L’archetipo dello spirito indomito femminile

Oggi mi va di scrivere di donne e di miti. O meglio: di donne nel mito. Per tanti motivi che, nel processo psichico associativo, sono andati concentrandosi su questo argomento: libri che ho letto recentemente, notizie dal mondo e incontri nella vita.
Di base le donne sono sempre al centro del mio pensiero. Mi sono formata in un’epoca in cui il femminismo è stato determinante per cambiare una cultura e uno stile di rapporti e l’attenzione al genere e ai diritti è diventata una forma mentis.
I miti invece, riserva inesauribile di conoscenza dei temi e dei meccanismi umani, ho imparato a leggerli usando la lente della psicologia e della psicoanalisi.
I miti e le storie, come i sogni, fanno affiorare aspetti della personalità che spesso sono sepolti dalle abitudini e dalle circostanze; ci aiutano a riconoscerli e a renderci consapevoli della loro esistenza. La possibilità di identificarci con personaggi, anche solo immaginati e costruiti sulla carta e sullo schermo, è un mezzo per immergerci nel nostro intimo e ritrovare aspetti di noi stessi/e da far evolvere.
“Le storie sono incredibili veicoli di immagini,sentimenti, atmosfere e profondità, perché inducono i lettori o il pubblico a identificarsi con i personaggi e a imparare da loro.” scrive J.S.Bolen, analista junghiana americana che ha scritto “Artemide”, un libro dal quale ho tratto elementi di riflessione sugli aspetti del femminile che mi hanno sempre affascinato: quelli della donna indipendente, capace di scegliere il proprio destino senza condizionamenti. Nel mito greco questo tipo di donna è rappresentato dalla dea Artemide e attraverso la narrazione della sua storia ma soprattutto di quella di Atalanta, la sua incarnazione terrestre, è possibile riconoscere o incontrare aspetti del femminile che in molte donne sono latenti in altre più manifesti.
La mitologia greca, ricca di deità e di eroi, può essere di aiuto con le sue storie e le sue figure a rintracciare aspetti, a volte sopiti, di noi stessi, può far risuonare echi di cui si era perso il suono.
Il tipo di personalità femminile che qui mi interessa particolarmente è, quindi, quello di Artemide/Atalanta. E in particolare la storia di Atalanta, più umana di Artemide, rappresenta la forza femminile attiva, la resilienza e la capacità di resistere alle avversità.
Solo qualche cenno sulla dea greca Artemide in quanto simbolo dello spirito indomito femminile nella mitologia greca.
Rappresenta la sorellanza tra donne, la parità con gli uomini, la capacità di individuare un obiettivo e spendersi per realizzarlo, la predisposizione ad accettare le sfide, la scelta della natura invece che la città. Dalla metà degli anni sessanta agli anni settanta le femministe hanno incarnato Artemide con il valore della sorellanza e la lotta per la parità agli uomini in tutti i campi.

L’incarnazione terrena della dea Artemide è Atalanta.
La sua vicenda è raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi, da Apollodoro e da Esiodo.

Di tale signore
nacque Atalanta, piè veloce: il fulgor delle Grazie
negli occhi a lei fulgeva; ma stringere nozze negava
con quei della tribù
(da un frammento mutilato, di Esiodo)

Lo studioso del mondo classico Robert Graves riporta ne Il vello d’oro, la sua storia di donna che volle partecipare alle attività alla pari con gli uomini, unica donna tra gli Argonauti.

Nell’ultimo libro di Maurizio Bettini Il grande racconto dei miti classici ad Atalanta viene invece dedicato un piccolo spazio, in appendice alla storia di Meleagro, anzi è vista come la rovina di Melagro.

La sua storia, dunque, vediamo qual è.

Atalanta è figlia primogenita del re di Arcadia che però, volendo un erede maschio, la fa abbandonare neonata su una montagna a morire di stenti e preda delle belve feroci. Un inizio di vita quindi contrassegnato da rifiuto e abbandono, in ragione del suo sesso  (quanti esempi anche nella storia reale conosciamo!)
Un’orsa però se ne prende cura, la porta nella sua tana, la allatta e la cresce con i suoi cuccioli, che le fanno da fratelli (anche qui troviamo storie di vita reale di bambini e bambine che, per varie circostanze, sono stati nutriti e cresciuti da animali).
Nello stesso periodo nel vicino regno nasce un altro bambino, Meleagro, desiderato erede maschio del re di Calidonia. Celebrazioni e festeggiamenti lo accolgono, all’opposto di quanto accade ad Atalanta. Diversi destini, determinati dal genere alla nascita.
Però una delle tre Parche si presenta alla madre regina e le dice che il figlio vivrà fino a quando un ceppo, che si trova nel camino acceso, non si sarà bruciato del tutto. La regina recupera immediatamente il ceppo dal fuoco e lo nasconde, chiuso a chiave, in uno scrigno (bell’esempio per significare il controllo che una madre esercita sulla vita del figlio maschio).
Quando Meleagro diventa uomo bisogna trovargli una sposa adatta ma quelle scelte dalla madre, dolci e sottomesse, lui non le vuole. Desidera una compagna che ami, come lui, stare in mezzo alla natura. Desidera una compagna alla pari.
Un giorno a caccia uccide un orso, un fratello di Atalanta che, presa dalla furia, lotta con Meleagro in un corpo a corpo. Meleagro se ne innamora subito, identificandola come la compagna che sogna di avere al fianco. I due diventano una coppia ma la madre di Meleagro non sopporta che una grezza stracciona diventi la moglie del figlio.
Succede che un grosso cinghiale porti devastazione nel regno e viene organizzata una grande battuta di caccia. Vi partecipano anche Meleagro e Atalanta. Gli altri uomini insorgono contro una donna che caccia con loro ma alla fine è proprio Atalanta a scoccare la freccia che colpisce il cinghiale e permette a Meleagro di ucciderlo. Meleagro vuole donare la pelle del cinghiale ad Atalanta, visto che è stata lei ad abbattere la bestia, ma i soliti uomini insorgono ancora, contrariati dal fatto che un dono così importante debba andare ad una donna. Meleagro li uccide, anche se sono i suoi zii, fratelli della madre. Quando costei viene a conoscenza della cosa, presa dalla rabbia, prende il ceppo che aveva chiuso nello scrigno e lo brucia, facendo così morire il figlio.
Il dolore di Atalanta è grande e se ne va dalla Calidonia.
Arriva in Arcadia, dove è nata, preceduta dalla sua fama e accolta dal re che riconosce in lei la figlia abbandonata. Siccome non ha avuto altri figli e lei è diventata più abile e famosa di qualsiasi maschio la riaccoglie come erede. Il riconoscimento avviene solo quando lei mostra capacità che la rendono unica e superano il suo sesso di appartenenza, confermando la fatica di essere accettata semplicemente come donna.
Anche a lei viene comandato di sposarsi. Lei pone una condizione che sa impossibile da superare: chi la batte nella corsa diventa suo sposo, chi perde muore. Naturalmente nessuno è più veloce di lei, chiamata piè veloce perché insuperabile nella corsa e anche nel tiro con l’arco, e molti pretendenti perdono la vita.
Ippomene, che l’ha seguita dalla Caledonia e conosce la sua storia, decide di affrontare la prova pur sapendo che non può batterla in velocità. Chiede aiuto ad Afrodite che, in sogno, gli dà tre mele d’oro e alcuni consigli. Durante la corsa lascia cadere le mele che Atalanta si ferma a raccogliere perdendo terreno. Alla fine Ippomene ottiene la mano di Atalanta.
‘È stata lei a farlo vincere?’ è la domanda che Bolen, la studiosa americana, si pone.

I miti superano il tempo e rappresentano alcuni temi che ritroviamo anche nella nostra epoca. Lasciando da parte le numerose tracce di riflessione che questo mito propone (e che penso di riprendere per altri argomenti)  mi soffermo sulla questione già indicata nella premessa:
chi rappresenta Artemisia/Atalanta nei nostri tempi moderni?

Nel cinema e nei romanzi sono diventate popolari alcune protagoniste che fanno affiorare dall’inconscio collettivo alla coscienza individuale i modelli archetipici di questi miti. Modelli di donne sempre più frequenti nell’immaginario collettivo, che in altre fasi storiche era rappresentato da donne sicuramente più arrendevoli e dolci, casalinghe e materne.

Sono Katniss Everdeen della trilogia di Suzanne Collins Hunger Games;
Il trono di spade ci offre varie figure in cui lo spirito di Artemide è evidente, da Aria Stark, a Brienne di Tarth, a Daenerys I “Nata dalla Tempesta”;
Lisbeth Salander in Uomini che odiano le donne;
la principessa Leila nella prima trilogia di Star Wars e nel settimo film della seria la nuova eroina a incarnare lo spirito di Artemide è Rey.

Anche nei film d’animazione si è sdoganata la figura femminile combattiva, che non accetta il ruolo stabilito dalla società per le donne e in Ribelle-The Brave la piccola Merida dai capelli rosso fuoco è una perfetta Atalanta.

Come non ricordare Lady Oscar (ci ho lasciato il cuore)?

Nella letteratura c’è Jo di Piccole donne, l’unica delle sorelle a voler essere indipendente, a voler perseguire un suo obiettivo diverso dal modello femminile imperante.

Nella storia bisogna andarle a cercare le donne, perché sono sempre messe in secondo piano, relegate nei ruoli tradizionali.
Ad esempio una donna poco conosciuta è stata Louise Michel, nata il 29 maggio 1830 a Vroncourt-la-Côte.
Una donna indomita, che non si è mai piegata a compromessi e ha combattuto per gli ideali in cui credeva.
Ha coltivato l’amore per la letteratura e per l’impegno politico; ha combattuto, ha insegnato, ha scritto poesie e articoli contro la censura napoleonica. Imprigionata, processata ed esiliata ha continuato a frequentare gli ambienti rivoluzionari, politicamente vicina al movimento repubblicano-socialista.
Chiamata ‘la vergine rossa’ della Comune di Parigi, al processo l’accusa l’ha definita “ambiziosa di elevarsi al livello dell’uomo, superandolo nei vizi”.
Dopo la deportazione in Nuova Caledonia, al rientro a Parigi nel 1880, ha continuato l’attività politica nel movimento anarchico. Altre lotte, arresti, condanne.
Victor Hugo le ha dedicato il poema ‘Viro Major’ (1872) e Verlaine la poesia ‘Louise Michel est tré bien’ (1886).
Nelle sue Memories Louise ha scritto: ”Non è un boccone di pane, è l’intera messe dell’intero mondo che ci vuole per la razza umana tutta intera, senza sfruttatori e senza sfruttati”.
È morta a Marsiglia il 9 gennaio 1905.

Nella realtà le donne che affrontano sfide riservate agli uomini non sono molte perché vige ancora una forte esclusione e discriminazione in molti campi. Basta vedere chi siede ai posti di comando. Però non mancano e, al di là delle simpatie o antipatie, possiamo fare riferimento in politica a personaggi famosi come Angela Merkel in Germania, Hillary Clinton in America.

Poi ci sono ragazze e donne, la maggioranza sconosciute, che impiegano tempo ed energie a perfezionare un’arte, uno sport, un’abilità; che non rinunciano a se stesse; che non si vivono come vittime impotenti ma prendono in mano il loro destino.

Atalanta è la donna che subisce un’ingiustizia in base al suo sesso e da questa ingiustizia ne esce rafforzata e combattiva, capace di contrastare un potere maschile che vorrebbe sottometterla e renderla innocua.
Come non pensare alle donne di Kobane? L’ YPG (Unità di Difesa delle Donne) è un’armata indipendente formata da donne, fondata nel 2013, con centinaia di brigate femminili sparse nel Rojava.

Le militanti curde stanno combattendo contro lo stato turco (secondo esercito più grande della NATO e con un primo ministro che si appella alle donne chiedendo loro di partorire almeno tre figli), contro il regime iraniano (il quale disumanizza le donne apparentemente nel nome dell’Islam), contro il regime siriano (stupro sistematico come strategia di guerra) e contro i jihadisti, come quelli dell’ISIS. Inoltre, combattono anche contro il patriarcato, ancora insito nella stessa società curda. E ancora contro matrimoni precoci e forzati, violenza domestica, delitti d’onore e cultura dello stupro.

“La nostra lotta non è solo per la difesa della nostra terra”, spiega una comandante del YPJ, Jiyan Afrin. “Noi in quanto donne facciamo parte di tutte le estrazioni sociali, indipendentemente se combattiamo l’ISIS o la discriminazione e violenza contro le donne. Stiamo cercando di mobilitare e di essere le autrici della nostra stessa liberazione.”
Dilar Dirik, attivista curda e dottoranda all’università di Cambridge

E qui mi fermo, perché l’elenco di donne è lungo e, sapendo guardare e avendo i riferimenti, possiamo rintracciare e riconoscere in noi e nelle altre quello spirito indomito che non fa chinare la testa ma affrontare le sfide.

Luigina Zappon

8 thoughts on “L’archetipo dello spirito indomito femminile

  1. Bello questo articolo, davvero interessante! Della Bolen avevo letto “Le dee dentro la donna”, ma è una lettura che risale a molti anni fa, quindi avrei bisogno di riprendere in mano il libro. Un altro personaggio storico femminile che ha sfidato le convenzioni è stato forse Giovanna d’Arco, mentre tra le scrittrici del secolo scorso mi viene in mente Virginia Woolf.

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    • Si Alessandra, sono d’accordo con te: Giovanna d’Arco e Virginia Woolf sono due donne che ci stanno benissimo in questo elenco.
      I libri della Bolen sono ricchi di spunti ma soprattutto danno rilievo al femminile che altri studiosi importanti di miti mettono in secondo piano. La differenza nel dare rilievo è grande tra un autore/autrice e l’altro

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  2. Bello l articolo. Letto tutto d un fiato.Secondo me lo ha fatto vincere.Noi donne per amore arretriamo sempre dalla nostra posizione. Ahinoi è il nostro tallone d’Achille.

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    • Nel mito Ippomene vince la gara perché chiede aiuto ad Afrodite, una dea. Usa quindi altri mezzi che sono più di rispetto del femminile, nella consapevolezza che non può competere con Atalanta. Poi nel mito le tre mele rappresentano aspetti che ‘convincono’ Atalanta ad accettare Ippomene o la rallentano perché risvegliano in lei altre aspettative. Che può realizzare solo con uomini che non sono portatori di valori dominanti maschili e patriarcali. Ippomene, come Meleagro, rappresenta quel tipo di uomo che riconosce la parità con la donna e non si crede superiore a lei.
      Gli altri pretendenti invece chiedevano aiuto a Zeus, Ermes o Ares, volevano vincere con la forza e il dominio maschile, sottovalutando la potenza femminile. Muoiono, nel mito, perché rappresentano la profonda umiliazione che gli uomini provano quando usano le armi della prepotenza verso le donne e ne vengono sconfitti.

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