Halide Edib

Scrittrice e patriota turca: “La repulsione di fronte alla violenza maschile è un comune denominatore dei suoi scritti”.

La Turchia del 2016 segna un ritorno all’oscurantismo che riporta indietro di un secolo la cultura di vita e di pensiero della nazione. Gli ultimi fatti non sono che l’epilogo drammatico di un sistema di governo che in questi anni si è andato affermando. Si dice che è democratico perché votato in libere elezioni ma della democrazia, intesa come libertà di pensiero e di espressione, vedo poco. Soprattutto la violenza nel tacitare l’opposizione è il segnale del precipitare nella dittatura.

E questo mi fa ripensare a una donna che, nel secolo scorso, ha combattuto in quella rivoluzione che ha portato la Turchia fuori dall’integralismo religioso e l’ha resa uno stato laico, quello che ora è in pericolo.Unknown-1.jpeg
Halide Edib è un nome che difficilmente troviamo nei libri di storia, anche se ha partecipato attivamente alla lotta per l’indipendenza della Turchia, vivendo tutte le contraddizioni per quella che ha chiamato la sua “solitaria filosofia di vita” in quanto, pur rifuggendo la violenza, ha combattuto credendo nella possibilità di uno stato diverso. Si è sentita lacerata tra il profondo sentimento materno e l’urgenza di partire, lasciare i figli per essere partecipe di quanto stava accadendo nel suo tempo e non spettatrice in attesa.

Il mio riferimento, nello scrivere di lei, è il saggio dello storico Paul Ginsborg, edito in Italia da Einaudi Storia nel 2013 col titolo Famiglia Novecento. Racconta l’evoluzione e i cambiamenti che la famiglia, come istituzione, ha affrontato dal 1900 al 1950, tra rivoluzioni e dittature, in alcuni paesi: Russia, Turchia, Germania, Italia e Spagna. Parla quindi di storia, di donne e di uomini, perché le famiglie sono formate dalle persone e i legami sociali sono normati dalle leggi, e cambiano a seconda delle condizioni storiche, sociali e culturali. Una delle donne di cui scrive Ginsborg, in riferimento ai cambiamenti profondi avvenuti in Turchia nel primo Novecento, è Halide Edib.

E veniamo quindi ad Halide e alla sua storia di donna che ha lottato per l’indipendenza del suo paese, che ha portato avanti un discorso di parità di genere e rifiuto delle dittature.
È nata nel 1884 in un ambiente agiato e altolocato – il padre Edib Bey era uno dei segretari del sultano Abdülhamit II – ma in una famiglia disunita e precaria. La madre è morta di tisi quando Halibe era piccolissima e il padre si è risposato ben presto, prendendo anche una seconda moglie.
La pratica islamica consentiva agli uomini di avere fino a quattro mogli, ma era scoraggiata nell’élite turca di fine ottocento che guardava sempre più ad uno stile di vita europeo. Il padre di Halide era però tradizionalista nei costumi familiari e sessuali.
Halide, nelle sue Memorie, ha descritto gli effetti dolorosi della poligamia, il clima di tensione, odio e rivalità che si veniva a creare tra nuclei che vivevano nello stesso ambiente domestico; ogni moglie aveva la sua cerchia di figli, servi e familiari, spesso in contrapposizione tra loro e divisi da interessi diversi:
“La costante tensione a casa rendeva ogni semplice cerimonia familiare assimilabile a un dolore fisico, una sensazione che non mi ha quasi mai abbandonata. Le camere delle mogli erano l’una di fronte all’altra e mio padre le visitava a turno”.
Il suo desiderio sarà quello di poter avere una famiglia ‘normale’, due genitori che vivono con i figli, da lei ritenuto un modello più umano e basato sulla parità di diritti tra uomini e donne, diversamente dal modello patriarcale dell’impero ottomano.
Non condivideva l’idea di altre personalità femminili dell’epoca, come ad esempio Alessandra Kollontaj che, nella rivoluzione russa, auspicava il superamento della famiglia borghese per una forma superiore di vita collettiva.
No, Hadibe, proprio in ragione della sofferenza vissuta nell’infanzia in mezzo a gelosie e rivalità, desiderava proprio quella famiglia borghese che altri ripudiavano e ritenevano superata.

Sin da piccola si è mostrata profondamente consapevole della disuguaglianza e anche della differenza tra i generi. Nelle sue Memorie ha descritto i diversi comportamenti in uso tra uomini e donne su qualsiasi cosa, anche sul modo di curare un semplice mal di testa. Soprattutto trovava inquietanti i comportamenti dei bambini maschi che mostravano già nell’infanzia una propensione alla violenza. Ha raccontato l’episodio di un cane rimasto schiacciato sotto un muro. I maschietti presenti invece di aiutarlo ridevano dei suoi guaiti di dolore e gli tiravano pietre e Hadibe ha ritenuto questo un “segno rivelatore. Simbolico e inquietante dell’istinto abbietto che marchia la specie umana”. Considerava gli uomini, inteso come sesso maschile, incapaci di vivere in pace e questo pensiero l’accompagnerà nel corso delle sue esperienze di guerra.

Nonostante fosse tradizionalista a livello familiare, il padre di Hadibe era progressista nell’idea di dare una cultura alla figlia al di fuori dagli schemi locali e la iscrisse a una scuola missionaria protestante, l’American College for Girls di Costantinopoli, dove lei si diplomò nel 1901.
Subito dopo il diploma, all’età di diciott’anni, Hadibe decise di sposarsi con Salih Zeri Bey, valente matematico e filosofo, che era stato suo insegnante e più vecchio di lei di vent’anni.
Nacquero due figli ma non fu un matrimonio felice, per vari motivi.
Il marito aveva nei suoi confronti un atteggiamento paternalista e correggeva ogni cosa che lei scriveva e traduceva. Oltre ad aiutarlo nei suoi lavori Hadibe, a ventitré anni, aveva iniziato a tradurre Shakespeare e “Salih Zeri Bey correggeva la mia versione a colpi di penna rossa inserendo vocaboli arabi e i consueti termini ortodossi della lingua letteraria…”
Inoltre dopo nove anni di matrimonio scoprì la relazione che lui aveva con un’insegnante e la sua intenzione di prenderla come seconda moglie. Sentendosi oltraggiata e addolorata, proprio per le ragioni che nella sua storia l’avevano portata all’insofferenza verso la poligamia, Hadibe se ne andò di casa con i figli e quando venne a sapere che il marito aveva realmente preso una seconda moglie lottò per ottenere il divorzio.

Nel frattempo a livello politico si stava facendo strada una opposizione contro il sultano Abdülhamit II, “dal naso imponente e gli occhi sfuggenti”, guidata dal movimento dei Giovani Turchi, ufficiali dell’esercito e burocrati di 20 e 30 anni circa. Avevano una forte impronta nazionalista che sostituiva la fedeltà al sultano con l’idea di creare uno stato Turco.
Il 1908 è stato caratterizzato da spontanee manifestazioni senza precedenti a Istanbul, e il sultano fu obbligato a ripristinare la Costituzione del 1876, che aveva abbandonato trent’anni prima in favore di uno stato di polizia e di ideologia pan-islamica.
In questa rivoluzione politica Hadibe è stata la voce riformista femminile in una società patriarcale; era diventata una giornalista affermata ma, quando le forze controrivoluzionarie ripresero Istanbul nel 1909 con un colpo di stato, fu costretta a fuggire con i figli ad Alessandria d’Egitto.

Tra il 1911 e il 1921 i turchi portarono a termine la rivoluzione nazionale che ha messo fine all’impero ottomano. Tra i tanti fatti vanno ricordati due episodi, accaduti simultaneamente, perché considerati la base fondante della Repubblica turca.
Il primo è l’entrata in guerra dei turchi, nell’ottobre 1914, a fianco delle potenze dell’asse nel primo conflitto mondiale, con la sconfitta che subirono nel Caucaso per mano russa.
Il secondo è il genocidio armeno nella primavera-estate 1915 in cui l’assuefazione alla violenza causata dalla prima guerra mondiale e il veleno dei nazionalismi del XIX secolo hanno portato a una vera e propria pulizia etnica con deportazioni in massa; furono uccisi tra i 700 e 900 mila armeni, considerati come il nemico interno, favorevoli ai russi.

Le figure di spicco come Mustafa Kemal, Enver, Halide Edib si trovarono coinvolte in diverso modo in questa tragedia.
Enver fu uno dei maggiori responsabili ma poi riuscì a fuggire e andò a combattere nel Tagikistan contro i bolscevichi.
Kemal, scrive Perry Anderson, ha avuto la ‘fortuna morale’ di trovarsi su un altro fronte durante il genocidio armeno, nella difesa dei Dardanelli. Ma “il regime di Kemal, per citare ancora Anderson, era zeppo a ogni livello di elementi che avevano avuto parte negli eccidi del 1915-1916″.

Come si pose Hadibe di fronte a questa tragedia?
“Halide Edib riveste un ruolo di minor rilievo nella storia turca rispetto agli altri tre personaggi, ma il suo caso è forse il più significativo, nonché il più doloroso. Prima della guerra non esitò a condannare tutti gli attacchi alle minoranze, armeni inclusi. La repulsione di fronte alla violenza maschile è un comune denominatore dei suoi scritti. Ma da fervente nazionalista, convinta che le terre turche dell’impero non dovessero finire in mano straniera, non riuscì a dissociarsi dalla linea ufficiale ed era restia ad ammettere che per natura e dimensione le deportazioni degli armeni si collocavano su un piano diverso dagli altri orribili episodi avvenuti dal 1911 in avanti.”

E le potenze dell’Intesa?
“I vincitori della prima guerra mondiale confrontati con la Turchia agguerrita del 1921 preferirono lasciar cadere il tema del genocidio e concludere la pace con la nuova Repubblica. Se prima della Grande Guerra le interferenze delle potenze avevano fomentato l’odio, dopo il conflitto la loro indifferenza rispetto al genocidio contribuì a tirar fuori d’impaccio la nuova Repubblica, che poté nascere senza doversi confrontare con quei misfatti né farne pubblica ammenda. Le fu concesso di negare l’esistenza stessa del genocidio e addirittura di considerare qualsiasi riferimento a riguardo un atto criminale contro la patria.”

Alla fine del conflitto mondiale ci furono l’invasione greca della Turchia nel 1919 e l’occupazione alleata di Instabul ad accendere le micce del nazionalismo turco.
Kemal stabilì il suo quartiere generale ad Ankara, chiamando tutti i patrioti che intendevano lottare per l’indipendenza.
Hadibe si sentì combattuta tra l’amore materno, il doversi allontanare dai figli ancora minorenni, e il dovere nazionale che in lei era imperioso.
Alla fine decise di partire per Ankara dopo aver fatto entrare i figli al Robert College di Istanbul e averli affidati ad amici “la lettera più importante era indirizzata a Charles Crane, gli dicevo che ero in partenza per l’Anatolia e che la lotta sarebbe stata dura e lunga, e la mia sopravvivenza incerta. Gli chiedevo se sarebbe stato disposto a portare i ragazzi in America a educarli e proteggerli.”
Nella guerra d’indipendenza ha lavorato nell’ufficio stampa del quartiere generale di Kemal ad Ankara.halide.jpg Con l’avvicinarsi dell’esercito greco è diventata prima infermiera – nel 1921 ha ricevuto anche la notizia che il marito era morto in un ospedale psichiatrico – e poi è entrata volontaria come soldato semplice nell’esercito di liberazione. Non esistevano donne soldato nell’esercito turco e il suo gesto fu apprezzato da Kemal. Alla fine della guerra è stata promossa sergente maggiore, anche se spesso al fronte si era rifiutata di sparare, continuando ad essere convintamente non violenta in contrasto con la scelta fatta. “Nelle sue memorie la definì la sua ‘solitaria filosofia di vita’.”
La guerra contro l’esercito greco vide vincitori i turchi “la nazione era fatta, ma a quale prezzo?”.
Nelle sue memorie Hadibe, che era stata testimone delle atrocità commesse dai greci, ma non di quelle commesse dai turchi sui quali non si espresse, ha scritto parole di profondo sconforto:
“Un sussurro indicibile nella mente mi fece capire che l’istinto supremo dell’uomo è uccidere – null’altro. Mi fece realizzare che chi era privo dell’istinto di uccidere non apparteneva alla specie umana. Era costretto a essere alieno al genere umano… ero in preda a una incontrollabile ripugnanza per qualunque essere con sembianze umane: la bestia con gli occhi inquietanti e le mani infide che calcava la terra solo per distruggere la propria specie e sterminarsi.”

Tornata due anni dopo, nel 1922, a Istanbul riabbracciò i figli.
Nell’ottobre del 1923 venne proclamata la Repubblica il cui presidente Mustafa Kemal aveva quarantadue anni.
La storia poi mostra che luci e ombre si alternarono nella politica turca.
Per quanto riguarda Hadibe fu esiliata con il marito, il chirurgo Adnan (Adivar), quando nel 1925 tutte le opposizioni vennero espulse, dopo l’approvazione della Legge sul mantenimento dell’ordine a seguito della rivolta curda. Loro facevano parte del Partito repubblicano progressista che era l’unica opposizione politica nazionale organizzata e quindi più di tutte messa al bando.
Dal 1926 vissero in Europa e negli Stati Uniti.
“Halibe Edib tenne spesso conferenze sulla storia politica e intellettuale del Vicino Oriente, nonché sulla letteratura turca contemporanea. Rimase fedele al nazionalismo turco, moderato però da una costante vena pacifista. Era fortemente influenzata dagli insegnamenti di Ghandi e nel gennaio 1935 si recò in India per tenervi una serie di conferenze. Il 19 gennaio Ghandi presiedette a una di queste a Delhi. L’ ‘Hindustan Times’ scrisse – L’oratrice ha un lieve accento persiano ma il suo inglese è chiaro ed efficace e la voce ammirabilmente squillante perché abituata a rivolgersi a uditori di migliaia di persone nei raduni di massa – . Ghandi concluse l’incontro esprimendo la speranza che ‘l’avvento (di Halibe Edib) tra di noi unisca Indù e Musulmani in un vincolo indissolubile’.”
Halibe Edib poté rientrare assieme al marito in Turchia solo nel 1939, un anno dopo la morte di Mustafa Kemal.
Morì a Istanbul nel 1964.

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