I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia

Tra i tanti -ismi presenti nel campo dell’arte, dalla fine dell’ottocento al novecento, i Nabis sembrano quasi un capitolo a parte. Hanno una matrice simbolica, e sono collocati infatti all’interno del Simbolismo, ma vengono chiamati anche con tanti altri nomi: sintetisti, neotradizionalisti, ideisti, cloisonnistes e anche deformatori in ragione delle caratteristiche della loro pittura che, nella mostra che ho visitato a Rovigo, sono messe bene in luce. Li possiamo conoscere attraversando le sale del Palazzo Roverella; si parte dalla Bretagna francese di fine Ottocento e si arriva all’isola di Burano, nella laguna veneta, nel primo decennio del Novecento seguendone le tracce, dalla nascita ai diversi sviluppi in Italia.

La Bretagna

La Bretagna di fine Ottocento, terra di pescatori e di povertà, è la culla di questa forma d’arte che ha trovato nella fatica della vita, nelle tradizioni e nei costumi del posto nuovi temi e rappresentazioni. Gli artisti vi si recavano, in fuga da Parigi, alla ricerca di un luogo di semplicità e di ispirazione esotica, stanchi “per le scintillanti atmosfere dell’Impressionismo parigino, mondano, galante e ‘ufficiale’…; un rifiuto talvolta infastidito (come in Gauguin) nei confronti di quella che appariva una faticosa e artificiosa ricerca dei caratteri ‘scientifici’…specie della corrente del cosiddetto pointillisme; sia, infine per la forte componente commerciale o addirittura neoaccademica…”, scrive Giandomenico Romanelli, curatore della mostra.
Il piccolo borgo di Pont-Aven è stato il centro delle comunità di artisti che si erano costituite nei tanti paesini bretoni. Ma è stata la presenza di Paul Gauguin in quei luoghi a favorire il nuovo corso artistico; la sua influenza a portare il linguaggio pittorico in senso opposto al naturalismo degli impressionisti, a renderlo un ponte verso le avanguardie. L’intenzione era di saldare i conti con l’impressionismo e di contrapporsi al proposito dei divisionisti di basare l’arte su principi scientifici per dare alla pittura un carattere obiettivo. La frase di Gauguin “voglio un’arte semplice, molto semplice” è la base da cui partire per comprendere le origini del movimento.

Le origini del Sintetismo

Paul Gauguin (1848 – 1903), l’ispiratore dei Nabis, si reca a Pont-Aven una prima volta nel 1886 e vi ritorna poi dal 1888 al 1894, prima di partire per Tahiti.
La sua pittura, quando si reca a Pont-Aven, è ancora di stile impressionista sotto l’influenza del suo amico Pissarro e la rottura avviene proprio qui nel 1888.
Gauguin si può definire un pittore arrabbiato quando giunge in Bretagna; ha già sperimentato delle rotture, sia nella vita artistica che familiare; è insofferente alle regole, prova disprezzo per gli accademici, si fida solo di se stesso. In pittura afferma il ritorno al primitivismo e alla sintesi, l’abbandono del naturalismo e del plain-air, la semplicità nel disegno e nei colori. Va in direzione opposta all’arte che si è affermata al tempo.
È l’incontro tra Gauguin e il ventenne Émile Bernard a Pont-Aven a far nascere la rivoluzione artistica del Sintetismo, con le forme ‘cloisonnées’ (linee nere che contornano le figure) e i principi compositivi dell’arte giapponese. Nelle nuove opere i particolari vengono eliminati, la pittura non è più dal vero ma a memoria, nessun realismo, colori intensi e linee scure di contorno, nessuna sfumatura, né ombre, né rispetto delle proporzioni.
L’idea di Gauguin è che il pittore non porta più in giro il suo cavalletto per dipingere quello che vede, in una riproduzione della natura, ma è nel suo studio che rappresenta a memoria quello che lo ha colpito, trasformandolo con le impressioni ricevute.
Scrive “Un consiglio, non copiate troppo dal vivo. L’arte è un’astrazione. Ricavatela dalla natura, fantasticando davanti a essa e pensate più alla creazione che al risultato”.
‘Visione dopo il sermone’ , che Gauguin dipinge nel 1888, è la pittura-manifesto del gruppo di Pont-Aven.
Sono sei le opere di Gauguin presenti in mostra, perlopiù disegni preparatori.

In Bretagna, 1889 non viene data importanza alla prospettiva, né alle proporzioni, le figure sono semplificate e contornate e vi sono richiami di matrice simbolista.

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Paul Gauguin, Bretagna, 1889

Émile Bernard (1868 – 1941), amico di Van Gogh, sperimenta una nuova estetica che sarà alla base del cloisonnisme e del sintetismo: una visione idealizzata delle forme, l’uso di colori intensi, una linea scura che delimita i contorni come nelle vetrate medievali, l’assenza di profondità, l’esclusione di ogni realismo; l’influenza delle stampe giapponesi è elemento importante.
Nei due anni di collaborazione con Gauguin il loro stile è quasi intercambiabile finché, nel 1891, i due litigano sulla paternità della nuova estetica e il sodalizio si rompe.

Donne bretoni sulla spiaggia e covone di alghe1888 è realizzato con colori puri, semplificazione estrema delle forme che diventano essenziali, pittura piatta e sovrapposizione di piani colorati, semplificati.

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Émile Bernard, Donne bretoni sulla spiaggia e covone di alghe, 1888

Nascita dei Nabis

Un giovane pittore, Paul Sérusier (1864 – 1927), incontra in Bretagna nel 1888 Bernard e Gauguin.
La lezione che riceve da Gauguin nel Bois d’Amour, sul sentiero lungo l’Aven, è determinante per la nascita del ‘Simbolismo pittorico’. Sérusier dipinge sul coperchio di una scatola per sigari il paesaggio, seguendo le indicazioni di Gauguin che gli dice di rappresentare quello che sente e non quello che vede: se gli alberi sembrano gialli li dipinga gialli, se le ombre sembrano blu le dipinga blu, e le foglie rosse, e così via. Ne esce un piccolo dipinto quasi astratto, ’Il Talismano’, che è una novità per tutti. A Parigi questo piccolo dipinto accende forti discussioni tra i pittori e per alcuni di loro è una rivelazione: rappresenta il nuovo che cercano e fondano il gruppo dei Nabis, ’profeti’ in ebraico (e profeti lo sono stati perché dalla loro esperienza si sono sviluppate le avanguardie).
I soggetti delle opere di Sérusier sono ispirati alla Bretagna, dove il pittore si è stabilito e ritrae i costumi delle donne, con le bianche cuffie ricamate, le cerimonie religiose, le tradizioni e le feste popolari.

In Giovane donna bretone con brocca, 1892 il linguaggio pittorico è quello del sintetismo, l’influenza è delle stampe giapponesi e la ricerca di primitivismo si vede nella solidità delle figure

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Paul Sérusier, Giovane donna bretone con brocca, 1892

Il teorico e portavoce del gruppo dei Nabis è Maurice Denis (1870 – 1943). È lui il principale memorialista e storiografo del movimento, colui che raccoglie le idee, le organizza e le trasmette al pubblico. Diffonde i principi sui quali si basa la pittura dei Nabis.
Il primo è la supremazia della pittura e dei suoi strumenti: colore, linea e forma.
Poi il rifiuto del naturalismo: ogni opera è la trasposizione di una “sensazione ricevuta” e la realtà viene filtrata dalla personalità dell’artista, diventa soggettiva. Da qui il Sintetismo, l’arte della sintesi che, sotto l’influenza della letteratura, prende il nome di Simbolismo. La formula del Sintetismo è contenuta in questa sua frase: “Ricordarsi che un dipinto, prima di rappresentare un cavallo, una donna nuda o un aneddoto qualsiasi è essenzialmente una superficie piana ricoperta di colori assemblati in un certo ordine” .
Il ritorno di interesse per l’arte decorativa è un’altra delle caratteristiche dei Nabis.
Denis aderisce al Simbolismo pittorico, con l’uso delle superfici piatte e delimitate da contorni netti. Sua musa ispiratrice è la moglie Martha Meurier, che compare in molte opere.

La bella al crepuscolo o Nudo di schiena, 1892 circa

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Maurice Denis, La bella al crepuscolo o Nudo di schiena, 1892 circa

Altri pittori, presenti in mostra, che fanno parte del gruppo dei Nabis sono Georges Lacombe (1868 – 1916), Charles Filiger (1863 – 1928). Quest’ultimo porta a conseguenze estreme il linguaggio pittorico del movimento.

I seguaci

La personalità dominante rimane Gauguin che, anche in sua assenza, continua a far sentire l’influenza nei pittori che si avvicinano a questa forma d’arte. Molti non l’hanno conosciuto direttamente ma la frequentazione dei Nabis a Parigi e il passaggio, più o meno lungo, in Bretagna li conduce in questa direzione “accomunati dalla tecnica ispirata dal sintetico di Gauguin e basata su una sovrapposizione di piani colorati semplificati e su un reticolo di linee decorative, contraddistinta prima di tutto da una grande libertà compositiva” (André Cariou).

Cuno Amiet (1868 – 1961), svizzero, si forma in ambiente tedesco ed è pittore di abilità tecnica e sensibilità cromatica. Soggiorna a Pont-Aven tra il 1892 e il 1893 ed è influenzato dalla cerchia di pittori gauguiniani. La sua pittura, fatta di zone di colore puro separate da contorni scuri, è bidimensionale e si nota l’influsso delle stampe giapponesi.
Amiet ha rinnovato la pittura svizzera del XX secolo ed è entrato a far parte di Die Brücke e delle avanguardie europee.

In Paesaggio estivo con tre alberi, 1905  la rappresentazione è allegorica e il colore libero.

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Cuno Amiet, Paesaggio estivo con tre alberi, 1905

Felix Vallotton (1865 -1925) è un pittore svizzero che conosce i Nabis a Parigi, dove si reca giovanissimo. È un abilissimo disegnatore ed è anche incisore.
Come pittore è vicino ai sintetisti. Predilige la pittura di interni, nudi femminili e ritratti. I temi non sono più quelli della fatica di vivere della Bretagna, ma di una nuova idealità borghese.
Il suo disegno è nitido e caratterizzato da precisione descrittiva. Pur seguendo una composizione classica fa uso di colori brillanti, della semplificazione e appiattimento delle forme, propri della pittura Nabis.
Le nature morte, altro tema della sua pittura, sono dipinte con grande precisione quasi iperrealista.

Due nude che giocano a dama, 1897

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Felix Vallotton, Due nude che giocano a dama, 1897

Altro artista svizzero è Marius Borgeaud (1861 – 1924). Inizia tardi la sua carriera artistica, a 40 anni, e studia con Vallotton. Come lui predilige la pittura di interni.
Ha la capacità di rappresentare, nelle sue scene, la complessità di relazioni.

Burano e le avanguardie italiane

Anche nella pittura italiana ci sono artisti che seguono il richiamo dei Nabis e che si ispirano al ‘fascino della semplicità’.
Un posto speciale lo occupano giovani pittori della galleria veneziana di Ca’ Pesaro (attorno alla figura del direttore Nino Barbantini), che si collocano tra la cultura figurativa Nabi e quella secessionista austro-tedesca.
Sono pittori eterogenei che si rivolgono alle avanguardie, in contrapposizione allo stile accademico e tradizionalista delle prime biennali veneziane.
Alcuni di questi scoprono nell’isola di Burano un luogo ricco di suggestioni e tradizioni, come la Bretagna francese; un posto di pescatori e vita semplice dove ritrovare i segni del lavoro e della fatica, ma anche i merletti. La religione, le processioni, i costumi e il quotidiano sono un parallelismo con quelli della Bretagna.
Gino Rossi, Arturo Martini e Umberto Moggioli portano l’esperienza di Pont-Aven a Burano, luogo incontaminato e fonte di ispirazione, in cui vivono per lunghi periodi.

Umberto Moggioli (1886 – 1919) è il primo che si reca a vivere a Burano. Si ispira alla pittura bretone e al naturalismo simbolico.

Gino Rossi (1884 – 1947) è, con Arturo Martini, uno dei protagonisti della battaglia, in campo artistico, per il rinnovamento dell’arte e uno dei più grandi esponenti della pittura italiana del primo Novecento. Sfortunato nelle vicende personali (l’abbandono della moglie nel 1912 e, dopo la prima guerra mondiale, la prigionia in un campo tedesco; ha sofferto di crisi depressive e l’instabilità economica e psicologica lo hanno portato a lunghi ricoveri in ospedale psichiatrico dove è morto) ha vissuto una breve ma intensa attività di artista.
Dopo aver viaggiato da Parigi, alla Bretagna ai Paesi Bassi si stabilisce, nel 1910, nell’isola di Burano alla ricerca di isolamento e tradizioni, in fuga dalla realtà frenetica.

Il Muto, 1910 è un capolavoro di linee semplici e piani cromatici sovrapposti. Ritratto eseguito a Burano mostra un volto con forti segni di contorno e stesure piatte di colore.

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Gino Rossi, Il Muto, 1910

Matura “uno stile sintetista, certamente debitore a questi artisti, ma sostanzialmente personale, in cui pur partendo da composizioni di Gauguin le supera e le trasfigura” (Eugenio Manzato).

Nella mostra di Rovigo viene fatto il confronto con l’opera di Cuno Amiet e il parallelo tra i due artisti è evidente soprattutto nella Piccola descrizione isolana n.2 del 1913 in cui si trovano le stesse scelte di colori di Amiet nel Paesaggio estivo con tre alberi (vedi più sopra): i blu e i verdi, il terreno ocra, i segni scuri del disegno. In entrambe le opere i segni elementari, con linee parallele, descrivono un paesaggio che è una pittura di sintesi, compatta e dal colore libero

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Gino Rossi, Piccola descrizione isolana n.2, 1913

La pittura di Gino Rossi appartiene alla stagione Nabis fino alla prima guerra mondiale e si interrompe con la drammatica esperienza di prigionia in Germania.
Diventa poi paesaggista con un uso del colore lieve e originale e lo studio di Cézanne è determinante per un passaggio successivo al cubismo sintetico

Arturo Martini (1889 – 1947) fa parte, con Gino Rossi, del gruppo di Ca’ Pesaro che imprime una decisa svolta verso il rinnovamento artistico. Il viaggio insieme a Parigi, nel 1912, e la collaborazione portano al superamento della fase secessionista alla quale si è ispirato finora lo scultore.

In mostra è presente Fanciulla piena d’amore, 1913 dove i solchi sul viso sono un parallelo delle linee forti di Rossi ne Il Muto.

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Arturo Martini, Fanciulla piena d’amore, 1913

Sono esposte anche sette incisioni autobiografiche del 1917, Storia d’amore a Nippo.

Oscar Ghiglia (1876 – 1945), post macchiaiolo, si forma con Amedeo Modigliani alla scuola livornese e poi con Giovanni Fattori. Raffinato ritrattista, dal 1904 la sua pittura si fa più intima, predilige gli interni, la sua pennellata diventa più ampia e risente del sintetismo.

In Riposo, 1906 il colore steso con larghe pennellate piatte, la luce artificiale, l’ombra appena accennata che contorna la figura sono una sintesi dei Nabis. Si tratta della moglie Ida rappresentata in un momento di intimità.

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Oscar Ghiglia, Riposo, 1906

Risalta l’affinità con le opere di Vallotton per la predilezione degli interni borghesi, delle nature morte e per il disegno nitido.

In Ugo Ojetti nello studio, 1908 anticipa il Realismo magico, con le precise descrizioni dal vero e con la rifinitura di ogni particolare in maniera iperrealista.

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Oscar Ghiglia, Ugo Ojetti nello studio, 1908

Mario Cavaglieri (1887 – 1969) partecipa alle esposizioni di Ca’ Pesaro, conosce Casorati ed è fedele alla pittura francese. Dal 1925 si stabilisce, infatti, nel sud della Francia. Ama dipingere interni, descritti in modo accurato. La sua è una pittura dai colori vivaci e dai ricchi dettagli, con una accesa esuberanza decorativa, dove sono evidenti gli influssi di Matisse e dei Fauves. Le figure femminili sono un soggetto caro all’artista che si ispira alla moglie Giulietta Cantellini, protagonista di molte delle sue opere.

Giulietta appoggiata al tavolo, 1922

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Mario Cavaglieri, Giulietta appoggiata al tavolo, 1922

Anche Felice Casorati (1883 – 1963) è un pittore legato al gruppo d’avanguardia di Ca’ Pesaro. Le sue opere mettono in evidenza la sua ricerca di sintesi tra realtà e simbolo.
Negli anni venti del novecento la sua pittura si colloca nel Realismo magico; descrive interni, silenzi, nudi femminili.

Bambina che gioca su un tappeto rosso del 1912 è un’opera giovanile dove sono in luce le qualità elevate di pittore tradizionalista prima di diventare d’avanguardia. La prospettiva dell’opera, i colori caldi e freddi, il gioco di luci, i particolari dei giochi in primo piano descritti accuratamente e la posizione trasversale della bambina sul tappeto rosso ne fanno un dipinto che è un piacere guardare.

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Felice Castrati, Bambina che gioca su un tappeto rosso, 1912

In chiusura le opere di Cagnaccio di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa 1897 – 1946), pittore che fa da ponte tra i Nabis e altre esperienze europee. Artista isolato ed estraneo a qualsiasi gruppo e tendenza, dopo una iniziale adesione al divisionismo e al futurismo di Boccioni si stacca ed elabora un personale linguaggio pittorico di realismo oggettivo.
Diventa uno dei maggiori rappresentanti del Realismo magico e della tendenza Nuova Oggettività tedesca. Il suo è un uso rigoroso del disegno e della prospettiva in dipinti che hanno anche valenza sociale e intenzioni di carattere moralistico.
Anticipa la corrente iperrealista.

Allo specchio, 1927

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Cagnaccio di San Pietro, Allo specchio, 1927

I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia
Rovigo, Palazzo Roverella
Dal  17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017

 

Le foto sono tratte per la maggior parte del catalogo della mostra e alcune dal web. Dal catalogo provengono pure le informazioni biografiche degli artisti citati. Il percorso espositivo è ben guidato: i pannelli descrittivi e l’audioguida sono un aiuto importante per conoscere la storia e comprendere il linguaggio artistico delle opere.

2 thoughts on “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia

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