Joan Miró. La forza della materia

“Bisogna avere il massimo rispetto per la materia. È lei il punto di partenza. È lei che detta l’opera, lei che la impone”.

Nella mostra su Miró al MUDEC di Milano sono esposte opere di pittura, incisione, scultura, collage, innesti di materiali vari; un’esposizione antologica con più di cento opere realizzate tra gli anni 30 e la fine degli anni 70. Sono opere provenienti dalla collezione della Fundació Joan Miró di Barcellona, dalla famiglia, da collezioni private e sono esposte in ordine quasi cronologico a ricostruire il lavoro dell’artista.
Il titolo ‘La forza della materia’ restituisce l’importanza che Miró, guidato dal suo inconscio e dall’immaginazione, ha dato ai materiali e alla sperimentazione.

 

Le note biografiche sono sempre indispensabili per orientarsi nel lavoro di un artista e per poter cogliere i significati della sua opera.

Joan Miró nasce a Barcellona il 20 aprile 1893; un’epoca in cui la Spagna non è più una grande potenza, ha perso il suo dominio sul mondo e comincia a interrogarsi sul suo futuro.
Viene descritto come visionario e romantico sin da bambino. Ama osservare le stelle con il telescopio del padre.
Si adegua ai progetti della famiglia, agiata e pragmatica, che lo indirizza a studi commerciali e a un lavoro da contabile.
Ma…
Joan Miró disegna sui libri contabili e soffre in un’attività che non corrisponde al sé più profondo. Un esaurimento psicofisico, una depressione che richiede un lungo riposo, convince il padre a non imporgli i suoi programmi e a lasciare che viva la sua arte.
Dal 1912 al 1915 frequenta l’Accademia Galì.
Nel 1920 si trasferisce a Parigi dove conosce, tra tanti, Breton, Max Ernst, Hans Arp.
Fino ai 30 anni Miró, in campo artistico, segue un indirizzo più naturalistico e tradizionale poi, negli anni 1922/23, abbandona il realismo per l’immaginario e la sua opera diventa un connubio tra figurazione e astrazione. Si avvicina al Surrealismo condividendone l’idea che  la pittura non è fine a se stessa ma un modo per aprire all’immaginazione, nella contaminazione tra arte, letteratura, poesia e musica.
Nel 1929 si sposa con Pilar Juncosa e nel 1931 nasce a Barcellona la sua unica figlia Dolores.
Nel 1932, a seguito della crisi finanziaria che ha ricadute anche nel campo dell’arte, torna a vivere a Barcellona, ma nel 1936 inizia la Guerra Civile spagnola che lo riporta a Parigi con la famiglia.
Pochi anni dopo, nel 1940, l’occupazione nazista e i bombardamenti sulla Normandia lo inducono ad abbandonare la Francia e con la famiglia si trasferisce a Palma di Maiorca.
La sperimentazione artistica, le mostre, i viaggi sono le cose che fa negli anni, creando opere di pittura, grafica e scultura. Negli anni 60 realizza sculture monumentali in bronzo, negli anni 70 in ceramica. E dipinti, tessuti, stampe. Due sono le caratteristiche che ritroviamo, come un marchio, nelle opere di Miró: la sua origine catalana e la sua adesione al surrealismo.
Joan Miró muore a Palma di Maiorca il 25 dicembre 1983.

 

 

Cominciamo a conoscere Mirò attraverso le opere realizzate a partire dagli anni 30 quando, avendo avversione per la tradizionale pittura a cavalletto, dichiara la sua intenzione: “Voglio assassinare la pittura”.  Gruppo di personaggi nel bosco del 1931 è la prima opera che si incontra in mostra, ed è un dipinto dove l’attenzione va subito alla tecnica di stesura di diversi strati di colore e di sfregamento tanto da lasciare intravvedere la tela.

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Gruppo di personaggi nel bosco, 1931

 

Per Miró, negli anni della guerra civile spagnola dal 1936 al 1939, la pittura è scelta di ribellione politica e attraverso la sua arte esprime il dissenso al regime. All’esposizione universale di Parigi del 1937 sono esposte Guernica di Picasso e una tela di Miró.

Sia durante la guerra civile spagnola che durante la seconda guerra mondiale Miró ricorre al disegno e al linguaggio dei segni sulla carta per denunciare la tragedia.
Le sue sperimentazioni del 1942 sono lavori fatti quasi solo su carta e nei suoi taccuini l’artista lascia interessanti descrizioni delle tecniche da lui usate: “Pulire i pennelli impregnati d’olio sulla carta. Una volta seccato il colore levigare con carta vetrata e pietra pomice e aggiungere strati di acquerello e pastello”.

Le forme che Miró usa sono chiamate anche ‘miroglifici’. Cerchio, luna, stella: sono segni visivi che in senso surreale caratterizzano l’artista e rappresentano donne, uccelli e stelle che richiamano anche una simbologia erotica. Le sagome sono semplificate, sembrano forme preistoriche, inconsce, senza i condizionamenti della pittura.
Sperimenta segni, linee e colori; usa chine e acquerelli su tele di piccolo formato.
Nei suoi taccuini descrive la tecnica che usa: inumidisce la carta e la tela in certi punti e, su un fondo colorato acquoso, disegna con inchiostro di china, così il segno risulta sbavato.
Usa un’iconografia che ricorda Paul Klee.

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Donne, uccello, stelle – 1942

 

Negli anni 50, quando la Spagna è ancora sotto la dittatura di Franco, Miró si trasferisce a Palma di Maiorca. Le forme nelle sue opere si fanno più grandi. Utilizza sempre i suoi personaggi – donne, uccelli, costellazioni – e nei taccuini spiega come vedere le sue opere: “Eliminare la differenza tra disegno e pittura”.  L’intento è quello di perseguire una dissoluzione grafica e pittorica.

Le tre donne sono figure informi (diversamente dalle tre Grazie di memoria classica), realizzate con soli segni grafici e macchie di colore a indicare gli organi sessuali.

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Tre donne, 1960

 

Negli anni 60 Miró sperimenta forme, immagini e anche materiali. Il legno diventa il supporto di alcune opere: tavole di legno lasciate così come sono e disegnate. La ricerca artistica è determinata dal caso e dall’inconscio “un colore, una linea provocano fatalmente uno spostamento dell’angolo di visione”.

Miró non è un artista astratto, i suoi lavori hanno sempre riferimenti oggettivi anche se ridotti in linee, come in Donna III. È una tela più grande, questa, in cui usa una modalità calligrafica del dipingere. Sono solo due cerchi e al colore è lasciato il compito di suscitare emozioni. Qui si vedono i colori tipici di Miró: quelli primari – rosso, giallo, blu – più il verde.
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Donna III, 1965

 

È una pittura asimmetrica, fatta di vuoti, di figure bidimensionali, di colori. Con i suoi personaggi trasformati in segni, tradotti in simboli, Miró ha un intento narrativo e onirico. I segni e i contenuti dei dipinti sembrano far parte di un alfabetario inconscio; personaggi e cose diventano visibili solo quando sono trasformati nel segno grafico-pittorico. Da questo punto di vista si potrebbe dire che l’opera di Miró più che surrealista è surreale. La sua arte nasce dall’inconscio e dal sogno e, come il linguaggio dei sogni, è fatta di immagini non facilmente traducibili.  A prima vista le sue opere sembrano dettate da un impulso cinetico, quasi un’esplosione infantile e primitiva, ma in realtà sono frutto di una lunga lavorazione; come nella calligrafia giapponese la riflessione e la meditazione sono preparatorie alla realizzazione delle opere. Testa è un dipinto al quale ha lavorato per anni, dal 1940 al 1974.

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Testa, 1940-1974

 

“…Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado. Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti… Così maturano nel mio spirito. Lavoro sempre a più cose contemporaneamente . E anche in ambiti diversi: pittura, incisione, litografia, scultura, ceramica. La materia, lo strumento mi dettano la tecnica, il modo per dare vita a una cosa”.

 

I bronzi, negli anni 70, sono opere realizzate assemblando oggetti trovati su spiaggia, su strada. Con questi oggetti Miró crea fusioni in bronzo. Sembrano avere come significato la ‘monumentalizzazione dell’effimero’ (Francesco Poli).

“Sono un clochard, quando passeggio guardo sempre a terra per cercare oggetti” scrive Miró e possiamo pensare a lui come a un grande riciclatore. Personaggio è costruito con pezzi messi insieme. Non c’è busto, solo testa e piedi dove i punti di vista sono capovolti. I vuoti e l’impronta dei piedi simboleggiano la persona che non c’è.

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Personaggio, 1969

 

Il bronzo, che normalmente viene lasciato originale in quanto materiale nobile, in Donna e uccello è totalmente dipinto con i colori primari.

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Donna e uccello, 1967

 

 

Gli anni 70 sono quelli dell’Antipittura per Miró. Solo segni per rappresentare immagini reali.
L’artista è fortemente in disaccordo con la pittura, brucia e lacera le tele, usa supporti insoliti. Non intende solo provocare lo spettatore ma anche mettere in dubbio il valore economico dell’arte.

Si potrebbe parlare di un bestiario di Miró perché i suoi animali sono vari, antropoformizzati. Uccelli, galli, e tanti altri che trasforma in segni, quasi in ideogrammi come Il gallo del mattino II, realizzato su carta catramata.

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Il gallo del mattino II, 1972

 

Il rapporto di Miró con la poesia è profondo. La poesia guida Miró che ha molti amici poeti.
“Che la mia opera sia come una poesia musicata da un pittore”.

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Poesia, 1974

 

Usa anche le composizioni dei dadaisti che dipingevano sopra opere di recupero, dove il supporto non è una tela nuova ma altri quadri, dipinti da dilettanti e comprati al mercato delle pulci. Quadri scadenti ridipinti e lavorati da Miró che ne fa una nuova creazione.

“Con disciplina e metodo Miró ha combattuto per rinnovarsi durante tutto il corso della sua vita, senza mai tradire il proprio stile, le cui molteplici sfaccettature ha saputo coltivare con impegno e determinazione. Vitale e mai ripetitivo, del resto è sempre stato dentro ogni singola opera che ha dipinto, personaggio urlante per la guerra civile, stella nel cielo delle sue costellazioni, ora forse anche un po’ ribelle e dissacratorio nelle opere della maturità, quando dà alla sua pittura un ultimo imprevisto strattone. Davvero il cartello ferroviario appeso davanti al suo studio diceva la verità: “Questo treno non fa fermate”. Laura Papa

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Significativo è l’ultimo lavoro, considerato la sua opera più universale. Si tratta del logo di Turespana, chiamato El sol de Miró, che l’artista ha realizzato per la promozione turistica, primo simbolo astratto per identificare un paese.

A Milano in via del Senato si trova una scultura di Miró, Madre Ubu del 1975.

Joan Miró
La forza della materia
MUDEC, Milano
25/3 – 11/9 2016

4 thoughts on “Joan Miró. La forza della materia

    • Grazie Alessandra, scrivere di Mirò e delle opere che ho visto mi ha aiutato a comprendere di più la sua arte; spesso viene considerata immediata e anche infantile in realtà trovo che capirla non sia per niente semplice.

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