La notte di Lisbona

La vita del profugo, ” …quella di chi non può star fermo in nessun luogo, cui non è lecito metter mai radici; che deve sempre rotolare. L’esistenza del fuoriuscito.”

“La notte di Lisbona” è un romanzo pubblicato nel 1962 e ristampato nel 2015 da Neri Pozza.
la-notte-di-lisbona.jpgRacconta la vita esule dei fuoriusciti dalla Germania che, prima e durante la seconda guerra mondiale, si spostavano tra le nazioni d’Europa verso il Portogallo (stato neutrale anche se Salazar strizzava l’occhio a Hitler), dove trovare una nave per l’America. Seguivano un percorso chiamato “La via Dolorosa”, che andava dal Belgio ai Pirenei, per “tentare il passaggio del Mar Rosso… È un modo di dire tra i profughi. Noi viviamo come gli ebrei durante l’esodo dall’Egitto. Alle nostre spalle l’esercito tedesco e la Gestapo, ai due fianchi il mare della polizia francese e spagnola, davanti a noi la terra promessa del Portogallo col porto di Lisbona, aperto all’America, terra ancora più promessa “.
Una vita da profughi, senza documenti, senza identità e appartenenza, alla ricerca di una possibilità di sopravvivenza al di là dell’oceano, con un desiderio:
“Dimenticheremo l’Europa come un brutto sogno”.

La trama è condensata in un racconto che dura una notte, nel 1942 a Lisbona.
Un tedesco chiamato Schwarz – nome falso ereditato con il passaporto da un esule austriaco – racconta la sua odissea a un altro esule tedesco che sta cercando, per sé e per la moglie, un imbarco nella nave in attesa sul Tago che, come un’Arca, porta alla salvezza in America. Lontano dalla Gestapo, dalla guerra, dai campi di concentramento.
Schwarz, che ha urgenza di depositare in qualcuno la sua vicenda di profugo e la sua storia d’amore, in cambio dell’ascolto offre i due biglietti e il passaporto con il visto. Non gli interessa più partire per l’America perché la speranza è chiusa ormai dentro una cassa di legno in una camera di Lisbona.
Il dialogo tra Schwarz e l’altro tedesco, colui che ha il compito di trasferire a noi il racconto, è quasi un monologo in cui rintracciamo elementi autobiografici dello scrittore: il paese natale di Osnabrück; la fuga dal regime nazista; l’imbarco per l’America con la moglie.
Non sappiamo altro dei due dialoganti, se non il loro destino di profughi:
“Non gli domandai perché avesse lasciato la Germania. Motivi non ne mancavano. Nessuno di essi era interessante, perché tutti erano ingiusti. Essere vittima non è interessante.” Figure anonime, tutte ugualmente alla ricerca di un modo di salvarsi, di un posto dove poter vivere. La loro storia familiare e personale perde peso nel nuovo status e anche l’identità si fa incerta.

Schwarz racconta la vita da profugo “Quella di chi non può star fermo in nessun luogo, cui non è lecito metter mai radici; che deve sempre rotolare. L’esistenza del fuoriuscito.”
È esule dal 1939 e il nome con il quale lo conosciamo è come una maschera che indossa al pari di un’identità fasulla data da un passaporto che passa di mano; un’identità che cancella quella precedente in cambio di una speranza di futuro.
“… Una vita doppia era, una vita presa a prestito, o diciamo, una seconda vita, così la sento. Noi siamo come naufraghi che hanno perduto la memoria e non hanno niente da rimpiangere… poiché la memoria è sempre anche rammarico di aver dovuto perdere il bene che si aveva e di non aver rimediato al male.”
Tutto il romanzo è pervaso da una “penombra di sentimenti”, non solo perché è la notte lo sfondo del racconto ma anche perché quella guerra pareva che “oscurasse il mondo”.

Ma il romanzo è anche una storia d’amore.

” – Il mio racconto non vuol essere un continuo lamento. O ne ha l’aria?
   – No
   – Di che cosa ha l’aria?
  Io esitai – Di una storia d’amore “

Dopo 5 anni vissuti da profugo Schwarz racconta la sua decisione di tornare, a rischio della vita, a Osnabrück, il suo paese, per rivedere la moglie.
“Con mia moglie ero vissuto quattro anni come si suol vivere, senza difficoltà, piacevolmente, ma anche senza grande passione. Dopo i primi mesi i nostri rapporti erano diventati quello che si dice un buon matrimonio: una relazione tra due creature che accettano di aver riguardi reciproci e di farne la base di una tranquilla convivenza. Non sentivamo la mancanza di sogni. Almeno così sembrava a me. Eravamo persone ragionevoli e ci volevamo bene”.

Il ritorno non pare spinto da una passione profonda ma dal bisogno di chi ha lasciato indietro la propria vita e vuole ritrovare il filo per continuare a darle un senso.
“Tutte le mie riserve erano consumate e la semplice volontà di sopravvivere non era stata abbastanza forte per resistere ancora al gelo della solitudine. Non ero stato capace di costruirmi una vita nuova. In fondo non l’avevo neanche voluta realmente. Con la mia vita precedente non avevo ancora chiuso i conti, non l’avevo abbandonata né superata,…”

Ritrovare la moglie è come ritrovare una parte di se stesso, quella lasciata indietro, in sospeso.
Fuggono insieme, perché anche lei si sente prigioniera del clima soffocante e persecutorio della Germania nazista.
E il racconto si sposta in un dramma privato, quello dei sentimenti di chi se ne è andato e di chi invece si è sentita abbandonata; nonostante la separazione non fosse stata una scelta, ma l’unico modo per continuare a vivere.
“Soffrivamo ed eravamo tutti spigoli e punte, e soltanto il crepuscolo ci rivelò il timore di perderci con tanta chiarezza che a un tratto ci riconoscemmo…
Helen – dissi con voce soffocata – che abbiamo fatto della nostra vita? –
Lei tacque, poi scosse la testa e sorrise – Tutto quanto abbiamo potuto – rispose – Ed è abbastanza.”

Ma Helen è malata e non può prendere quella nave per l’America. Il marito si interroga su cosa è stato e cosa ha significato quel loro rapporto, alla ricerca di risposte da una storia complicata (quanto può esserci di autobiografico in questo legame tra due persone che sono insieme e divise nello stesso tempo, si cercano e si scrutano? Remarque e Ilsa, la prima moglie, si sono lasciati e ripresi due volte prima della fine del loro matrimonio).
“Mosse la testa in modo strano. – Se ne è andata, e ora mi pare che non ci sia stata mai – mormorò. – L’ho guardata e non ho trovato risposta. Che cosa ho fatto? L’ho uccisa io o l’ho resa felice? mi ha amato o sono stato soltanto il bastone al quale si appoggiava quando le faceva comodo? Non trovo risposta. 
– È proprio necessario trovarla? 
No – dissi improvvisamente – Perdoni. Probabilmente no. 
– Non ce n’è, tranne quella che lei stesso dà. “

Nessuno si è salvato veramente in quella guerra. Anche chi è riuscito a sfuggire alla persecuzione e alla violenza del nazismo ha perso lo stesso una parte della propria vita.
Così come chi scappa dalle guerre oggi porta con sé un bagaglio di sofferenza e la perdita di una vita che non ritroverà più.
È storia del secolo scorso quella del libro, vissuta dall’autore esule in Svizzera prima di riuscire, nel 1939, a emigrare in America. Da alcune descrizioni, però, sembra anche storia dei nostri giorni. Storia di chi non ha documenti e proviene da altri paesi extraeuropei e cerca di attraversare i confini, cacciati dalla polizia e rinchiusi in campi o rimandati indietro. Una storia che l’Europa ha gia vissuto decenni fa e che si sta ripetendo oggi con la differenza che allora l’Europa era un brutto sogno, e la meta era l’America, mentre oggi l’Europa è diventata il sogno di molte persone in fuga da nuove guerre e altre persecuzioni.
Oggi come allora:
“…Quell’andare saggiando i valichi di confine… E intanto la follia della burocrazia imbestialita. Non avevamo il permesso di soggiorno… ma neanche il permesso di emigrare. E quando infine si riusciva a ottenerlo, ecco che era scaduto il visto di transito spagnolo, che a sua volta si otteneva solo avendo il visto di entrata in Portogallo, e questo molte volte dipendeva da un altro, la qual cosa significava che bisognava ricominciare da capo… Le code davanti ai consolati, anticamere del paradiso e dell’inferno. Un circolo vizioso della pazzia!”

E intanto era tutto un arrabattarsi per vivere, allora come oggi:
“Non poté esimersi dal chiamare la polizia. I fuoriusciti che abitavano nella casa se la squagliarono intanto temporaneamente. La maggior parte andò a fare il solito giro: ai consolati o a vendere qualcosa, o a cercare lavoro, e altri in una chiesa vicina per aspettare notizie da uno che era stato messo di vedetta all’angolo della via (…)
Per alcuni giorni andai a vendere utensili di cucina, grattugie di latta, coltelli, sbucciapatate e altri oggettini per i quali non era necessario portare una valigia sospetta”.

Queste descrizioni, con le dovute differenze, portano a pensare ai profughi dei nostri tempi: quelli che sugli scogli di Ventimiglia sostano in attesa di passare il confine, quelli nei campi di Calais; quelli che girano per le nostre strade e spiagge vendendo di tutto; quelli nei centri di accoglienza in attesa di un permesso di soggiorno; quelli che stanno accampati per strade e piazze, in posti di fortuna, pronti a scappare e a spostarsi continuamente, privi di documenti.
Sarebbe inappropriato fare forzature storiche, ma il vissuto che provocano i muri alzati e i confini chiusi oggi in Europa richiama quella “penombra di sentimenti” che fa ancora oscurare il mondo.

L’autore
Erich Paul Remark è nato a Osnabrück, in Germania, nel 1898 da una famiglia di origine francese, e, proprio in ragione di questa discendenza, ha cambiato il suo nome in quello che conosciamo: Erich Maria Remarque.Erich Maria Remarque.jpg
Nel 1916, l’anno dopo essere stato chiamato a svolgere il servizio militare, è stato destinato al fronte francese nord-occidentale dove si svolsero feroci combattimenti. Le crisi depressive, causate dalla guerra al fronte, influirono su di lui provocando disagi e smarrimenti che lo hanno accompagnato nella vita da reduce.
Il suo primo romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” è un resoconto della prima guerra mondiale e racconta il dramma che ha distrutto una generazione. Non è stato ben accolto, quando è uscito nel 1927, perché cozzava contro la visione eroica che la Germania aveva della guerra del 1914-1918. Accusato di antipatriottismo dai nazionalsocialisti Remarque ha visto, con l’avvento del nazismo nel 1933, i suoi libri bruciati e messi al bando. Inoltre la propaganda di partito, per screditarlo, ha costruito una discendenza da ebrei francesi di cognome Kramer (Remark al contrario).
Nel 1938 gli fu tolta la cittadinanza tedesca e si rifugiò in Svizzera, dove visse come esule, finché nel 1939 riuscì a trasferirsi in America con la prima moglie Ilsa Jeanne Zambona. I due si sono separati due volte e nel 1948 lui è tornato in Svizzera. Prima di risposarsi, nel 1958, con l’attrice statunitense Paulette Goddard ha avuto una relazione con Marlene Dietrich. Remarque è morto a Locarno nel 1970 a all’età di 72 anni ed è sepolto nel cimitero di Ronco sopra Ascona.

Erich Maria Remarque
La notte di Lisbona
Neri Pozza, 2015

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