Gli anni

“Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più”

Unknown-1.jpegAnnie Ernaux ha scritto libri che indagano nella vita personale e nel contesto politico e sociale. Autobiografici? Senz’altro le tracce della sua esperienza di vita sono presenti nei testi, ma il linguaggio impersonale che usa rende quei ricordi e quelle immagini universali, trasformandole in patrimonio di tutti. I fatti storici che narra sono quelli conosciuti da chi è vissuto in quello scorcio di secolo; ma sono rimaste immagini sfocate nella memoria, in un sottofondo che le sbiadisce e lo sguardo di Annie Ernaux ne restituisce colori e contorni precisi.
Questa è stata l’impressione che ho avuto leggendo Gli anni. Non si può definire un romanzo, è molto di più. È l’affresco della seconda parte del novecento nel quale ci riconosciamo senza fatica: il dopoguerra, la scuola, l’Europa tagliata in due dalla cortina di ferro, il consumismo e la sovrabbondanza, la globalizzazione, l’immigrazione. Tante immagini che scivolano come filmati e sembrano appartenere alla memoria di tutti, anche se chi li racconta è una donna francese, nata nel 1940.

“La forma del libro può dunque emergere soltanto da un’immersione nelle immagini della sua memoria… Di ciò che il mondo ha impresso in lei e nei suoi contemporanei se ne servirà per ricostituire un tempo comune, quello che è trascorso da un’epoca lontana sino ad oggi – per restituire, ritrovando la memoria della memoria collettiva in una memoria individuale, la dimensione vissuta della Storia…

Gli anni scritto nel 2008 e pubblicato in Italia da L’Orma nel 2015 è stato definito un romanzo-mondo che ha ottenuto molti riconoscimenti (Premio Marguerite Duras 2008, Premio François-Mauriac 2008, Prix des lecteurs du Télégramme 2009); è un’indagine sociale e personale che non lascia spazi in ombra, che incide come una lama la coscienza individuale man mano che si prosegue la lettura. Prima di questo libro non conoscevo Annie Ernaux ma è diventata una dei miei amori letterari.

“Sarà una narrazione scivolosa, in un imperfetto continuo, assoluto, che divori via via il presente fino all’ultima immagine di una vita… In quella che vede come una sorta di autobiografia impersonale non ci sarà nessun “io”, ma un “si” e un “noi” .

Il suo stile è molto personale in quella che si può chiamare la fenomenologia del ‘noi’.
Permette di riconoscere e dare valore esistenziale a esperienze e temi che altrimenti resterebbero in un ambito privato e personale “…racconto famigliare e racconto sociale sono un tutt’uno…”
L’esperienza che Ernaux ha degli altri e del mondo costruisce, nella sua scrittura, una realtà fatta di una varietà di relazioni e di cose; in questa complessità l’autrice è immersa e osserva e si osserva in una trama comunitaria in cui “l’io non può essere pensato senza gli altri e senza le cose” (Laura Tundo Ferente).

Il tempo non è lineare nel testo della Ernaux, così a metà del libro troviamo quello che è il “suo progetto di scrittura su una donna vissuta dagli anni Quaranta a oggi…”

“Poiché nella sua ritrovata solitudine riscopre pensieri e sensazioni che la vita di coppia obnubilava, le è venuta l’idea di scrivere “una sorta di destino di donna” tra il 1940 e il 1985, qualcosa come Una vita di Maupassant in cui poter percepire il passaggio del tempo in lei e fuori di lei, nella Storia, un “romanzo totale” che si sarebbe concluso con la spossezione di esseri e cose, genitori, marito, figli che se ne vanno di casa, mobili venduti. Ha paura di perdersi nella molteplicità degli oggetti che compongono quella realtà che vuole restituire. Si chiede come potrebbe organizzare quella memoria accumulata di eventi, di fatti di cronaca, di migliaia di giornate che l’hanno condotta al suo presente”.

≈≈≈

Riporto i brani che più mi sono rimasti impressi, non certamente esaustivi del libro di Annie Ernaux. Li ho riuniti in argomenti definiti solo per una mia esigenza, senza voler nulla togliere al flusso continuo di pensieri e immagini che è una delle caratteristiche del testo.

Il femminile…

Le ragazze erano sempre minacciate da un senso di vergogna. La loro maniera di vestirsi e di truccarsi era sempre a rischio di un troppo: corto, lungo, scollato, stretto, trasparente eccetera. L’altezza dei tacchi, le frequentazioni, le uscite, l’ora del rientro a casa, ogni mese lo stato delle mutandine, tutto ciò che le riguardava era oggetto di una sorveglianza generale da parte della comunità…
Nulla, non l’intelligenza, non gli studi, non la bellezza, contava altrettanto per una ragazza quanto la sua reputazione sessuale, ovverosia il suo valore sul mercato del matrimonio, valore di cui le madri, riproducendo quanto era successo a loro in gioventù, diventavano le zelanti guardiane…

Più ancora che un modo di affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà, quella tentazione di perdersi in un uomo che ha già conosciuto…

Le donne costituivano più che mai un gruppo sorvegliato, i cui comportamenti, gusti e desideri erano oggetto di una discussione costante, di un’attenzione al contempo inquieta e trionfale. Si riteneva che avessero “ottenuto tutto”, che “fossero dappertutto” e che “a scuola avessero maggior successo dei ragazzi”. Come al solito i segni della loro emancipazione erano ricercati nel loro corpo, nella loro audacia sentimentale e sessuale….l’immancabile presenza di cosce e di seni nelle pubblicità doveva essere apprezzata come un omaggio alla loro bellezza. Il femminismo era una vecchia ideologia vendicativa e senza ironia, non se ne sentiva più il bisogno e le ragazze ne parlavano con condiscendenza, senza dubitare un istante della propria forza e di un’uguaglianza considerata acquisita…Sulle loro lotte, mai commemorate ufficialmente, cadeva l’oblio.
Con la pillola erano diventate padrone della vita, di questo non se ne parlava.

Consumismo e globalizzazione…

Il susseguirsi sempre più rapido degli oggetti faceva indietreggiare il passato. Le persone non si chiedevano più a cosa servissero le cose, avevano semplicemente voglia di possederle e soffrivano di non guadagnare abbastanza per potersele permettere subito…

L’abbondanza delle cose celava la scarsità delle idee e il logoramento di ogni credo.

La logica mercantile si faceva via via più pressante, imponeva un ritmo frenetico. I prodotto muniti di codici a barre passavano dal nastro trasportatore al carrello con un vip discreto che in un secondo faceva sparire il costo della transazione. Gli articoli di cartoleria per l’inizio della scuola comparivano sugli scaffali prima ancora che i bambini andassero in vacanza, i giocattoli di Natale all’indomani di Ognissanti, i costumi da bagno a febbraio. Il tempo delle cose ci risucchiava, ci costringeva a vivere sempre con due mesi d’anticipo…
…E noi, accigliati detrattori della società dei consumi, cedevamo alla tentazione di un paio di stivali che, come un tempo i primi occhiali da sole, la minigonna, i pantaloni a zampa d’elefante, davano la breve illusione di sentirsi una creatura nuova. Più che il possesso, era quella sensazione che le persone cercavano tra i bancali di Zara e di H&M, una sensazione procurata, immediatamente e senza sforzo, dall’acquisto delle cose: un supplemento dell’essere.

E non invecchiavamo. Nessuna delle cose che avevamo attorno durava abbastanza per diventare vecchia, sostituita in fretta e furia dal modello più recente. La memoria non aveva il tempo di associare gli oggetti a delle fasi dell’esistenza.

I ritmi commerciali contraddicevano spudoratamente quelli del calendario. È già Natale, si sospirava sin da inizio novembre nel veder comparire nei grandi magazzini giocattoli e dolci, spossati dalla certezza di non poter sfuggire per settimane all’assedio della festività principale, una ricorrenza che costringeva a pensare a chi si era, alla propria solitudine e al proprio potere d’acquisto rispetto a quello del resto della società – come se la sera di Natale fosse il fine ultimo della vita intera. Era una visione che faceva venire voglia di addormentarsi un mese prima per risvegliarsi all’inizio dell’anno successivo. Entravamo nel periodo peggiore di desiderio e di ripugnanza per le cose, l’apogeo del gesto consacrato al consumo – che tuttavia compivamo, nella calca a in attesa alle casse, detestando quel nostro sottostare al dovere di spendere, un rito vissuto come un sacrificio offerto a chissà quale dio per chissà quale salvezza, rassegnandoci a “organizzare qualcosa per Natale”, a pensare alla decorazione dell’albero, al menù.

In televisione il mondo della merce, degli spot pubblicitari, e quello di discorsi politici coesistevano senza incontrarsi. Nell’uno regnavano la facilità e gli inviti al piacere, nell’altro i sacrifici e le costrizioni, le formule via via più minacciose, “la globalizzazione del commercio”, la “necessità di modernizzarsi”.

Politica…

Probabilmente assorbe le informazioni che riceve sul mondo in termini di sentimenti, sensazioni e immagini, senza alcuna traccia dell’ideologia che è a esse sottesa. È così che vede:
l’Europa tagliata in due da una cortina di ferro, a ovest il sole e i colori, a est l’ombra, il freddo, la neve e i carrarmati sovietici. Che un giorno varcheranno la frontiera francese, si installeranno a Parigi come è appena successo a Budapest (è ossessionata dai nomi di Imre Nagy e di János Kádár, li ripete scandendone le sillabe)

Un uomo glaciale, dall’ambizione impenetrabile, con un nome per una volta facile da pronunciare, Putin, e che aveva preso il posto di Eltsin l’ubriacone, prometteva di “accoppare i ceceni inseguendoli nelle latrine”. La Russia non era più portatrice né di speranze né di paure, ma soltanto di un perpetuo senso di desolazione. Aveva abbandonato il campo del nostro immaginario, ormai occupato tutto dagli americani, anche nostro malgrado, come un gigantesco albero che dispiegava i suoi rami sull’intera superficie della terra.

Nel mondo le guerre seguivano il loro corso. L’interesse che suscitavano in noi era inversamente proporzionale alla loro durata e alla loro distanza, dipendeva più che altro dal l’eventuale coinvolgimento di Paesi occidentali.

Era meglio vivere senza aspettative sotto la sinistra che farsi venire il nervoso tutto il tempo sotto la destra.

Immigrazione…

Tra le idee che si volevano negare c’era quella di essere entrati nella società dell’immigrazione. Per anni le persone avevano continuato a credere che le famiglie dell’Africa nera e del Maghreb stipate ai confini delle città fossero solo di passaggio, che sarebbero ripartite un giorno per il posto da cui erano venute assieme alle loro nidiate, lasciandosi alle spalle una scia d’esotismo e di rimpianti, come le colonie perdute. Ora si sapeva che sarebbero rimaste. La “terza generazione” appariva a tutti gli effetti come una nuova ondata migratoria,… Ufficialmente venivano chiamati “i figli dell’immigrazione”, nel linguaggio corrente si diceva gli arabi e i neri, oppure, in maniera più virtuosa, i beurs o i blacks. Informatici, segretarie o vigili urbani, in segreto si riteneva assurdo che si definissero francesi, quasi fosse un titolo d’onore usurpato al quale non avevano ancora diritto.

La rappresentazione del mondo musulmano si capovolgeva. Quella nebulosa di uomini con la tunica e di donne velate come sante vergini, di cammellieri, danze del ventre, minareti e muezzin, passava dallo stato di oggetto lontano, pittoresco e arretrato a quello di forza moderna…non potevamo più ignorare i musulmani . Un miliardo e duecento milioni di persone.

Comunicazione…

Eppure, nel tornare con la mente a qualche anno prima, quando ci ripensavamo in un bar nell’atto di chiamare chicchessia dal telefono di fianco alla toilette, di scrivere una lettera a P. battendola su un’Olivetti, dovevamo riconoscere che l’assenza del cellulare e della mail non avevano alcun peso sulla felicità o sulla sofferenza.

Si viveva nella sovrabbondanza, di ogni cosa, delle informazioni, degli “esperti”. Opinioni si formavano su fatti appena accaduti, su come comportarsi, sul corpo, l’organo e l’eutanasia. Tutto veniva discusso e decodificato. “Dipendenza”, “resilienza”, “elaborazione del lutto”, c’era profusione di termini e linguaggi per mettere in parole vita ed emozioni. Depressione, alcolismo, frigidità, anoressia, infanzia difficile, niente era più vissuto invano. La comunicazione delle esperienze e delle fantasie intime conteneva la coscienza. L’introspezione collettiva offriva modelli alla verbalizzazione dell’io. Il bacino di conoscenze comuni si allargava. Aumentava la rapidità intellettuale, le fasi del l’apprendimento si facevano sempre più precoci e la lentezza dei ritmi scolastici esasperava i ragazzi che digitavano SMS a tutta velocità.

Lo volevamo “salvare” di continuo, in una frenesia di foto e filmati di cui facevamo un rinnovato utilizzo sociale. Centinaia d’immagini disperse ai quattro angoli del nostro mondo di amicizie trasferite sui computer e archiviate in cartelle che finivamo per non aprire quasi mai. Ciò che contava era aver scattato la foto, aver captato è raddoppiato l’esistenza, averla registrata in diretta, i ciliegi in fiore, una camera d’albergo a Strasburgo, un neonato. Luoghi, incontri, scene, oggetti, era la conservazione totale della vita. Con il digitale esaurivamo la realtà.

Oggi…

…animata dal desiderio di continuare a essere la dispensatrice della felicità materiale dei suoi figli, compensandone così l’eventuale dolore di cui si sente responsabile per averli messi al mondo. Si è arresa all’idea che, nonostante le lauree, vivano di contratti a tempo determinato, sussidi di disoccupazione, collaborazioni occasionali, galleggiando in un puro presente fatto di musica, serie americane e videogiochi, come se perpetuassero all’infinito un’esistenza da studenti o da artisti squattrinati, in una generalizzata bohème d’altri tempi lontanissima da quel “doversi sistemare” che imperversava quando aveva la loro età. (Non sa dire quanto la loro spensieratezza sociale sia reale o simulata.)

Nella mescolanza dei concetti era sempre più difficile trovare una frase per sé, la frase che, pronunciata in silenzio, aiuta a vivere.

Annie Ernaux
Gli Anni
L’Orma Editore, 2015

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