Il posto

…”bisognerà che spieghi tutto questo”. Volevo dire, scrivere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a questa distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato.

Ho finito di riportare alla luce l’eredità che, quando sono entrata nel mondo borghese e colto, avevo dovuto porre sulla soglia.


Quando inizi a leggere un libro di Annie Ernaux ti sembra che la prosa asciutta, rigorosa nella sua semplicità, fatta di frasi brevi e descrizioni oggettive, sia piatta e anonima.
Ma poi…
quando arrivi a metà del libro ti senti presa dal testo e quando sei alla fine ti vengono le lacrime agli occhi per la commozione. Perché Ernaux sa rendere i temi che tratta con un’intensità inversamente proporzionale al suo stile distaccato.
Così succede ne “Il posto”, un romanzo breve che si può leggere in un paio di ore ma che si sedimenta nell’animo per molto tempo.

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Nel ripercorrere i suoi ricordi Annie Ernaux ha la capacità di far riemergere anche quelli del lettore. Quando descrive situazioni della sua vita, con quello stile essenziale, limato, ridotto all’osso, riesce a raffigurare anche quelle di altri, dove ognuno è portato a ripensare le proprie esperienze; anche se si sono svolte in un altro paese, anche se si sono svolte decenni più tardi. Un eco di quanto scrive rimbalza sempre in chi legge.
Il racconto, o romanzo breve, è autobiografico, parla dei ricordi che lei ha del padre morto. Lo rivede in tanti piccoli episodi, ricostruisce la persona che è stata, i gesti, i modi di pensare.

Da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di “appassionante” o “commovente”. Metterò insieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io.
Nessuna poesia del ricordo, nessuna gongolante derisione. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare le notizie essenziali.

Ne viene fuori l’immagine di un uomo vissuto fino alla seconda metà del novecento, secolo denso di cambiamenti che hanno scavato una frattura profonda fra le generazioni.
Si interroga Ernaux sul distacco dalla sua infanzia e dall’uomo che è stato il padre. Quella separazione, che in un modo o nell’altro tocca a tutti, per la scrittrice si è venuta a creare con lo studio e la cultura; un allontanamento dal mondo paterno più profondo dell’assenza fisica.
Tempo fa durante un incontro con genitori sul tema del rapporto dei giovani con le nuove tecnologie ho osservato che queste rappresentano il più grande spartiacque tra generazioni. Una signora ha ricordato che uno spartiacque simile c’è già stato nel passato, quando i figli hanno sviluppato conoscenze e cultura superiori a quelle dei genitori che, nella prima parte del secolo scorso, erano spesso analfabeti. Ebbene ne “Il posto” questa distanza è resa in tutta la sua realtà ed Ernaux ha la capacità di raccontarla in un processo di introspezione ricco di sfumature psicologiche.
In questo viaggio introspettivo, che parte dai ricordi sedimentati nella memoria, Ernaux racconta la vita di persone che sono vissute in un contesto che ormai abbiamo dimenticato, dove non c’era ricchezza né era diffusa la cultura di cui oggi possiamo (o potremmo) disporre a piene mani. Racconta un ambiente dal quale lei e altri della sua generazione (è nata nel 1940 in una famiglia operaia e di piccoli bottegai, nella provincia francese) si sono affrancati per accedere a un diverso ceto sociale, quello della borghesia intellettuale.

Il timore di essere fuori posto, di avere vergogna…

Di fronte alle persone che reputava importanti si irrigidiva, timido, preferendo non fare mai domande. In breve, si comportava con intelligenza. Il che equivaleva a percepire la nostra inferiorità per poi rifiutarla nascondendola come meglio poteva.

Ossessione: <> (i vicini, i clienti, tutti).
Regola: stornare sempre lo sguardo critico degli altri tramite la gentilezza, l’assenza di opinioni, una minuziosa attenzione agli altrui sbalzi d’umore.

Parlare sempre con precauzione, indicibile timore della parola sbagliata, dell’effetto catastrofico pari a quello di lasciarsi sfuggire un peto.

La cultura del padre era un’altra, una sapienza popolare della natura

Riconosceva gli uccelli dal loro canto e ogni sera guardava il cielo per vedere che tempo avrebbe fatto, freddo e secco se era rosso, pioggia evento quando la luna era nell’acqua, ossia immersa nelle nuvole.

Ernaux coglie, con fine capacità di osservazione, le differenze tra il mondo in cui è entrata a far parte, con gli studi e il matrimonio, dal mondo dei genitori e della sua infanzia.

Per molto tempo la cortesia tra genitori e figli è stata per me un mistero. Ci ho messo anni anche a “comprendere” l’estrema gentilezza che persone ben educate manifestano nel loro semplice buongiorno. Me ne vergognavo, non meritavo tanti riguardi, giungevo persino a immaginare una qualche particolare forma di simpatia nei miei confronti. Poi mi sono accorta che quelle domande poste con un’aria tanto interessata, quei sorrisi, non avevano un senso diverso da quello di mangiare con la bocca chiusa o soffiarsi il naso con discrezione.
Decifrare questi dettagli è per me necessario, ora, mi si impone con necessità in quanto li ho rimossi sicura del fatto che non significassero nulla. Soltanto una memoria umiliata ha potuto far sì che ne serbassi delle tracce. Mi sono piegata al volere del mondo in cui vivo, un mondo che si sforza di far dimenticare i ricordi di quello che sta più in basso come se fosse qualcosa di cattivo gusto.

Con la portinaia, quattro chiacchiere di cortesia. Sono scivolata in quella metà di mondo per la quale l’altra metà è soltanto un arredo.

Con la lontananza avevo levigato l’immagine dei miei genitori, li avevo privati dei loro gesti e delle loro parole, due corpi gloriosi. Tornavo ad accorgermi della oro maniera di dire “l’è andata” al posto di “è andata”, di parlare a voce alta. Li ritrovavo per come erano sempre stati, privi di quella “sobrietà” di crociera e di quella proprietà di linguaggio che ora mi sembravano naturali. Mi sentivo separata da me stessa.

Mi aveva educata affinché potessi approfittare di un lusso che era il primo a ignorare, era felice, ma il materasso ergonomico o il comodino antico non avevano altro interesse ai suoi occhi che quello di sancire il mio successo. Spesso, per farla breve: <>

Forse il suo più grande motivo di orgoglio, o persino la giustificazione della sua esistenza: che io appartenessi a quel mondo che l’aveva disdegnato.

Il libro è stato scritto tra novembre 1982 e giugno 1983

Sono passati molti mesi da quando, in novembre, ho iniziato questo racconto. Ci ho messo tanto perché riportare alla luce fatti dimenticati non mi veniva così facile quanto inventarli. La memoria fa resistenza…
È nel modo in cui le persone si siedono e si annoiano nelle sale d’attesa, si rivolgono ai figli, salutano sui binari della stazione che ho cercato la figura di mio padre. La realtà dimenticata della sua condizione l’ho ritrovata in personaggi anonimi incontrati qua e là, portatori a loro insaputa dei segni della forza e dell’umiliazione.

Annie Ernaux
Il posto
L’Orma Editore, 2014

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