Come il velo è diventato musulmano

Dobbiamo cercare di comprendere come tutto ciò sia stato possibile: come cioè molte donne, in assoluta buona fede, abbiano potuto fare di quel pezzo di stoffa – un pezzo di stoffa che è servito (e serve tuttora!) a escluderle dal campo della rappresentazione – il rappresentante della loro rivendicata identità religiosa; e come noi siamo giunti a scorgere nel velo un simbolo religioso dell’assoggettamento della donna da parte dell’uomo…

Unknown-1.jpegLibro ricco di informazioni, documentazioni e immagini, ma, soprattutto, di riflessioni che aiutano a comprendere un fenomeno che rappresenta l’incontro/scontro di diverse culture, soprattuto in questi anni in cui il velo è diventato sempre più visibile nelle nostre città. Ed è appunto su concetti come visibilità e sguardo che Aboudrar imposta la sua analisi, basandosi su diversi elementi di storia e di immagine, con una chiarezza tale da rendere la lettura, pur impegnativa, interessante e coinvolgente.
Bruno Nassim Aboudrar insegna Estetica all’Università Paris 3 – Sorbonne Nouvelle e la sua attenzione al registro visivo, attraverso l’analisi di fotografie e dipinti, ci aiuta, con esemplificazioni efficaci, a comprendere anche concetti astratti.

Con una fotografia, La donna dell’islamista pubblicata su Le Monde nel 2007, Aboudrar introduce l’argomento del suo studio e scrive della contraddizione di cui l’immagine è portatrice: l’ostentazione di un segno culturale musulmano (il velo) e nello stesso tempo l’infrazione alle regole (la sua esibizione) significano una volontà di contrasto alla cultura occidentale che si basa sul sistema del visibile.
La foto ritrae un uomo in abito e barba musulmani che fissa l’obiettivo mentre la donna al suo fianco sembra un buco nero, coperta dalla testa ai piedi dal drappo del hijab; entrambi sono uniti da un gesto di intimità.
Abbigliati quindi in modo orientale ma in un atteggiamento che è tipico delle coppie occidentali. Una contraddizione tra i vestiti e i gesti in quella che è la rappresentazione della coppia: secondo la religione islamica uomini e donne stanno in spazi separati e l’intimità coniugale è custodita con  pudore.
La contraddizione maggiore è però quella della fotografia in sé: l’Islam non ammette immagini e questo divieto viene invece eluso nella foto.
Così succede con il velo che dovrebbe nasconde alla vista ma, invece che rispondere alla norma di passare inosservati e di non ostentare, diventa un’ostentazione.
Se il velo femminile e l’abbigliamento maschile nel mondo arabo si distinguono per sobrietà e invariabilità, nella nostra società il velo femminile si trasforma in immagine, attira gli sguardi e soprattutto è, per noi, un velo tradizionale antico trasformatosi in affermazione di fede e cultura; simbolo di differenza in contrasto con la nostra modernità.

“Sottrarre alla vista la donna per mezzo di un oggetto – il velo – che mostra che la donna si sottrae è quindi un modo molto efficace di mettere in crisi uno dei fondamenti della nostra cultura, quel sistema visuale che abbiamo creduto di poter estendere al mondo intero come già avevamo fatto con il calendario cristiano, con la stessa leggerezza imperialista.
La contestazione del sistema visuale rappresenta allora uno snodo strategico per la lotta portata avanti dall’islamismo contro quella che percepisce – non senza valide ragioni – come un’egemonia occidentale post coloniale”.

1.
Il primo capitolo racconta come l’unica religione monoteista ad aver prescritto l’uso del velo alle donne è quella cristiana.

San Paolo, che “può essere considerato il vero inventore del cristianesimo” ha istituito un corpus dottrinario di pratiche culturali, di comportamenti e di norme, portati poi avanti dai Padri della Chiesa, che sta alla base del cristianesimo.
Ed è San Paolo ad esigere che le donne indossino il velo.
Nel mondo antico profano, quello romano e greco, ma anche tra gli ebrei il velo come capo di abbigliamento femminile era un’usanza non sistematica, che variava da regione a regione, a seconda delle circostanze e dell’appartenenza sociale.
Nell’Antico Testamento non c’è traccia del velo femminile, scrive Aboudrar (in realtà nel libro di Giulia Galeotti “Il velo” si leggono brani dell’Antico Testamento che lo nominano e ne descrivono l’uso) e neppure la Torah prescriveva nulla a riguardo del velo, anche se le donne lo usavano per adeguarsi alle norme locali.
San Paolo ha fatto un’operazione contraria a quella in uso ebraico: “vieta agli uomini di conformarsi all’antica usanza ebraica (di velarsi il capo in segno di devozione) e obbliga le donne a adottare, per ragioni di carattere religioso, un capo di abbigliamento che fino allora portavano solo per consuetudine sociale, e che non ha modelli o precedenti all’interno delle Sacre Scritture”.
Ha reso religiosa un’usanza profana.
Nella Prima lettera ai Corinzi (11,7-15) scrive:
“L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è l’immagine (eikon) e il riflesso di Dio; la donna invece è il riflesso (doxa) dell’uomo… Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza (exousia)…”

Poi vi fu Clemente Alessandrino, Padre della Chiesa, che nei primi anni del III secolo ha codificato il comportamento dei cristiani nella vita quotidiana con norme di galateo e di abbigliamento per creare una nuova società dalle ceneri del paganesimo, appropriandosi di alcuni elementi e al tempo stesso distaccandosene.
Ne Il pedagogo stabilisce come ci si doveva vestire per coprirsi dal freddo e dal caldo e per essere decorosi, giungendo alla conclusione che “non è decoroso per una donna scoprire una qualunque parte del suo corpo…
Alle donne è fatto divieto non solamente di lasciare scoperte le caviglie, ma è prescritto che si coprano e si avvolgano il capo e si velino anche il volto. Non è infatti conforme alla legge di Dio che la bellezza del corpo diventi un’esca per catturare gli uomini”.
E qui incontriamo il momento in cui il corpo femminile è diventato un’ ESCA, una trappola e una fonte di peccato. Il velo cristiano è stato il modo di rendere le donne inoffensive e le ragioni dell’uso sono diventate di tipo simbolico.

Tertulliano ha scritto un intero trattato sull’argomento, ne Il velo delle vergini prescrive l’uso del velo a tutte le donne, indifferentemente dall’età e dalla condizione sociale.
“Che tu sia madre, o sorella, o figlia – ho elencato i nomi secondo l’età -, io ti prego, o vergine, vela il capo: se madre per i figli, se sorella per i fratelli, se figlia per i padri: tutte le età in te corrono pericolo”.
Quindi da donna-ESCA a donna-PREDA (con in più il pericolo dell’incesto).
Il velo è diventato inoltre una funzione simbolica per la disposizione gerarchica, con le donne in soggezione rispetto agli uomini
“Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio”.
E i giochi sono fatti: il velo indica la posizione della donna nell’ordine immutabile stabilito dalla chiesa, cioè all’ultimo posto!

L’ordine fallocratico verrà riconfermato, al di là delle tante divisioni, anche dai protestanti e Calvino ha ricondotto il velo all’ambito dei segni. Potrà diventare anche una cuffia, un copricapo qualsiasi che però indichi il segno che “le donne mostrano di essere soggette all’autorità dei mariti”.

Le varie traduzioni e revisioni dei sacri testi fatte nel novecento non cambiano la sostanza dei fatti che è quella della soggezione della donna all’uomo, in tutte le sue forme.

Mi sembra interessante aggiungere questa prescrizione di San Paolo ne La lettera ai Corinzi che completa l’idea del posto che dovrebbe spettare alle donne:
“Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea” (1,14,34-35).

Ci aiuta a capire perché le donne siano ancora in numero minoritario quando si tratta di far valere la propria opinione e di far sentire la propria voce. Una cultura millenaria ha sedimentato queste prescrizioni che agiscono tuttora nell’inconscio femminile (gli uomini le agiscono consapevolmente) e che possono spiegare la minor presenza delle donne nei ruoli pubblici.

2.
Arriviamo, nel secondo capitolo, all’altra importante religione monoteista, l’islam, e al suo testo sacro, il Corano.
Sono due le sure del Corano che accennano al tema del velo. Niente in confronto ai testi e alle norme scritte dalla chiesa apostolica.

Sura 24, “La luce” sul comportamento pudico e morigerato.
Al versetto 31 si rivolge alle donne: “coprirsi i seni con un velo” di fronte agli estranei ma non ai familiari; c’è anche il divieto di “battere i piedi sì da mostrare le loro bellezze nascoste”.

Sura 33 parla dei nemici del profeta e dei comportamenti dei fedeli, delle donne del profeta e di uomini e donne
Al versetto 53 Dio ordina ai fedeli di rivolgersi alle spose del profeta (quindi non a tutte le donne) attraverso un velo (sarebbe una tenda più che la velatura della donna, comunque reclusione e velo sono le interpretazioni dell’islam classico).
Versetto 55 elenca i familiari di fronte ai quali le donne possono scoprirsi.
Versetto 59 rivolto a tutte le donne con l’invito a coprirsi “per evitare che subiscano offese” e per essere distinte dalle altre; una prescrizione civile e non religiosa che segnala il rango sociale e scoraggia le proposte maschili.

Nell’economia della rivelazione il velo islamico sembra quindi giocare un ruolo molto modesto e per spiegare la “piega misogina presa dall’islam dopo la rivelazione coranica” Aboudrar chiama in campo studiose ed erudite, come la sociologa marocchina Fatema Mernissi e la storica tunisina Latifa Lakhdarche, che dalla fine del Novecento hanno riletto e rivisto gli Hadith.
Gli hadith sono “le tradizioni islamiche, che forniscono chiarimenti sull’interpretazione delle prescrizioni, sui costumi e sulla morale della società musulmana all’epoca del califfo”; sono fonti, raccolte di fatti e detti attribuiti al Profeta, come pure ricordi e aneddoti dei seguaci.
Sono sempre stati letti e selezionati da uomini che ne hanno dato un’interpretazione maschile e misogina facendo diventare l’islam “la religione degli uomini per eccellenza”
( “fiqh è una scienza giuridica di carattere patriarcale sviluppatasi tardi, talvolta lontana dallo spirito del Corano e parziale nella selezione dei passi”; verso la fine del Novecento sono state riproposte raccolte di fiqh di scuola hanbalita, nota per le posizioni radicali).
Le due studiose hanno riletto i versetti adottando un metodo storico e “prendono le mosse dal l’evidente carattere circostanziale di quei passi per negare la possibilità di attribuire validità universale al ‘versetto del hijab’ “.
Fatema Mernissi attribuisce a ‘Umar, compagno del Profeta, il prevalere della misoginia e l’ingiunzione del velo come una misura discriminatoria nei confronti delle donne.

Eppure le musulmane occidentali continuano ad affermare il velo come un segno distintivo della loro appartenenza all’islam, pur essendo lontanissime dalle posizioni integraliste e reazionarie, e insistono sulla loro libera decisione di indossarlo.
“È lecito pensare che le musulmane che indossano il velo di propria spontanea volontà non lo facciano per manifestare la propria sottomissione agli uomini, e nemmeno per esprimere la propria incondizionata adesione a una religione che prevederebbe questa sottomissione tra i suoi principi più sacri…
Per le musulmane non si tratterebbe tanto di distinguersi dagli uomini tramite un segno di inferiorità e assoggettamento quanto piuttosto dalle altre donne…
Finché l’Islam rimase confinato all’interno dei suoi vasti domini… il velo… è servito da strumento coercitivo nei confronti delle donne. Da strumento, e non da simbolo…
Ma dal momento in cui l’Islam si è trovato costretto a mescolarsi al resto del mondo, il velo femminile si è progressivamente trasformato in simbolo…
Le donne che portano il velo più o meno volontariamente, vi scorgono l’espressione simbolica della loro appartenenza alla comunità dei fedeli e rimuovono l’efficacia coercitiva che esso continua ad avere…
Dobbiamo cercare di comprendere come tutto ciò sia stato possibile: come cioè molte donne, in assoluta buona fede, abbiano potuto fare di quel pezzo di stoffa – un pezzo di stoffa che è servito (e serve tuttora!) a escluderle dal campo della rappresentazione – il rappresentante della loro rivendicata identità religiosa; e come noi siamo giunti a scorgere nel velo un simbolo religioso dell’assoggettamento della donna da parte dell’uomo…
Ancora oggi il velo continua a essere ciò che è sempre stato: il mezzo di questo assoggettamento”.

3.
Ed eccoci al capitolo che racconta quando è avvenuto l’incontro tra la nostra cultura e quella musulmana (e come il velo abbia attratto l’attenzione dell’occidente): il colonialismo. In questo caso il colonialismo francese in Algeria.
“La lunga stagione del colonialismo, che in Algeria durò addirittura dal 1830 al 1962, ha avuto un ruolo determinante nel processo di trasformazione del velo tradizionale in simbolo femminile dell’islam”.

I colonialisti guardavano al velo femminile delle musulmane con criticità perché la tendenza maschile allo svelamento e alla scoperta del corpo acquistava il sapore del potere dei vincitori, soprattutto sul corpo di donne inaccessibili allo sguardo.
Le testimonianze di questo sguardo violento che denudava la donna musulmana le troviamo nella pittura e nella fotografia dell’epoca.
Il maggior pittore dell’ottocento nel genere della pittura orientalista è Jean-Léon Gérôme, che ha compiuto numerosi viaggi in oriente e che nelle sue opere ha raccontato due scene, l’hammam e la vendita delle schiave, ben rappresentando gli archetipi del pensiero occidentale nella colonizzazione dell’Africa musulmana.
Nell’hammam, dove non poteva esserci stato perché luogo esclusivamente femminile, ha riproposto, secondo la sua fantasia di maschio occidentale, scene di donne nude, permettendo in questo modo di avere accesso attraverso la pittura all’intimità delle donne musulmane, nascosta dal velo agli occhi occidentali. Uno “stratagemma pittorico di straordinaria perversità” perché mostra quei corpi nascosti con “la sorpresa di scoprire che queste arabe così pudiche sono in realtà, nell’intimità dei loro bagni, delle depravate, degne perciò di riprovazione”.
L’umiliazione esplicita è invece rappresentata dalle pitture che ritraggono scene di vendita di schiave. Musulmane denudate, con il velo (sempre presente) ai piedi o in mano al venditore che le espone all’ispezione dei compratori. Il velo viene così trasformato in strumento di esibizione.
Questa è però tutta una messinscena occidentale perché nel mondo arabo di quel tempo la schiavitù era un fenomeno marginale e soprattutto non c’era alcun mercato delle schiave dove uomini libidinosi perquisivano il corpo nudo di donne, tutti ammassati nel stesso cortile.
“Ribadiamolo ancora una volta: la pittura orientalista spaccia per realtà quella che è invece un’invenzione finalizzata a oggettivare, sotto forma di immagine, la fantasia ossessiva dello svelamento delle donne arabe”.
L’associazione tra mondo antico e mondo arabo, in altre opere pittoriche, rivela il disprezzo e il razzismo dell’impresa coloniale. Louis Bertrand, l’ideologo del colonialismo, che è anche vissuto in Algeria ha scritto
“Volete sapere che cos’era una cortigiana antica? Chiedetelo a queste donne del Sud”.

E passiamo alla fotografia e in particolare alla fotografia pornografica che, nei primi del novecento, si è diffusa in occidente ritraendo soprattutto donne nei bordelli, prostitute.
In Africa le modelle erano le Ould Naïl, danzatrici e prostitute – e fin qua niente di straordinario – ma anche bambini e bambine sono stati fotografati nudi in pose lascive. Il velo compare sempre in queste rappresentazioni diventando un accessorio erotico, tipico del Maghreb; come nella foto dell’italiano Vincenzo Galbi dove si vedono due giovinette/bambine completamente nude, a gambe aperte e una di loro con il viso coperto da un velo.

Le cartoline postali che si sono sviluppate alla fine dell’Ottocento come un vero e proprio genere coloniale avevano un gran mercato in Europa e il prezzo saliva quando trasgredivano le usanze locali.
L’impresa di fotografia coloniale più famosa è stata quella di Rudolf Lehnert e Ernst Landrock a Tunisi, nel 1904.
I due fotografi “si dimostrano abili nello sfruttare in chiave commerciale il divieto islamico delle immagini in generale e quello delle donne in particolare, a maggior ragione se svestite…
Lehnert e Landrock si recano in terra musulmana, hanno a che fare con esseri umani in carne e ossa, eppure si permettono di non rispettare ‘i costumi islamici’, imponendo agli arabi – e nello specifico alle donne arabe – le immagini. Immagini di corpi nudi, svelati, ma soprattutto – e questa è certamente la cosa più grave di tutte – immagini di ciò che non rappresenta un capo di abbigliamento, bensì un modo di scomparire: il velo… il velo non era altro che il mezzo per mettere fuori gioco la facoltà immaginativa inerente allo sguardo”.

E le donne occidentali?
Le intellettuali francesi delle colonie avevano le porte aperte degli harem ed erano autorizzate a incontrare le donne musulmane, in quanto donne. E che hanno fatto? Hanno riferito agli uomini quello che il velo nascondeva, descrivendo le donne che incontravano e rendendo pubblica la loro l’intimità. Hanno anche interpretato il significato del loro abbigliamento, riportando in alcuni casi il punto di vista delle musulmane.
Hubertine Auclert “colei che si dice abbia coniato il termine ‘femminismo’ nella sua accezione moderna”, che si è battuta per il suffragio, si è recata in Algeria tra il 1888 e il 1892, a seguito del marito nominato giudice di pace.
Nel 1900 ha pubblicato i suoi appunti su questo soggiorno con il titolo Le donne arabe di Algeri denunciando il sistema coloniale che saccheggiava questa popolazione.
Ha denunciato la tragedia dei matrimoni precoci, della poligamia e del destino delle donne algerine; ha chiesto che si ponesse fine al fenomeno delle spose bambine; ha mostrato una Repubblica che occupava quelle terre ma occultava lo stato delle cose.
Sul velo Auclert ha mantenuto una posizione contraddittoria, combattuta tra la bellezza e la sua funzione coercitiva.

Gli equivoci dello sguardo coloniale sul velo, osserva Aboudrar, si trascinano nella Francia di oggi: strappando il velo si ottiene la soddisfazione sconcia e l’umiliazione delle donne arabe.
Le femministe francesi si trovano, con la questione del velo, alle prese con un’antinomia (come è stato per Hubertine Auclert): da un lato la lotta contro quello che costituisce una oppressione e una differenza di genere dall’altro l’approvazione di “una forma coloniale e machista di svestizione che consacra la superiorità del maschio occidentale su tutta l’umanità, donne comprese”.

4.
Sulla politica degli svelamenti che, nella prima parte del novecento, è stata adottata in nazioni come l’Egitto, la Turchia, l’Iran, l’Algeria, la Tunisia e il Marocco, dopo l’incontro con la cultura e la tecnologia dell’occidente rimando qui: Il velo tra obbligo e divieto.

5.
Si potrebbe intitolare questa ultima parte del libro iconografia dello sguardo perché Aboudrar si sofferma sul significato e sulle forme del visibile, differenti tra cultura islamica e cultura occidentale.
L’occidente ha basato la sua forma su norme visibili che esaltano l’idea di chiarezza e trasparenza.
Le modalità del visibile nella cultura occidentale sono supportate dalla tecnologia: fotografia e televisione hanno portato le immagini a un ruolo preponderante.
Tutto ciò è incompatibile con la cultura islamica dove la funzione dello sguardo e del visibile è considerata deprecabile e pericolosa, da regolare (il velo è uno strumento di regolazione).

Scendendo nello specifico della cultura occidentale consideriamo che il cristianesimo ha creato un vero e proprio culto dello sguardo.
Nella liturgia l’elevazione dell’ostia durante la messa è volta a soddisfare il bisogno di vedere dei fedeli. E se prima del concilio Vaticano II (1962-1965) il prete era rivolto verso il coro, dopo si è girato verso l’assemblea in modo che niente si frapponga tra lo sguardo e l’oggetto della visione.
Poi ci sono gli ostensori che sono reliquiari trasparenti attraverso i quali si possono vedere ostie e reliquie di qualche santo.
La pulsione scopica è soddisfatta anche dall’oreficeria sacra che impreziosisce il modo di apparire.
“Vedere l’ostia o le relique significa essere testimoni di un mistero”.
Le processioni e le cerimonie dove vengono esposte immagini e statue di santi vari.
E le immagini sacre di cui le nostre chiese sono piene “il potere ha un’incarnazione e un volto: è destinatario di sguardi”. Questo, in occidente, è proprio sia del potere religioso che temporale.
La forma e la struttura stessa delle chiese è fatta in modo da distinguersi bene da tutti gli altri edifici e da attirare gli sguardi.

In oriente è successo esattamente il contrario. I califfi omayyadi sono stati i primi ad esercitare il potere, nel mondo islamico, nascosti dietro una tenda, l’hijab.
L’hijab ha due funzioni:
sul piano pratico definisce il potere e differenzia tra governatori e governati perché il potere è ciò che è nascosto;
sul piano anagogico l’hijab protegge il popolo dalla vista insostenibile del sovrano.
Quindi l’Islam è ben lontano dall’idea di vedere Dio.
Le moschee, a differenza delle nostre cattedrali, si inseriscono nel contesto urbano in maniera quasi invisibile, non hanno facciata (ad eccezione delle chiese trasformate come Santa Sofia a Costantinopoli). Il contrasto tra la nostra vetrina di immagini e la forma impercettibile di una moschea è lampante.
La differenza la ritroviamo anche negli edifici privati dove tutto è fatto per dissimulare e non permettere allo sguardo di accedere direttamente nelle case e nelle stanze (come non pensare, per contrasto, ai loft e agli ampi saloni delle case occidentali dove lo sguardo non incontra ostacoli nella visione dell’ambiente?)

Sono molte le osservazioni e le descrizioni che l’autore fa in questo capitolo del significato della visibilità nelle due culture.
In quella islamica la necessità di copertura e dissimulazione è dovuta alla considerazione dello sguardo come l’organo della concupiscenza.
Da qui al velo delle donne: “l’impiego del velo si comprende solo in relazione all’originaria diffidenza nei confronti della vista” e al disprezzo delle immagini.
Riguardo a queste ultime nella società islamica abbiamo un numero ristretto di ritratti di corte;
le monete arabe sono epigrafiche e aniconiche;
le illustrazioni arabe nei libri utilizzano una grande varietà di mezzi grafici per non essere ‘imitazioni della natura’.
Immagini rare, appiattite, senza volumi, molto diverse dalla nostra tipologia di immagini intese come ‘mimesis’.

La fotografia, più che la pittura, ha portato un profondo disequilibrio nel mondo islamico. Un cambiamento inarrestabile. Dal naufragio del sistema visuale orientale è sopravvissuto quel pezzo di stoffa che è il velo delle donne.
“In un mondo divenuto ormai davvero universale e dominato dalle immagini, le donne musulmane che si velano di loro spontanea volontà non lo fanno in segno di sottomissione a un ordine fallocratico in base al quale sarebbero considerate come serve, ma con l’intento di avocare a sé, con una certa baldanza, il compito di rendere visibile l’islam attraverso ciò che resta della sua antica predilezione per una visibilità repressa o perlomeno rigidamente controllata… In Occidente le cose, invece, si complicano, perché le donne che scelgono di farsi immagine della loro cultura e della loro religione non hanno piena consapevolezza di tutti i significati che il medium mantenuto per veicolare il messaggio desiderato riveste. In Europa il velo, immagine delle musulmane, non rinvia soltanto all’islam, ma è caricato – in quanto immagine – di connotazioni parassitarie: il panneggio all’antica e il velo religioso cristiano”.

In sintesi le contraddizioni sul velo delle donne musulmane sono di vario tipo e leggendo il libro di Aboudrar ci rendiamo conto che semplificare la questione non è possibile e neppure corretto.
La prima contraddizione fa parte della nostra cultura e del fatto che noi attribuiamo un significato al velo che ha origini cristiane. Il velo come valenza modellata dal cristianesimo è segno di penitenza, tristezza e fuga dal mondo e soprattutto i burqa e i niqab ci richiamano l’immaginario macabro, che è occidentale.
La seconda è una contraddizione insita nell’uso del velo che le donne musulmane fanno in una società di immagini come la nostra. In occidente quindi il velo, che avrebbe il significato di nascondere, diventa in realtà un’immagine potente e fa avventurare le donne sul terreno di una visibilità costruita in ogni aspetto dallo sguardo occidentale”.

Bruno Nassim Aboudrar
Come il velo è diventato musulmano
Raffaello Cortina Editore, 2015

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