L’altra figlia

“Ciò che sto facendo qui è rincorrere un’ombra”

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“Nulla di ciò che accade nell’infanzia ha un nome” scrive Annie Ernaux ne L’altra figlia, libro uscito in Francia nel 2011 e in Italia nel 2016, dove pesca nei ricordi per “provare a districare i significati…”.
Lo fa con una scrittura precisa come un bisturi che incide, in profondità, nella memoria e riporta alla luce pensieri e sentimenti che il tempo trascorso non ha cancellato. Una scrittura che riesce a dare parole a pensieri informi e a sensazioni che hanno accompagnato una vita, senza mai riuscire prima a trovare la luce.
Anche qui, come negli altri libri, l’esperienza personale, autobiografica, diventa l’occasione per parlare di qualcosa che partecipa dell’umano.
In questo caso è il vuoto lasciato da una sorella morta nel 1938, all’età di sei anni, per difterite; due anni prima della sua nascita. Quindi mai conosciuta, se non attraverso qualche foto.
Un’ombra tra lei e i genitori di cui la scrittrice comincia a diventare consapevole dall’età di dieci anni quando sente, casualmente, la madre parlarne con una vicina. Ma impiega trent’anni, e la scrittura de Il posto dove racconta il padre, per capire quanto la sua vita sia stata legata a questa perdita: “sono venuta al mondo perché tu sei morta e ti ho sostituita”.
Il libro, breve ma di non facile lettura, è scritto in forma di lettera a questa sorella sconosciuta, con la quale ha diviso l’utero materno e l’amore dei genitori, della quale ha preso il posto. Un confronto diretto con lei, attraverso l’uso del ‘tu’, che diventa un confronto con un doppio, un’ombra, che l’ha sempre accompagnata in maniera inconsapevole; un confronto con una parte intima, con il silenzio dei genitori e con il loro dolore, che sembra non elaborato, per la perdita mai superata.

È troppo forte, soprattutto in questo libro, la tentazione di considerare la scrittura di Ernaux, una forma di interrogazione della propria soggettività, come un’autoanalisi anche se, nel suo continuo interrogarsi, la scrittrice non concede molto spazio alla psicoanalisi. E, nonostante il suo rifiuto, questa teoria spunta da ogni riga, da ogni parola; tutto il testo sembra una seduta di analisi.
La ricostruzione dei ricordi dell’infanzia, i piccoli dettagli, le emozioni e i sentimenti legati ai fatti accaduti, le domande e, soprattutto, questo “provare a districare i significati” sono propri dell’indagine psichica che porta a riconciliarsi con il passato, con i genitori, con quello che è stato.
Questo è quello che fa Ernaux nella lettera a Ginette, la sorella morta.
E ciononostante non vuole fare sconti alla psicoanalisi, anche se non crede alla casualità: il fatto che la madre abbia rivelato, in sua presenza, qualcosa di cui non aveva mai detto niente lo attribuisce alla mentalità del tempo e nega che sia stata un lapsus, una ‘fuga’ inconsapevole di un segreto diventato ingombrante.

“A ripensarci, com’è possibile che, pur consapevole della mia presenza al punto di indicarmi, si sia lasciata andare a parlare di te? La spiegazione psicanalitica – grazie a uno stratagemma dell’inconscio mia madre avrebbe trovato il modo di rivelarmi il segreto della tua esistenza, e dunque sarei stata proprio io l’autentica destinataria del racconto – è, come al solito, allettante. E ignora la storia delle mentalità. Negli anni cinquanta gli adulti consideravano noi, i bambini, come creature dalle orecchie trascurabili, davanti alle quali si poteva dire di tutto senza conseguenze a eccezione di ciò che riguardava il sesso, a cui si poteva soltanto alludere”

“O forse la diffusa psicanalizzazione mi avrebbe comunque condotta a mia insaputa verso di te, inducendomi a scoperchiare il doppiofondo della scrittura per stanare il fantasma che, a quanto pare, vi si nasconde sempre, e di cui lo scrittore non sarebbe altro che il burattino?”

Come si fa a parlare di una sorella mai conosciuta? Ernaux percepisce un vuoto che riempie uno spazio tra lei e i genitori e, alla fine, può parlare solamente di se stessa, di loro e di come la perdita e l’assenza abbiano plasmato la vita, le scelte e i rapporti.

“La tua esistenza passa solo attraverso l’impronta che hai lasciato sulla mia. Scriverti non è altro che fare il giro della tua assenza. Descrivere l’eredità d’assenza. Sei una forma vuota che è impossibile riempire di scrittura”

Parlare di se stessi e indagare i sentimenti che si nascondono nelle pieghe dell’anima, per dare significato alla propria esistenza, è una ricerca psicologica. Necessaria per non restare invischiati in un groviglio di emozioni indistinte che possono congelare o creare nubi di angoscia. La scrittura è un potente strumento terapeutico che offre, a chi lo usa, una possibilità di sviluppo del Sé e della propria consapevolezza.

“Orgoglio e senso di colpa per essere stata scelta per vivere, in un disegno indecifrabile. Forse più orgoglio della sopravvivenza che senso di colpa. Ma scelta per fare che cosa… Nella mia camera a casa dei genitori ho appeso questa frase di Claudel, ricopiata con cura su un grande foglio dai bordi bruciacchiati con l’accendino, come si trattasse di un patto satanico: ‘Si, non credo di essere venuta al mondo per niente, credo che ci fosse in me qualcosa di cui il mondo non poteva fare a meno’.
Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere, fa una grande differenza”.

Ernaux sa rendere il silenzio dei genitori un rumore assordante e ne cerca significati, attraverso i quali li assolve per un fardello che le parole avrebbero reso più pesante da portare.

“Mi pare che il silenzio andasse bene sia a loro che a me. Mi proteggeva. Mi evitava il peso di quella venerazione che, con una crudeltà inconsapevole nei confronti dei vivi che mi indignava quando ne ero testimone, circondava alcuni bambini morti della famiglia”

Si interroga sulla madre (il vero interlocutore e oggetto del contendere con un fantasma che non si può combattere) che, negli anni della vecchiaia e della perdita della memoria, ricorda un trauma impresso nella carne, piuttosto che nei neuroni; la memoria del corpo non abbandona.

“Naturalmente la adoravo. Dicevano che era una bella donna e che avevo ‘preso da lei’. Assomigliarle mi riempiva d’orgoglio. Talvolta la detestavo e davanti allo specchio alzavo il pugno augurandomi che morisse. Scriverti significa parlarti di lei in continuazione, lei, la padrona del racconto, colei che aveva proferito il giudizio e con la quale il combattimento non è mai terminato, se non alla fine, quando era in quello stato pietoso, perduta nella sua demenza, e non volevo che morisse”

“Nel 1983, al dottore che, in mia presenza, sta testando la sua memoria in fuga, tra tante risposte insensate ne dà una sola giusta: ho avuto due figlie. Non si ricorda l’anno in cui è nata, risponde invece con quello della tua morte, 1938”

I genitori e il loro dolore vanno compresi per riconciliarsi con i silenzi, con l’ombra di una figlia morta che è una lacerazione della stoffa di cui è fatta la vita.
La morte di un figlio (penso l’esperienza più tragica) ma anche quella di un fratello o di una sorella sono traumi senza parole che tracciano solchi nella vita e spesso, in maniera del tutto inconsapevole, influiscono sul modo di vivere i legami e il futuro.

“Da un certo punto di vista, rilevante, quello del tempo, non abbiamo avuto gli stessi genitori…
Hanno vissuto la tua morte. Sono genitori che hanno perso un figlio.
Tu sei lì, tra di loro, invisibile. Sei il loro dolore”

“Non rimprovero loro niente. I genitori di un figlio morto non sanno ciò che il loro dolore fa a quello vivo”

“Ma il loro dolore l’ho sentito a lungo senza identificarlo, l’ho conosciuto senza riconoscerlo”
E infine, con la favola di Peter Pan, Ernaux ci dona le immagini del vuoto e della perdita che impediscono l’evoluzione della vita.

“Peter Pan è scappato dalla finestra aperta dopo aver visto i genitori chini sulla sua culla. Un giorno ritorna. Trova la finestra chiusa. Nella culla c’è un altro bambino. Fugge di nuovo. Non crescerà mai. In alcune versioni va di casa in casa a prendere i bambini che stanno per morire…
una storia…
non l’ho mai amata”

Di questa scrittrice amo la capacità di trasformare quella che è un’esperienza del tutto personale in una conoscenza condivisa, universale.
Nel suo testo si può “vedere un mondo in un granello di sabbia” (W. Blake). L’esperienza dell’assenza e del vuoto, come ho scritto prima, è il granello attraverso il quale Ernaux offre la possibilità di interrogarsi sulle perdite, a cui possiamo essere soggetti, tenendo a bada un dolore profondo con uno stile asciutto e razionale.

Annie Ernaux
L’altra figlia
L’Orma Editore, 2016
.

7 thoughts on “L’altra figlia

    • Grazie Alessandra 😀
      Tra i libri di Ernaux, questo, è il meno facile, anche per l’argomento, ma ricco di riflessioni su un accadimento di cui non si parla, spesso. Sarà per il dolore della perdita ma rimane sempre sottaciuto.

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  1. Non conosco questo romanzo, ma conosco gli altri due (Il posto e Gli anni) e devo confessare che non li ho troppo amati (mi vergogno anche un po’, perché ho amici carissimi che adorano la Ernaux e non la mettono assolutamente per nessuna ragione in discussione). Probabilmente pesa sul mio giudizio la diffidenza che in genere provo per le biografie e specialmente per le autobiografie, soprattutto se sono improntate a un egotismo così marcato. Probabilmente se avessi il tempo e soprattutto la voglia di leggere anche solo poche pagine in lingua originale, scoprirei che la scrittrice ha una forza espressiva così grande da annullare o almeno attenuare la mia impressione di lettrice forse un po’ frettolosa. Grazie di questa recensione di un’opera che in ogni caso non conosco. 😀

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    • Di Ernaux io amo soprattutto ‘Gli anni’ perché abbraccia il novecento senza tralasciare niente, restituendo le atmosfere degli eventi storici che narra. Però altre persone mi hanno detto di non esserne state colpite particolarmente, come te.
      Tutti i suoi libri partono da un vissuto personale ma non li definirei propriamente autobiografici, hanno un respiro più ampio che rappresenta esperienze di tutti. Così per ‘Gli anni’ e ‘Il posto’.
      ‘L’altra figlia’ invece è più introspettivo ma pur nella maggior soggettività sa rendere tutte le sfumature del tema; questo è il libro di Ernaux che, comunque, ho fatto un po’ più fatica a leggere.
      Cosa mi piace così tanto di questa scrittrice? Penso proprio il suo modo scrivere, così asciutto, senza una parola più del necessario, ogni frase viene limata e pesata, le descrizioni essenziali. Non la trovo mai ridondante. Pur partendo da esperienze soggettive non concede niente al sentimentalismo

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    • È un romanzo breve e si legge velocemente. Chiamare romanzi i libri di Ernaux mi pare strano perché sono un flusso di pensieri che costruiscono la trama. Romanzi psicologici? Autobiografici? Storici? Ognuno di quelli che ho letto può collocarsi in una di queste categorie, o forse anche no. Ciao 🙂

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  2. Pingback: Van Gogh – Pensieri lib(e)ri

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