Il velo tra obbligo e divieto

“Nel discorso sulle donne e sul velo si è scritta un’altra storia…che, in varia misura, ha influenzato tutte le società mediorientali e che ancora vive, insieme a quelle lotte, dentro questo discorso” (1)

Quando mi trovo in spazi pubblici – strade, piazze, negozi, comuni luoghi di vita della nostra società italiana, paesi di campagna e città – guardo le persone che mi circondano con uno sguardo curioso e interessato che, però, so essere influenzato dalle esperienze e dalla mia formazione culturale. Per questo lo considero uno sguardo parziale, relativo; so che tra le storie che la mia mente si racconta sulla gente che incontro e la realtà della loro vita c’è una profonda distanza. Mi sforzo sempre di restare consapevole di questa distanza.
Guardo le donne, le ragazze. Italiane e straniere. Guardo i loro vestiti. A volte apprezzo, a volte no, perché il nostro sguardo sulle donne e sul corpo è diventato uno sguardo estetizzante e anche giudicante. Che ci piaccia o meno.
Guardo le donne musulmane velate e percepisco la distanza e la vicinanza insieme. Mi pongo tanti interrogativi sul loro indossare il velo.
Così come mi pongo interrogativi quando vedo, ad esempio, una ragazza camminare per strada con un tacco di dodici centimetri.
In nessuno dei due casi ho mai pensato che sarebbe giusto vietare quello che indossano.
Ed è quindi con sorpresa, e anche con una certa irritazione, che leggo i numerosi articoli sui media e gli accesi dibattiti sui social sulla necessità di vietare il velo. Nello specifico il dibattito si sta concentrando sul divieto della versione da spiaggia, cioè il burkini, e per estensione prosegue anche sul velo.
La maggior parte dei pareri verte sul fatto che il velo rappresenta la sottomissione femminile all’uomo, è la negazione della parità di genere e la mancata emancipazione delle donne che lo portano. Altri significati – di costume, di identità personale e collettiva, di spiritualità – vengono tenuti poco in considerazione.
In tutto questo dibattere mi pongo i seguenti interrogativi:
è possibile che il divieto liberi ‘altre’ donne da quella che il nostro pensiero occidentale vede come un’oppressione e una sudditanza femminile?
l’obbligo risolve il problema che noi poniamo, cioè portare le donne musulmane ad abbandonare un abbigliamento che rappresenta ai nostri occhi un segno di mancata emancipazione?
oppure acuisce le distanze tra donne e tra culture alimentando magari resistenze passive e silenziose che ostacolano il confronto?

Nuove e vecchie letture mi hanno fornito materiale, informazioni, riflessioni che ho trovato di grande interesse e ho sintetizzato in questo scritto. Perché gli interrogativi che ci poniamo oggi sul velo sono stati affrontati anche un secolo fa e mostrano come la questione del velo musulmano sia di vecchia data e mai risolta.
Se andiamo a vedere i modi con i quali diverse nazioni nel passato si sono poste di fronte al problema possiamo trarre indicazioni per comprendere come il divieto possa diventare uno strumento violento e oppressivo, che tratta il corpo delle donne come oggetto da ridisegnare, da nascondere o mostrare, un corpo considerato cosa pubblica ed estraniato dalla volontà della donna stessa.

Porto, per completezza, alcune note sulle fonti da cui ho tratto le informazioni dei paesi che vado a citare.
Il primo libro nel quale ho letto delle politiche che hanno cambiato il sistema di vita familiare e delle donne è quello dello storico Paul Ginsborg, Famiglia Novecento (2); a questo testo mi riferisco per Turchia e Russia.
La lettura più recente è quella di Aboudrar, Come il velo è diventato musulmano (1); Aboufdrar è professore di Estetica all’Università di Parigi e nel suo libro parla del velo nelle due religioni principali e racconta la storia degli svelamenti in Egitto, Turchia, Iran e nei paesi del Maghreb.
Recente è anche la conoscenza del libro di G. Galeotti, Il velo (4) che fornisce, in modo semplice e sintetico informazioni interessanti sull’argomento, svelamento compreso.
Come non ricordare la sociologa Leila Ahmed che in Oltre il velo (3) scrive: “Il riemergere della questione del velo nei discorso geopolitici sta a simbolizzare molte cose, fra cui soprattutto il rifiuto dell’Occidente”, spaziando quindi sui diversi significati del velo.
Un autore fondamentale per comprendere i disagi psicologici e sociali dello svelamento delle donne algerine, è F. Fanon, L’Algeria si svela (5); Fanon è stato psichiatra e attivista del movimento anticolonialista e nei suoi scritti ha trattato gli aspetti clinici e politici.

Nella prima parte del Novecento, paesi islamici quali l’Egitto, la Turchia, l’Iran, l’Algeria, la Tunisia, il Marocco, oltre alla Russia (che ha tra la sua popolazione un’alta percentuale di fede musulmana), si sono trovati ad affrontare la questione del velo femminile.
La spinta era partita già dalla seconda metà dell’ottocento quando le civiltà islamiche si sono trovate di fronte al progresso – tecnologico, di idee e libertà – del mondo occidentale. Hanno oscillato tra due posizioni: una fondamentalista legata allo spirito del Corano e che dell’occidente accettava solo l’evoluzione tecnologica, l’altra che invece intendeva assimilare la cultura della tolleranza, del libero arbitrio e della convivenza.
Questa seconda posizione ha portato alla necessità e al desiderio di questi stati di mostrare il processo di modernizzazione e l’evoluzione del loro sistema sociale. In ragione del fatto che i cambiamenti sociali passano attraverso l’emancipazione delle donne, hanno posto attenzione alla cosa più visibile allo sguardo occidentale: il velo. Hanno dato avvio ai cosiddetti svelamenti, cerimonie collettive e spettacolari in cui le donne si toglievano il velo.
In alcune nazioni è stato un processo collettivo e accettato in altre obbligato e gli esiti sono stati diversi.

“Il movimento intellettuale cui si devono gli svelamenti del mondo musulmano (prima arabo e poi, in rapida successione turco e persiano) è in effetti quello della Nahda, termine che significa ‘risveglio’ o ‘rinascimento’. Può essere interpretato come la reazione intellettuale delle Élite arabe alla constatazione della supremazia della cultura occidentale…” (1).
Il movimento del Nahda ha preso origine dall’EGITTO e ha guardato all’Illuminismo francese.
Uno degli intellettuali di questo movimento è stato Qasim Amin, giurista egiziano, che nel 1899 ha pubblicato in arabo La liberazione delle donne; in questa opera ha inteso criticare la civiltà islamica attraverso la condizione femminile, per una teoria del riflesso in cui la donna sarebbe l’immagine dello stato della società in cui vive.
Ha scritto sul velo, sulla reclusione delle donne, sull’importanza dell’educazione e sulle potenzialità del genere femminile, per una conquista di diritti. Ha sostenuto, in sostanza, che il velo era un ostacolo al progresso femminile e per estensione al progresso egiziano, portando avanti posizioni politiche contro uno stato tradizionale “…ne nacque un’atroce dinamica in cui i diritti delle donne divennero il grimaldello con cui il potere imperialista cercava di scardinare le resistenze degli oppositori” (4)
Una filosofia di pensiero diversa ha iniziato a farsi strada, anche se portata avanti da una posizione di potere che strizzava l’occhio all’occidente.
Poi nel 1923 Huda Sha’rawi, intellettuale egiziana, al ritorno dal Congresso di Roma per il suffragio femminile internazionale, scendendo dal treno si è tolta il velo. Prima donna appartenente a un ceto sociale colto e di potere ad andare in giro per il Cairo senza velo. A lei sono seguite altre donne.
Infine l’inaugurazione nel 1928 al Cairo della statua monumentale Nahadat Misr (Il risveglio dell’Egitto) dello scultore Mahmoud Mokhtar, che rappresenta una donna che si toglie il velo (la modernità) accanto ad una sfinge (la tradizione), è stato il segnale del passaggio alla modernità.
In Egitto lo svelamento non è stato uno spettacolo pubblico imposto dal potere politico ma ha preso le mosse da un movimento di progressione che è diventato popolare.

Anche in TURCHIA dal 1925, con Mustafa Kemal, si è assistito ad una modernizzazione e laicità dello stato e dei costumi. Prima è stato l’abbigliamento maschile a venire modificato e poi quello femminile, con lo svelamento. L’obbligo di dismettere il velo è andato di pari passo con il riconoscimento di altri diritti civili e sociali, all’avanguardia anche per l’Europa di allora (basti pensare al diritto all’istruzione di tutti i bambini e le bambine, al diritto di voto femminile locale nel 1930 e nazionale nel 1934, al diritto alla successione ereditaria delle donne,…). Inoltre il cambiamento è avvenuto in maniera progressiva, con estrema cautela, in quanto Mustafa Kemal sapeva che con questa riforma “avrebbe toccato i tasti più sensibili della vita quotidiana – la tradizionale riservatezza e discrezione delle donne turche, la cui castità determinava l’onorabilità della famiglia. Obbligarle a non indossare più il velo sarebbe stata una provocazione eccessiva. Kemal tentò di procedere tramite la persuasione…” (2). Ha utilizzato anche la pubblicità nelle riviste di moda con immagini che mostravano la maniera di indossare il velo alla stregua di un foulard occidentale.
Le donne hanno appoggiato questa scelta in quanto hanno ottenuto anche miglioramenti importanti per la loro esistenza.
La Turchia di Ataturk ha fatto dell’abolizione del velo e della riforma della famiglia i pilastri del nuovo stato-nazione, e questo senza ricorrere a cerimonie di svelamenti spettacolari o imposti.

In IRAN, invece, lo spettacolo degli svelamenti è stato un affare violento e di breve durata.
È iniziato in modo drammatico, nella prima metà dell’ottocento, con la figura solitaria di Táhirih Qurrat al-‘Ayn, detta Fatima, nata nel 1814. Il padre era un alto dignitario sciita ma ha voluto che la figlia ricevesse una buona educazione. Sposata a 14 anni ha seguito il marito in Iraq dove ha scoperto il movimento mistico Babì. Unitamente alla ricerca mistica ha portato avanti il suo femminismo, rompendo anche i rapporti con la famiglia. Il coraggio di Táhirih di ribellarsi allo status quo, con le affermazioni di uguaglianza tra uomini e donne, e il suo attivismo – ha fondato la prima associazione femminile in Persia – hanno portato ad arresti ed espulsioni. Nel 1848 si è tolta il velo in pubblico ed è stata condannata all’esilio. Tornata in patria clandestinamente è stata accusata di tramare con la setta mistica babista l’assassinio dello scià; condannata a morte è stata strangolata nel 1852, a 38 anni.
Negli anni Trenta del Novecento la situazione si è capovolta perché è stato lo stesso Scià (il penultimo) a imporre lo svelamento e il cambiamento dei costumi. Un cambiamento che non è partito però dai movimenti della società ma dalla volontà autocratica di chi deteneva il potere.
Reza Scià era attratto da quello che stava succedendo in Turchia e decise di rompere gli schemi del clero sciita presentandosi in pubblico in compagnia della moglie (era proibito), che portava solo un velo leggero sul viso. Ma a parte questi comportamenti non ha preso nessun’altra decisione sul velo finché, nel 1935, si è recato in Turchia per una visita a Mustafa Kemal ed è rimasto affascinato dalle donne e dalle studentesse che sfilavano senza velo e mostravano il loro volto in pubblico. Tornato in Iran ha imposto, quindi, una serie di misure coercitive perché la nazione sciita si modernizzasse come la Turchia con la quale aveva molto in comune: “entrambi ex-imperi di antichissime origini, entrambi paralizzati da un islam immobile” (1).
Studentesse, funzionarie pubbliche e soldatesse non dovevano più portare il velo ma partecipare alle manifestazioni mostrando il volto. Ufficiali, ministri e personaggi importanti, anche notabili di provincia, dovevano farsi accompagnare dalle mogli, senza velo, almeno una volta la settimana in pubblico (sembra una barzelletta il fatto che molti di questi assumevano donne per sostituire le legittime mogli in queste apparizioni, ma dà l’idea di come si siano sottoposti al volere del potere senza nessuna condivisione).
Nel 1936 “lo scià promulga una legge che proibisce qualunque forma di velatura, senza distinzioni di sorta” (1). Le donne che non rispettavano questa legge incorrevano in punizioni tra cui anche la carcerazione e non potevano accedere ai luoghi pubblici, ospedali compresi.
La società patriarcale sciita ha reagito con una opposizione violenta nascondendo e rinchiudendo le donne e le ragazze, che sono state quindi doppiamente vittime: obbligate a non usare il velo e obbligate nello stesso tempo a metterlo!
Nel 1941 lo scià è stato deposto dagli inglesi e nel 1943 la legge che proibiva il velo è stata abrogata, in quanto gli inglesi non l’approvavano, e portare o non portare il velo è diventata una scelta personale (?).
L’Iran si è quindi arenato presto.

L’ ALGERIA è il caso più emblematico in quanto ha trasformato il velo nel simbolo dell’Islam e in uno strumento di resistenza.
La dimissione del velo non è avvenuta in maniera indolore ma è stata spettacolare e coercitiva.
“La lunga stagione del colonialismo, che in Algeria durò addirittura dal 1830 al 1962, ha avuto un ruolo determinante nel processo di trasformazione del velo tradizionale in simbolo femminile dell’islam. Perché in effetti sono stati gli occidentali i primi a guardare il velo, cioè ad applicare il loro ordine visuale, che non tollera la dissimulazione, a un oggetto che sottrae alla vista il corpo e il volto delle donne” (1).
Durante il colonialismo il velo era guardato con curiosità e disprezzo dagli europei che non avevano accesso ai luoghi femminili come l’harem o l’hammam; non potevano vedere le donne che vivevano separate dagli uomini e che, in loro presenza, erano celate dal velo. Precluse al potere dello sguardo maschile. La fantasia ossessiva dello svelamento delle donne arabe ha spinto i colonialisti a immaginare denudato il loro corpo e a rappresentarlo, senza veli, nella pittura orientalista prima e nella fotografia poi. E il velo trasformato in strumento erotico.
Nell’ultima fase del colonialismo, soprattutto nella guerra d’indipendenza algerina, il velo, per i francesi, si era trasformato da curiosità a fonte di minaccia e paura e lo svelamento un affare militare perché sotto l’haik le donne nascondevano armi, portavano messaggi, partecipavano attivamente alla lotta, oltre al fatto che il velo poteva mascherare anche gli uomini (La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo è la narrazione di questa guerra).
Per gli algerini il velo era invece assurto a simbolo della resistenza anticoloniale e espressione della dignità del popolo arabo.
In tutto questo le donne sono state brutalmente strumentalizzate:
– Dagli uomini algerini che vivevano la contraddizione sociale di volere l’indipendenza, e nella lotta era indispensabile il coinvolgimento delle donne, ma di volere anche il mantenimento del patriarcato, che invece prevedeva l’esclusione e la segregazione delle donne. Un’antinomia che le donne hanno pagato. Coinvolte nella lotta, dovevano agire e portare a termine missioni, e venivano punite per lo stesso motivo, perché per riuscire nell’obiettivo perdevano l’essenza del femminile da rispettare “Se si svelava per la causa, tradiva la propria cultura, che aveva innalzato il velo a strumento di resistenza passiva…Se invece continuava a indossare il velo, tradiva la causa”(1).
– Dai colonizzatori francesi che volevano togliere il velo alle donne per piegare, così, gli algerini ai costumi e ai valori europei.
Quindi negli anni cinquanta del novecento la Francia, non essendo riuscita ad ‘assimilare’ gli uomini, ha fatto un ulteriore tentativo di mantenere il suo governo coloniale in Algeria concentrandosi sulle donne. E sul velo.
“Il velo – segno più evidente, per gli occidentali, della diversità e inferiorità delle società islamiche – appare così come il simbolo sia dell’oppressione o della degradazione (come si usava dire) delle donne, che dell’arretratezza dell’Islam, e divenne il bersaglio preferito dei colonizzatori” (3).

Nel tentativo di rendere lo svelamento un ‘affare femminile’ e non politico sono entrate in azione le mogli dei generali, Susanne Massau e Lucienne Salan. Dapprima cercarono di convincere le ‘sorelle’ indigene con argomenti di solidarietà femminile e poi reclutarono tra le indigenti quelle donne che, il 13 maggio 1958 a Place du Forum, bruciarono il velo sul palco in una manifestazione che voleva significare abiura e purificazione, come riti necessari per l’integrazione.
Questi cerimoniali si ripeterono nei giorni seguenti e molte donne vennero condotte dai mariti (costretti a loro volta) in piazza per ripetere il rito dello svelamento, che si è rivelato così affare violento e coercitivo.
“Gli svelamenti algerini del maggio 1958 sono questione femminile soltanto in apparenza. Tutte le donne coinvolte eseguono uno spartito scritto da uomini, uno spartito che non mira affatto all’improbabile emancipazione delle musulmane, bensì al loro sfruttamento in vista della sottomissione (o dell’ ‘assimilazione’,…) degli arabi. Un fine politico come quello della salvaguardia dell’integrità territoriale dell’impero francese viene spacciato per un fine sociale e declinato al femminile in modo minore”(1).
Prima di rinunciare del tutto all’Algeria la Francia decise un’ultima azione di svelamenti forzati disponendo che gli indigeni dovevano munirsi di carta d’identità. A tal fine furono arruolati alcuni giovani riservisti per fotografare il viso delle donne algerine. Nel 1960 Marc Granger, un giovane di venticinque anni, ha fotografato duemila persone, soprattutto donne e pubblicato “queste immagini, sconvolgenti ritratti di donne costrette con la forza a togliersi il velo, spesso per la prima volta di fronte a un giovane uomo… È qualcosa di simile allo stupro” (1)
Alcuni ufficiali, di fronte a quei ritratti, si sono espressi con commenti razzisti “Correte, venite e vedere come sono brutte! venite a vedere questi macachi, queste scimmie!” (1).
Il 3 luglio 1962 l’indipendenza dell’Algeria pose fine agli svelamenti forzati.

Ma quanta sofferenza ha significato lo svelamento per donne abituate, fin dall’adolescenza, a costruire il proprio schema corporeo a partire dal velo e in funzione del velo? Le contraddizioni sociali sono fonte di conflitti psichici e Frantz Fanon, psichiatra attivo nel movimento della decolonizzazione, ha sviluppato un’analisi clinica del conflitto interiore delle donne e dei disagi psicologici e sociali a causa dello svelamento forzato dalla guerra.
“Impressione di un corpo smembrato, lasciato alla deriva: le membra paiono allungarsi senza fine. Quando l’algerina deve attraversare una via, per molto tempo si sbaglia nel giudicare la distanza esatta da percorrere. Il corpo svelato pare sfuggirle, andarsene in mille pezzi. Impressione di essere mal vestita, persino nuda. Incompletezza percepita con grande intensità. Un sapore ansioso di incompiutezza. Una spaventosa sensazione di disintegrazione” (5).
La sociologa femminista Fadela M’Rabet, pur favorevole all’abbandono del velo, scrive del disagio che le donne algerine provano senza il velo e di come lo sostituiscano con un atteggiamento baldanzoso, di difesa
Scrive Fadela “La fierezza delle algerine, allora, ha una funzione precisa: equivalente simbolico del velo o del haik, serve a proteggerle dalle aggressioni degli uomini. È come se avvolgesse il corpo femminile mettendolo al riparo. Quella fierezza è uno scudo” (1).
In Algeria, quindi, la lotta dei francesi per togliere il velo lo ha reso più ricco di significati – appartenenza, identità e resistenza all’assimilazione – e simbolo della differenza tra culture.
Il fatto che l’imposizione sia stata esterna e straniera – non iniziata da movimenti, anche elitari, della stessa nazione – ha reso lo scontro più duro creando uno iato con l’occidente che persiste tuttora.

In TUNISIA lo svelamento non è stato drammatico come in Algeria – la stretta dei colonialisti era meno violenta – e ha seguito invece una piega repubblicana e democratica.
Si rifà a studiosi della corrente chiamata Tanzimat che, come la Nahda, intendeva perseguire la modernità musulmana. La rilettura del Corano aveva portato alla scoperta che non era previsto che le donne fossero velate e recluse. Da qui gli svelamenti intesi come una necessità per l’assimilazione della società tunisina al modello francese. C’è da dire che questa corrente era composta da studiosi che erano dichiaratamente sostenitori del protettorato francese dal quale si aspettavano la modernizzazione della Tunisia, soprattutto nella separazione tra Stato e Chiesa. Lo svelamento delle donne era considerato il prezzo da pagare alla civilizzazione.
In realtà la Repubblica Francese non ha fatto nulla nelle sue colonie e nei suoi protettorati per questa modernizzazione; a parte agire sul velo ha mantenuto invece pratiche come quelle della poligamia, dei matrimoni precoci e delle spose bambine, fenomeni sui quali non è mai intervenuta per salvare l’equilibrio del potere.
È stato il primo ministro Habib Bourguida nel 1956 ad abolire la poligamia, i matrimoni forzati e a garantire alle donne la tutela di alcuni diritti. Nel 1966 un filmato televisivo mostra lo svelamento che il primo ministro mette in atto togliendo il sefsari, il velo tradizionale, dalla testa delle donne.

In MAROCCO lo svelamento è stato, inizialmente, un affare aristocratico e non democratico come quello della Tunisia. È iniziato nel 1947 quando Lalla Aisha, la figlia del sultano si è mostrata in pubblico a pronunciare un discorso senza velo. Aveva diciassette anni. Con questo gesto, ben calcolo e preparato, che ha offerto un’immagine moderna, il sultano intendeva dimostrare ai francesi che il Marocco aveva fatto propri i valori occidentali e meritava l’autonomia.

Finora abbiamo visto stati musulmani confrontarsi con il problema del velo ma anche una nazione come la RUSSIA, dopo la rivoluzione di ottobre, si è trovata di fronte alla questione.
Negli anni venti i comunisti decisero di portare una serie di riforme e cambiamenti sociali nelle regioni dell’Asia Centrale, la cui popolazione era prevalentemente rurale e musulmana. Solo che mancava la classe operaia attraverso la quale agire. Un surrogato del proletariato è stato allora identificato nelle donne delle famiglie musulmane, perché oppresse e senza diritti.
L’8 marzo 1927 è partita una offensiva (hujium) sulla vita familiare, sui rapporti di genere e sulle credenze religiose; la battaglia contro il velo, che si è svolta in Uzbekistan, è stata la testa d’ariete.
In alcune assemblee organizzate e in teatrali manifestazioni di massa donne uzbeche bruciavano il pesante velo, il chachvon, e la veste lunga fino ai piedi, il paranji.
Il clero riformista si è trovato favorevole all’abolizione del velo perché la rilettura del corano mostrava che non era obbligatorio.
Però… il carattere invasivo e intollerante di queste azioni, la mancanza di gradualità e compromesso, unitamente all’arretratezza dell’ambiente, hanno fatto fallire il progetto. Non aver tenuto in considerazione il tipo di legami e l’importanza dei ruoli familiari ha portato più timori e contrasti che consensi.
Infatti quello che veniva inteso come il surrogato del proletariato, cioè le donne musulmane, non era affatto un proletariato. Le donne erano prima di tutto fedeli alle loro famiglie, che erano governate da un sistema patriarcale con una gerarchia di poteri. Le donne anziane – madre e prima moglie del capofamiglia – avevano ruoli direttivi e di comando sulle donne più giovani ed erano depositarie delle tradizioni religiose. Non proprio favorevoli quindi a togliere il velo.
Un episodio mostra il contrasto tra la cerimonia pubblica imposta e l’interiorizzazione del sistema: la moglie di un esponente comunista del luogo si era tolta pubblicamente il velo sul palcoscenico di un teatro ma dietro le quinte, prima di uscire per strada e recarsi a casa, la figlia l’attendeva per farle indossare il paranji.
Inoltre il clero più reazionario aveva messo in atto persecuzioni violente contro le donne che si svelavano e gruppi di maschi consanguinei uccidevano e stupravano le donne che si erano tolte il velo. Ne sono morte a migliaia anche se non si conosce con esattezza il numero delle donne uccise.
il sistema patriarcale ha dominato e la maggioranza delle donne, sia per paura che per convinzione, hanno mantenuto lo stile di vita facendo diventare il velo addirittura un simbolo di resistenza.

Una conclusione vera e propria non c’è anche se quello che emerge con chiarezza dalla storia degli svelamenti è che attraverso il corpo delle donne passano i cambiamenti sociali imposti dall’alto, cambiamenti apparenti e molto spesso non accompagnati da reali diritti. Le donne sono quelle che vivono nella contraddizione di accettare e subire delle regole o ribellarsi a queste, ma sempre su indicazione altra.
Io non condivido il parere che il divieto di indossare il velo musulmano sia una soluzione di emancipazione. Le emancipazioni imposte, abbiamo visto dalla storia, non sono mai tali. E restano imposizioni. Deve essere altra la strada per incrociare i destini delle donne di differenti culture e religioni.
Penso, in definitiva, che il velo alle donne musulmane sia stato imposto ma penso anche che queste ne abbiano fatto il segno della loro volontà, e nessun uomo e nessuna donna lo toglie più. È come il giogo che diventa un segnale di decisione autonoma.
Noi donne occidentali facciamo fatica ad accettare questo concetto ma non credo la battaglia giusta sia schierarsi contro.

(1) Bruno Nassim Aboudrar, Come il velo è diventato musulmano, Cortina 2015

(2) Paul Ginsborg, Famiglia Novecento, Einaudi Storia 2013.

(3) Leila Ahmed, Oltre il velo. La donna nell’Islam da Maometto agli Ayatollah, La Nuova Italia, 1995

(4) Giulia Galeotti, il velo, EDB 2016

(5) Frantz Fanon, L’Algeria si svela (1959) in Scritti politici, 2 voll., Derive Approdi, Roma 2007

2 thoughts on “Il velo tra obbligo e divieto

  1. Povere donne, quante vie crucis sono state costrette ad affrontare nel corso della storia. Donne che però spesso celano un coraggio e una forza che sono insospettabili, e che quindi a maggior ragione sono da ammirare. In effetti l’emancipazione, come ben scrivi, quando viene imposta dall’esterno (da un altro paese, da un’altra cultura) è molto più dura da metabolizzare e mettere in atto, se invece nasce un po’ alla volta e in modo naturale da movimenti interni alla propria etnia e religione, sicuramente è tutta un’altra cosa, anche nel caso ci fossero lotte e difficoltà da gestire. Condivido anche il fatto che lo svelamento debba nascere da una presa di coscienza personale/collettiva, non da un’imposizione esterna (peggio ancora se straniera) che rischia di rivelarsi traumatica per le donne stesse. Bellissimo articolo, come sempre. Bello e prezioso, soprattutto per le riflessioni che genera.

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