Il giudice delle donne

“Avevo sentito parlare del suffragio universale, naturalmente. Ad Ancona avevo visto un corteo di lavoratori che chiedevano il voto e perfino mio padre riteneva ingiusto che i poveri non potessero votare: “Senza il voto nessuno ti ascolta, il voto è la difesa del lavoro”, diceva. Riferendosi agli uomini, ovviamente.
Ma le donne… Be’, questo era tutt’un altro paio di maniche”.

Una pagina di lotta per il suffragio e l’emancipazione femminile è raccontata nel libro di Maria Rosa Cutrufelli uscito quest’anno, nel settantesimo anniversario del voto alle donne in Italia.
Ricordiamo che le donne, nel nostro paese, hanno votato per la prima volta alle elezioni amministrative e politiche nel 1946. Ma la storia del voto è stata lunga e ne fa parte la vicenda narrata ne “Il giudice delle donne”, una vicenda tanto clamorosa quanto presto dimenticata e sepolta. Solamente negli ultimi anni è stata riportata alla luce.
È accaduta esattamente cento anni fa, nel 1906. Un frammento di storia: il tutto è durato dieci mesi. Le protagoniste sono state dieci maestre, nove di Senigallia e una di Montemarciano, oltre al giudice della Corte d’Appello di Ancona Ludovico Mortara.9788888320908.jpg

Ma vediamo lo svolgersi dei fatti seguendo la narrazione del romanzo che, come scrive l’autrice nel Poscritto
“… questo romanzo è, per l’appunto, un ‘romanzo’, opera di finzione, e tuttavia è anche un intreccio, una tessitura di storie o di spunti narrativi pescati durante il lavoro di documentazione: gli scrittori, ha detto qualcuno, sono come gazze ladre che rubano tutto ciò che luccica… E la realtà, i fatti, le cose realmente accadute, sono molto luccicanti”.
Un romanzo che segue i fatti storici con esattezza anche se la narrazione è affidata a tre personaggi di fantasia:
c’è Teresa, la bambina con le mani da vecchia che, dalla morte per aborto della madre, si rifiuta di parlare;
Alessandra ‘la maestrina’ è una giovane di diciannove anni che da Ancona si trasferisce a Montemarciano per il suo primo incarico di supplenza;
infine Adelmo, giornalista all’Ordine di Ancona (il padre di Alessandra chiama i giornalisti “razza di profittatori e di lacchè. Cortigiani, vil razza dannata, canticchia, sull’aria del Rigoletto…”), segue la vicenda delle maestre.

Se Alessandra vive solo nel romanzo la sua collega Luigia Matteucci è vissuta nella realtà, è stata una maestra, moglie del sindaco socialista di Montemarciano, e ha partecipato alla campagna per essere iscritta nelle liste elettorali.
‘Mah. A volte penso che Luigia sia un po’ come quei pesci che mettono nei pozzi o nelle vasche per spurgare l’acqua. Ecco: lei ripulisce l’acqua perché tutte, in futuro, possano nuotarci dentro. Ma per il momento doveva nuotare da sola e anch’io mi sentivo un po’ così, come un pesciolino in una vasca melmosa e troppo grande’.
Così come vera è la figura di Maria Montessori, non solo grande pedagogista e antropologa, ma una delle poche donne laureate (si è laureata in medicina nel 1896) che ha propugnato l’educazione scolastica e il suffragio femminile. È partito da lei l’appello che esortava le donne a iscriversi nelle liste elettorali. Il 26 febbraio 1906 ha scritto “Donne tutte: sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico”.
Come vera è un’altra donna, Rosa Genoni, sarta e suffragista in quell’Italia che non voleva il voto delle donne. Sconosciuta a noi ma figura affascinante; nel libro Adelmo la incontra all’Esposizione universale di Milano del 1906.
E se Adelmo è un personaggio di fantasia non lo è il giudice Lodovico Mortara che ha ritenuta legittima la richiesta delle maestre. Per questo è stato chiamato in tono dispregiativo ‘il giudice delle donne’. Nonostante a livello personale fosse contrario, questo giurista di grande valore (è stato ministro della Giustizia con il primo governo Nitti dal 1919 al 1920, fu epurato poi da Mussolini) ha riconosciuto il diritto di voto delle dieci maestre.

I presupposti per la richiesta di voto politico delle donne, esortata da Montessori e altre femministe del tempo, stavano nello statuto albertino.

“Per il voto amministrativo esiste infatti un’apposita norma di legge, un codicillo scritto al momento dell’unità nazionale proprio per togliere quel tipo di suffragio alle donne del Lombardo-Veneto e della Toscana, che già ne usufruivano: un bel regalo del regno d’Italia alle sue nuove cittadine…
E così oggi le norme in vigore ci escludono dal voto amministrativo in maniera esplicita, ma sul voto politico sono vaghe e dunque offrono un appiglio…
Il piano è semplice, assicura, e prevede che le donne in possesso degli stessi requisiti che la legge impone agli uomini – l’istruzione e il pagamento di un’imposta sul reddito di almeno 19,8 lire annue – chiedano ai comuni di essere iscritte alle liste elettorali. E devono chiederlo in base all’articolo 24 dello statuto albertino, dove si afferma: tutti i regnicoli sono uguali davanti alla legge. Quando la richiesta verrà respinta – perchè la respingeranno, su questo non ci piove – allora scatterà il ricorso alle corti d’appello: E vedremo se anche i giudici ci diranno di no smentendo la nostra ‘Carta Fondamentale’, lo statuto del regno…
Dopo l’appello della Montessori (perchè è stata lei a lanciare l’idea con il suo famoso articolo, è sempre lei) tutta l’iItalia si sta mobilitando. I comitati per il suffragio ormai si contano a centinaia e sono al Nord come al Sud, a Mantova come a Palermo o a Venezia, e ancora a Firenze, Brescia, Livorno, Imola, Napoli, Genova, Cagliari. Per finire a Caltanissetta. E ovunque, a capofila, le maestre! Mentre le donne che non hanno un reddito o che ce l’hanno troppo basso per accedere alle liste elettorali – operaie, casalinghe – hanno formato dei gruppi di supporto”.

Tralascio la parte romanzata, peraltro molto piacevole, per soffermarmi sui passaggi della richiesta di voto, sofferti e tortuosi, fatta dalle maestre.

– Tra marzo e aprile del 1906, dieci maestre tra le quali Luigia Matteucci, che nel libro ha il ruolo di ispiratrice e guida, decidono di presentare domanda di iscrizione alle liste elettorali dei comuni di Montemarciano e Senigallia.
“Dunque giovedì, come stabilito, sono andate tutt’e dieci in municipio e, nel corso della stessa mattinata, hanno presentato la domanda d’iscrizione alle liste elettorali. Ognuna si è rivolta al rispettivo comune di appartenenza e ora, per la seconda mossa, non rimane che aspettare un sì o un no…”
Ottengono il nulla osta politico, contro le loro stesse previsioni, e procedono con il piano. Si presentano davanti alla commissione provinciale che ha competenza amministrativa in materia. E, sorpresa! anche la commissione provinciale dà parere favorevole trasformando il voto alle donne da un fatto di curiosità a una
“preoccupazione nazionale, entrando di diritto nelle cronache politiche”.

“In effetti sembrava una beffa da goliardi, perché i cinque membri della commissione sono notoriamente dei moderati e in particolare il relatore, l’avvocato Capogrossi (Luigi Capogrossi Colognesi, col doppio cognome), è un sincero tradizionalista. Eppure anche lui si era pronunciato a favore, votando per l’inserimento delle dieci maestre nelle liste elettorali… Come Commissario, ha detto, io ho un unico compito: vigilare sulla rigida applicazione della legge in vigore. Quindi, poiché le richiedenti hanno tutti i requisiti necessari – età, censo, istruzione – in via di principio non possono essere escluse dalle liste elettorali…”
Il parere favorevole della commissione sembra proprio una beffa perché lo stesso Commissario aggiunge:
“ – …non c’è nessuno in Italia, ma proprio nessuno, che abbia voglia di vedere le donne in fila davanti alle urne elettorali. Avete letto l’editoriale di Turati sull’Avanti? Chiaro come non mai-  E ha sillabato: con tante questioni gravi e serie da affrontare, non è il momento di discutere di suffragio femminile…
– Turati! Avete capito? Perciò rassicurate i vostri lettori, se questo è il problema. Che stiano tranquilli, perché non c’è nessun pericolo. Il procuratore del re si è già appellato contro la nostra delibera, la corte di appello non potrà che dargli ragione e ogni cosa tornerà al suo ordine naturale, con gli applausi di Turati e del vostro direttore – “

– Dopo che i comuni hanno accettato l’iscrizione e dopo la conferma della commissione elettorale della provincia, il procuratore del re ricorre in appello contro tale iniziativa. Insomma un capovolgimento delle parti. Le maestre hanno ottenuto una vittoria nelle prime fasi ma il ricorso le porta in Tribunale ad Ancona per un ulteriore passaggio
“…Se la corte rigettasse il ricorso del procuratore , se così fosse, ebbene, le nostre amiche diventerebbero le prime donne elettrici. Le prime italiane con il diritto di voto.
Si va in aula il trenta di questo mese (giugno)
…Senza l’autorizzazione del marito, nessuna di voi potrà presentarsi in tribunale…”

E infatti a giugno in tribunale non si presenta nessuna maestra; l’udienza viene rinviata a luglio e, nonostante ancora non ci sia nessuna maestra presente, il giudice pronuncia il verdetto e respinge il ricorso del procuratore

“Secondo la vigente legge elettorale politica, le donne che possiedono gli altri requisiti di capacità, hanno diritto di essere iscritte nelle liste elettorali.
Hanno diritto… Hanno diritto!

È Ludovico Mortara il giudice che respinge il ricorso del procuratore e stabilisce il diritto di voto delle donne perché il voto è
“…un diritto di libertà, cioè uno di quei diritti soggettivi (libertà di pensiero, di espressione, di coscienza e via dicendo) che lo statuto albertino garantisce a tutti i cittadini, uomini o donne che siano. Salvo le eccezioni previste dalla legge. Previste e menzionate espressamente… quando la legge tace, non vieta. – Così vogliono le regole della buona ermeneutica – ha detto – E se il punto di riferimento normativo è l’articolo 24 dello statuto, allora le donne non sono contemplate nelle ‘eccezioni’ – “

La faccenda si fa sempre più preoccupante visto che la questione del voto delle maestre è andata così tanto avanti che ci sono personaggi di rilievo che si dichiarano apertamente a favore
“Il titolo diceva “Non sono contrario” e riportava, in prima pagina, l’opinione di un famoso penalista napoletano sul problema del voto alle donne. No, affermava l’illustre commentatore, non sono sfavorevole, perché non è da loro che può venire il danno, se si tratta di signore indipendenti e con una certa cultura. Anzi, in caso di suffragio universale, potrebbero aiutarci a neutralizzare le cose incoscienti e analfabete dell’altro sesso”.

– Il procuratore del re però è determinato a non cedere e prosegue con il ricorso, che viene discusso in Cassazione. Qui viene annullata la sentenza della Corte d’Appello di Ancona, dando quindi torto a Mortara. La causa è rinviata alla Corte d’Appello di Roma che, infine, accoglie il ricorso del procuratore e mette la parola fine al voto delle maestre.
Il motivo, come spiega Adelmo, sta nel fatto che nel diritto hanno importanza non solo le disposizioni scritte ma anche le consuetudini e le tradizioni che determinano la condizione femminile.
“Era pressoché inevitabile, dopo tutto quel can can politico e giudiziario, che la cassazione rifiutasse la tesi di Mortara e infatti i giudici l’hanno confutata fin dalla premessa. Se la legge tace sui diritti politici delle donne, hanno obiettato, non è per equipararle agli uomini, come pretenderebbe la sentenza di Ancona, bensì per il motivo opposto, ossia perché non c’è alcun bisogno di un apposito divieto: l’esclusione è ovvia e implicita, considerando che le donne non hanno mai goduto di questi diritti e non si sono mai immischiate in faccende politiche. Non è il loro campo”.

La storia di questi passaggi legislativi sul voto delle dieci maestre è il filo conduttore del libro ma è accompagnato in parallelo da altri temi: l’istruzione femminile, lo stato disastroso delle scuole e la forza delle maestre che sono state vere pioniere del diritto all’istruzione.
Chiamate ‘maestrine’ in senso riduttivo nei giornali, anche se erano donne adulte e madri di famiglia. Dovevano combattere contro l’opinione diffusa che non stava bene che le donne lavorassero. Ma, se lo facevano, dovevano stare al loro posto e non discutere autonomamente come Luigia Matteucci.
Lo stato delle scuole era disastroso, molte erano isolate, con pochi alunni e le maestre vivevano in condizioni precarie. Conducevano una vita di supplenze e incarichi provvisori, alla ricerca di stanzette nel paese dove si recavano a insegnare, in aule scaldate da bracieri (quando andava bene) e spesso in contrasto con le amministrazioni comunali dalle quali le scuole dipendevano.
Nel libro è narrata la vicenda del crollo di una di queste scuole.

“Tutti hanno voluto dire la loro sulle scuole che cadono come birilli…
Lo sdegno ha raggiunto un livello tale che perfino il Corriere di Senigallia, non proprio un fautore della modernità, ha fatto uno sforzo e ha dato voce a una donna, una maestra, per raccontare il degrado in cui vivono gli insegnanti. Una firma femminile sul Corriere di Senigallia, perbacco! Non era mai successo. Ma l’articolo era buono, dopotutto, e mirava dritto al sodo con uno stile pungente che ha suscitato l’ammirazione della ‘maestrina’ “.

La scuola ha rappresentato ‘il luogo e il simbolo dell’emancipazione femminile’ e le maestre del romanzo lo testimoniano. Così come mostrano l’importanza dell’educazione e dell’istruzione, vera premessa per il voto.

“ – Bene – ha annuito Olga, – Bene. L’educazione è più importante del voto –
Un giudizio stupefacente, considerato il luogo: non eravamo nella sede del comitato per il suffragio?
– La scuola è la prima cosa – ha ribadito – anche se oggi dobbiamo concentrarci sul voto. Su questo sono d’accordo: senza il voto siamo anime morte. Non esistiamo, né in società né in famiglia. Ma loro – e ha puntato la matita contro il gruppo delle signore – loro credono che il rinnovamento morale verrà dalle donne… E i pregiudizi e la corruzione? E tutte le altre pessime cose che abbiamo in comune con gli uomini? –

“Be’, ho dovuto ammettere fra me e me, non è una critica sbagliata: non ti guadagni soltanto il pane, con l’istruzione. ti guadagni la possibilità di vivere a occhi aperti”.

Maria Rosa Cutrufelli
Il giudice delle donne
Frassinelli, 2016

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