del vento!
Fu sacro il patto antico:
tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro, Battisti…

L’onta cruenta e il secolare errore
Infranse, alfin, l’italico valore.

Sicure l’alpi… Libere le sponde…
E tacque il Piave: si placaron le onde…
Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,

la Pace non trovò
né oppressi, né stranieri.

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