La rivoluzione della luna

Le relazioni di amicizia sono una grande risorsa in molti sensi. Anche in quello della lettura. I consigli di persone con le quali si ha un buon legame mostrano nuovi panorami che, per diversi motivi, da sola non sempre riesci o vuoi vedere.
Così è stato per La rivoluzione della luna.
L’unico romanzo di Andrea Camilleri che ho letto, lo ammetto. Della serie dell’arcinoto commissario Montalbano non ho ancora letto niente e neppure ho visto i telefilm.
Sono arrivata a questo libro non per mia volontà ma perché mi è stato regalato da un’amica, con una bellissima dedica dove scrive del valore di Camilleri nel dare dignità al popolo siciliano e alla Sicilia tutta.
L’ho letto un anno fa e ne scrivo ora perché nella mia galleria di donne la protagonista della storia entra di diritto: Eleonora di Moura è realmente esistita e in questo romanzo, oltre ad essere diventata un personaggio letterario, le viene restituita piena memoria storica.

Camilleri la rende indimenticabile.
Il romanzo è scritto in siciliano e confesso che il primo impatto è stato di disorientamento. Mi sembrava di non capire niente! però la descrizione di apertura, arguta e sottilmente ironica, mi ha spinta a proseguire. E ben presto sono rimasta incatenata alla trama, alla lingua, ai personaggi. Una lettura piacevolissima e coinvolgente.
La lingua siciliana fa la differenza. Se il libro non fosse scritto in questo modo perderebbe metà della sua bellezza e della forza di immersione in un mondo come quello della Sicilia del 1600. Il passaggio dal siciliano all’idioma, mezzo spagnolo e mezzo siciliano, di donna Eleonora caratterizza ancora di più il personaggio e la storia. Dice la sua non appartenenza al contesto ma, nello stesso tempo, lo sforzo di coinvolgimento ed empatia.

Unknown-1.jpegSiamo nel 1677 a Palermo e qui conosciamo Eleonora di Mora “ ‘na vinticinchina d’una biddrizza da fari spavento” subito dopo la morte del marito, il Viceré Angel de Guzmàn, il quale fa una breve e indimenticabile comparsa all’inizio del libro in coincidenza con la sua dipartita da questo mondo.
Don Angel era sbarcato in città due anni prima, per assumere l’incarico di Viceré di Spagna in Sicilia. Un mese dopo era arrivata dalla Spagna anche Eleonora de Mora, sua promessa sposa, che è rimasta chiusa in convento “indove che si era istruita, ‘mparanno tra l’altro il taliàno” fino al momento del matrimonio. Un matrimonio durato pochissimo per la morte di don Angel, ingrossato da una malattia tanto da sembrare “un liofanti… continuava a ‘ngrassari come a un maiali mietuto all’ingrasso”.
“Era stato un bravo Viciré, don Angel,… Di subito si era addimostrato persona onesta, rispettosa della leggi e dell’òmini, pronto a cunnari la ‘ngiustizia e l’approfitto, la prepotenza e l’arbitrio”.
Con la malattia però “aveva allintato le redini e ora i Consiglieri facivano quello che volivano”.
I consiglieri pensano di prendere il comando, alla morte di don Angel, ma lui ha lasciato scritto nel testamento che la sua vedova l’avrebbe sostituito e, nonostante i maneggi e le ambizioni di alcuni nobili, donna Eleonora diventa Viceré e riesce a governare Palermo per un breve periodo. Fino a quando viene richiamata in Spagna.

Ci si innamora subito e si fa il tifo per lei che si mostra capace di usare il potere per sanare le ingiustizie, sui poveri e sui deboli, perpetrate da ricchi e potenti, abituati a sfruttare e a operare violenze contro la gente e la terra di Sicilia. Ostacolata e sottovalutata perché donna, e in più donna giovane e bella, si rivela invece di ben altra pasta, aggirando con intelligenza le trame ordite per indebolirla e toglierla di mezzo.
La prima cosa che abbaglia in Eleonora è la bellezza, come dice il principe di Ficarazzi, Gran Capitano di Giustizia:
“‘Nni ‘mbriacammo della straordinaria biddrizza di donna Eleonora e non accapimmo cchiù nenti!…”
Lo stesso si rende conto ben presto che non è alla bellezza di donna Eleonora che bisogna prestare attenzione:
” Nel senso che ‘sta fìmmina, volenno, pò in un fiat arriducirinni come a pupi tra le sò mano…”
“…Premesso che io considero a donna Eleonora ‘na fìmmina perigliosa, che avi ‘n testa l’idea precisa di quello che voli fari, è quello che voli fari lei non crio che è lo stisso di quello che volemo fari nuautri,…”

La principessa di Trabia, prima tra le nobili palermitane, coglie al primo sguardo le qualità di donna Eleonora:
“Vuoi siti cchiù beddra di quanto dicino” fici la principessa assittannosi. “E a quanto pari faciti macari cizzioni”…
…”Por qué soy una excepción?”.
“Perché non sempri biddrizza e ‘ntelligenza vanno a braccetto. E io sento che vui siti ‘na picciotta ‘ntelligenti. Minni compiaccio per vui e per il nostro paìsi”.

Eleonora de Mora governa Palermo in un modo diverso da quello maschile e lo sa fare con determinazione, sensibilità e intelligenza.
Abbassa il prezzo del pane, diminuisce le tasse per i più poveri, dispone una dote per le giovani povere e disagiate.
Le ingiustizie e le violenze perpetrate dall’Inquisizione nel nome di un supposto volere divino la vedono fortemente critica. La descrizione del crudele Inquisitore don Camilo Rojas y Penalta è ironica:
“Sicco come a ‘no schelitro, nella crozza di morto che era la sò testa portava ‘na benda nìvura a cummigliarigli l’occhio mancino che gli era stato cavato a forza da un cunnannato che, addivintato squasi pazzo dopo ure e ure di tortura, si era fingiuto sbinuto e po’ l’aviva aggrampato.
Don Camilo faciva sempri la ‘mpressioni di ‘na bestia sarvaggia affamata pirchì era da anni e anni che il Santo Offizio era caduto ‘n vascia fortuna, non s’attrovava un eretico a pagarlo a piso d’oro, le streghe erano spirute e non s’arrinisciva cchiù ad abbrusciari vivo a nisciuno suora alla pubblica piazza. Unni erano annati a finiri i miravigliosi auto da fé?”

Il suo governo è durato però solo il tempo di un ciclo lunare e poi è terminato per intervento ecclesiastico e della nobiltà, contrari a una donna al governo e alla rivoluzione da lei operata.

In questo romanzo l’amore romantico non ha spazio, se non in don Serafino, il medico del Vicerè, innamorato dal primo istante in cui ha visto donna Eleonora e, da quel momento, a lei fedele per sempre.
“E chiuì ancora l’occhi. E don Serafino vitti a ‘na lagrima, una sola, ‘ na perla, niscirle dall’occhio mancino, sciddricare lenta lenta lungo la guancia, firmarisi un attimo prima di staccarsi e…
E la mano dritta di don Serafino la raccoglì suora al palmo aperto. Po’ lui la stringì forti nel pugno chiuiuto, volenno che quella lagrima pinitrasse di tra alla sò carni fino ad addivintari sangue del sò sangue.”

Cosa ho amato di più nel romanzo di Camilleri?
Tutto il libro, in realtà. Ci sono episodi raccontati in modo così coinvolgente che ti sembra di essere dentro la storia, proprio nel momento in cui le cose stanno succedendo.
Ma soprattutto amo aver conosciuto questa figura di donna, resa alla Storia che l’aveva trascurata:
perché testimonia la capacità di esercitare un potere nella differenza del genere, senza allinearsi al modello maschile, che è troppo spesso fonte di violenza e sopraffazione;
perché viene reso onore e riconosciuta la sua capacità di prendere decisioni a favore del popolo e la sua determinazione nel contrapporsi a chi la riteneva un ostacolo agli interessi personali.

Il personaggio storico
Eleonora de Moura y Moncada de Aragòn, duchessa di Nocera, marchesa di Castel Rodrigo si è sposata in prime nozze con Anielo de Guzmàn y Carafa, il Viceré di Sicilia, morto nel 1677.
In seconde nozze, nel 1679, ha sposato Carlos Homodei y Lasso de Vega e da questo matrimonio è nato l’unico figlio, morto giovane.
Eleonora è morta a Madrid nel 1707.
È stata l’unica donna ad avere potere di governo e amministrativo in un’epoca in cui le donne governavano solo la casa. Di lei ci sono poche tracce in alcune opere, a cui fa cenno Camilleri nella Nota finale del suo romanzo.
Ha preso provvedimenti straordinari per l’epoca, anche se il periodo in cui ha amministrato il regno di Sicilia è durato meno di un mese:
“Suo fu certamente l’abbassamento del prezzo del pane e la creazione del Magistrato del Commercio che riuniva le settantadue maestranze palermitane.
In quanto ai provvedimenti da lei presi a favore delle donne, va detto che rimise in vigore il Conservatorio per le vergini pericolanti e quello per le vecchie prostitute, tutti e due all’epoca da tempo dismessi per mancanza di fondi, mentre invece interamente sue sono la creazione della cosiddetta Dote Regia e del Conservatorio delle Maddalena pentite.
Sua fu anche la riduzione del numero dei figli per ottenere i benefici concessi ai ‘padri onusti’.”

Andrea Camilleri
La rivoluzione della luna
Sellerio editore Palermo, 2013

2 thoughts on “La rivoluzione della luna

  1. Anche il mio timore era quello dell’impatto con il siciliano, ma se non è così difficile comprenderlo… Dagli estratti che hai pubblicato un po’ capisco, un po’ intuisco, ma insomma si può fare. Bella recensione, come sempre.

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    • Mi sono aiutata con un piccolo vocabolario per alcune parole che non riuscivo a capire. Ho faticato inizialmente e poi la lettura è scivolata via abbastanza bene.
      Se non mi fosse stato consigliato, o meglio messo in mano, non so se l’avrei letto. Ma alla fine sono felice di averlo fatto e trovo che questo romanzo è molto molto bello 😀

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