Da ‘La pazza gioia’ a Marco Cavallo: pensieri sulla malattia mentale

Ho visto ‘La pazza gioia’ solo recentemente, mesi dopo la sua uscita, e trovo che sia un film perfetto per scrivere di un argomento come quello della malattia mentale. L’occasione giusta è oggi 10 ottobre, Giornata mondiale per la sanità mentale. Quest’anno siamo alla 24a edizione.
Parlare di sanità mentale significa parlare di come fare prevenzione, di come curare e significa anche parlare della parte in ombra: la malattia. Il film di Paolo Virzì mi ha fatto pensare a come sono cambiate le cose negli ultimi decenni in questo campo e i pensieri sono tornati a un passato (quasi) prossimo, alla storia recente della malattia mentale in Italia.

Il film, quindi, è il motivo ispiratore e mi soffermo, in questa prima parte, sulla vicenda che narra. È declinato al femminile e le protagoniste sono due donne con disturbi psichici ricoverate a Villa Biondi, una struttura protetta, dalla quale fanno una breve fuga (e insieme trovano un appoggio reciproco che compensa le fragilità individuali); un contesto variopinto che a tratti fa sorgere qualche risata amara. Non si può evitare di pensare a ‘Thelma & Louise’ per la fuga delle due donne in auto e a ‘Qualcuno volò sul nido del cuculo’ per il trattamento della malattia mentale, come si legge in molte recensioni. Ma, senza nulla togliere a questi grandi film, riporterei tutto nell’alveo italiano e alla storia che ci appartiene.
Cosa mi ha fatto pensare, quindi, ‘La pazza gioia’?
Prima di tutto, come ho già anticipato, al cambiamento nel modo di considerare la malattia mentale negli ultimi quarant’anni, con il tentativo di restituire il disagio psichico alle sue radici sociali e relazionali.
Nel film vediamo, da come è raccontata la storia delle due donne, quello che possiamo definire un metodo, cioè fare una ricostruzione per cercare le radici di un male che lacera l’anima e sgretola la vita.
La storia di Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi) e di Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), soggette a cura terapeutica su sentenza del tribunale perché ritenute socialmente pericolose, viene rivelata pian piano nel corso del film; come la storia di chi soffre un disagio psichico viene riportata alla luce nel corso di una indagine psicologica e di una psicoterapia per comprendere le motivazioni della malattia.
La prima soffre di disturbo bipolare e la seconda di depressione maggiore. Sono loro stesse a fornirci la diagnosi e la cura farmacologica, diventate esperte della loro stessa patologia, ma al di là della diagnosi categoriale è il racconto della loro vita a rendere comprensibile il significato del malessere.
Per entrambe il disagio relazionale sembra originare nella famiglia dell’infanzia e nei vuoti affettivi con una figura genitoriale assente o inadeguata e comporta una alterazione psichica nel rapporto con gli altri e con la realtà. Possiamo parlare di dipendenza affettiva in quanto gli episodi acuti che hanno portato al loro ricovero sono in relazione a un rapporto asimmetrico d’amore con un uomo che le ha sfruttate: Beatrice è stata sfruttata economicamente e Donatella sessualmente. Entrambe poi abbandonate, una quando ha esaurito i soldi e l’altra quando è rimasta incinta. Nonostante questo le due donne, appena riescono a scappare da Villa Biondi, vanno alla ricerca di questi ex amanti in una sorta di sottomissione una e rancore amoroso l’altra, dove comprendi che il problema rimane irrisolto.
Le due donne provengono da ambienti e culture diverse e ciò ricorda che la malattia mentale non ha status, può riguardare ogni persona al di là dell’appartenenza sociale.
Cambia la manifestazione sintomatologica, lo stile difensivo con il quale affrontano la realtà.
Se Beatrice, che proviene da una classe sociale agiata, interpreta con una sorta di leggerezza maniacale il suo male di vivere e cerca la felicità ‘nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei bicchieri di cristallo, nelle persone gentili’, Donatella, che appartiene ad un contesto sociale più deprivato, di sé dice ‘sono nata triste’ e in questa tristezza rimane invischiata. Una tristezza che si chiama depressione perché legata a un vuoto affettivo. Una coazione a ripetere le fa vivere la perdita in tutte le sue relazioni: perdita del padre che non si è mai occupato di lei, dell’uomo che la mette incinta e la caccia come un cane, del figlio da cui viene separata per l’incapacità di essere protettiva verso se stessa e lui. È il vuoto dell’assenza che Donatella ci riassume in una frase (la stessa frase che pronuncia Julieta nel film di Almódovar): ‘la tua assenza riempie totalmente la mia vita è la distrugge’.

In secondo luogo ho pensato al sistema di cura della malattia mentale: chi ha visto la realtà dell”istituzione totale’ prima della chiusura dei manicomi, stabilita dalla Legge 180, comprende quanta strada è stata fatta negli anni, nonostante il problema rimanga aperto.
Una delle prime scene del film ci mostra il principio ispiratore: avete notato quel cavallo azzurro che si vede quando si apre il cancello di Villa Biondi?
Ecco, proprio lui! Non so se sia il vero Marco Cavallo o se sia una copia ma averlo inserito come immagine, seppur fuggevole, indirizza già alle intenzioni della narrazione.
Marco Cavallo è un cavallo di cartapesta, colorato d’azzurro, costruito da artisti e degenti dell’ospedale psichiatrico di Triste, diretto da Franco Basaglia dal 1971 al 1979. Il 25 febbraio 1973 Basaglia ha fatto rompere il muro dell’ospedale per far uscire il grande cavallo e tutti al seguito, più di 600 pazzi per le strade della città.
Marco Cavallo è diventato il simbolo dell’apertura dei manicomi, delle porte che saranno aperte qualche anno dopo, della restituzione della dignità a persone sofferenti. Ricordo che su uno dei muri del vecchio ospedale c’era una grande scritta che diceva “La libertà è terapeutica”.
Nel film vediamo una realtà che a tratti ci fa impressione, dove non c’è privacy né libertà di circolazione se non quella stabilita da un giudice, dove le persone vengono sedate con i farmaci.
Ma dove viene anche rispettata l’individualità e il rapporto con il personale sanitario è un rapporto informale e umano.

Niente a che vedere con quanto ho assistito negli ospedali di Torino e Trieste.
Li ho conosciuti, questi ospedali, da giovane studente tirocinante di psicologia; vi ho trascorso lunghi mesi, dal 1978 al 1979, per imparare un mestiere che ha reso più forte la mia convinzione che una società ingiusta , che non tiene conto dell’umano e che promuove le differenze, favorisce il disagio mentale. La malattia mentale esiste, non è un’opinione, ma a renderla tale contribuiscono molti fattori e l’antipsichiatria, che ha portato alla chiusura dei manicomi, ci ha reso consapevoli che non sono, in buona parte, fattori dovuti ad alterazioni neurobiologiche, come torniamo sempre più spesso a dire oggi, ma che possono essere alimentati dalla struttura della società e dei rapporti che rendono le fragilità individuali più evidenti.
Quando a settembre 1978 mi sono recata a Villa Azzurra (questo il nome dell’ospedale psichiatrico di Grugliasco a Torino) la 180 era legge da pochi mesi, dal 13 maggio per la precisione, e si era appena iniziato ad aprire questi ospedali per reinserire le persone nella società. Ma c’erano ancora reparti chiusi, gente legata ai letti di contenzione (indimenticabile una giovane legata dall’età di 11 anni), uso dei farmaci in maniera massiccia tanto da rendere bavosi e tremolanti tutti i ricoverati; nessuna privacy e la privazione dell’individualità, ad esempio nella biancheria intima e nei vestiti che venivano distribuiti dopo il lavaggio a tutte le donne di un reparto femminile chiuso (una delle richieste di queste donne era quella di poter avere mutande e camicie personali); ho sentito storie di donne che sono passate dal manicomio di Aversa, che avevano alle spalle anni di contenzione, che erano vissute in diversi istituti psichiatrici sin da quando erano poco più che bambine.
Un cambiamento che è proseguito con la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) dal 31 marzo 2015 con la legge n. 81 del 2014. In realtà ci sono ancora 4 OPG aperti con 90 persone ricoverate. Il percorso è ancora incompiuto e anche ne ‘La pazza gioia’ vediamo uno di questi ospedali, con tutte le caratteristiche dell’internamento anche se il rapporto del personale sanitario con i pazienti sembra essersi modificato dai decenni passati.
La legge ha sostituito gli OPG con le REMS (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) ma sono ancora realtà in divenire molto diverse l’una dall’altra. Alcune con caratteristiche simili all’internamento, con sbarre e guardie giurate, altre più simili a comunità, come la legge prevede che debbano essere.
Franco Corleone, nominato commissario nazionale per il superamento degli Opg dal Governo, ricorda che ad oggi sono aperti ancora gli Opg di Montelupo Fiorentino in Toscana con 40 Internati; Reggio Emilia con 6; Aversa con 18, Barcellona Pozzo di Gotto in Sicilia con 26.
Regioni come l’Abruzzo, la Calabria, il Piemonte, la Puglia, la Toscana e il Veneto sono state commissariate per la loro resistenza a prendere in carico i propri ricoverati.
Un percorso difficile come è stato difficile quello della chiusura degli ospedali psichiatrici e che non ha ancora trovato una vera e propria dimensione di cura e presa in carico.
Questa dipende dalle realtà territoriali e dal funzionamento dei servizi per la salute mentale che dovrebbero esser incentivati; includo tutti i servizi territoriali, da quelli che si occupano dell’infanzia e dell’adolescenza a quelli della famiglia e degli adulti.
Se noi vogliamo un politica per la salute mentale efficace, che prenda carico delle situazioni di disagio sin dal primo manifestarsi, che riduca lo iato con la realtà che molte persone faticano a superare da sole servono servizi organizzati con personale adeguato.
L’attenzione al problema della salute mentale deve mantenersi costante perché i dati dicono che è in crescita il numero delle persone che nella società del nostro tempo soffre di disagi psichici, dalle forme più gravi e quelle meno eclatanti.

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