VERA

Scrivo di un argomento come la violenza di genere, nella sottocategoria di violenza psicologica, prendendo spunto da ‘Vera’ di Elizabeth von Arnim che, in questo romanzo, ha saputo delineare i meccanismi psicologici sottesi a rapporti di prevaricazione e sottomissione mascherati da affetto.

La violenza di genere ha molte facce che non è sempre facile riconoscere.
La violenza fisica, conclamata, è quella che si arriva a conoscere con maggior facilità perché lascia segni visibili, traumi e morte, come succede nei troppo numerosi casi di femminicidio. I dati delle denunce mostrano che nel 98% dei casi questa violenza perversa è agita da un uomo, con l’esito della distruzione della vita dell’altro; il 2% di donne che arriva alla violenza fisica agisce per reazione ed esasperazione.
La statistica però non rileva le forme di violenza silenti e poco manifeste che si sviluppano all’interno dei rapporti e che hanno un alto potenziale traumatico perché si innestano in relazioni di fiducia, minano l’autostima e il senso di Sé della persona; una violenza che si mostra come una sottospecie di crudeltà che si può anche chiamare cinismo, indifferenza alla sofferenza e piacere nell’annientamento dell’altro, come ha ben detto Annarosa Buttarelli nel Grande Seminario di Diotima che quest’anno è stato dedicato al tema della Violenza.

Troviamo tutto ciò in ‘Vera’, romanzo pubblicato nel 1921 in Inghilterra e più attuale che mai nella descrizione dei meccanismi di rapporto tra una vittima e un carnefice uniti da un legame affettivo. In Italia il libro è uscito nel 1993 con la traduzione di Maria Pia Peluso; io l’ho letto nell’edizione TEA del 2010.
‘Vera’ è un libro faticoso, perché man mano che si procede nella lettura le emozioni che risveglia irrompono con forza e trasportano rabbia e senso di ribellione; perché sembra di toccare con mano l’oppressione e la violenza psicologica nei rapporti. Seguiamo il dispiegarsi dei meccanismi che si trovano alla base di queste relazioni, e ritroviamo tutti gli elementi che sono descritti come tipici delle dinamiche oppressive e maltrattanti.
Dalla descrizione della nascita di un amore fondato su bisogni personali irrisolti si arriva alla narrazione di come può avvenire la distruzione di una persona.
Sicuramente nei primi anni del secolo scorso questa scrittrice, colta e intraprendente, ha conosciuto le teorie psicologiche perché descrive troppo bene certe dinamiche e certe personalità dove il riferimento non può essere puramente casuale.

La protagonista, Lucy, è una giovane ragazza poco più che ventenne quando perde il padre attorno al quale ha sempre ruotato il suo mondo, essendo orfana di madre. Lui è stato il suo confidente e il suo maestro, unico interlocutore, a parte una zia. Il legame con il padre ha sempre mantenuto Lucy in uno stato di dipendenza e anche di soggezione.
Innamorarsi di Everard Wemyss è quindi per lei quasi scontato, per il bisogno di trovare qualcuno che compensi il senso di abbandono in cui la perdita del padre l’ha lasciata.
Una propensione alla dipendenza, la giovane età e una scarsa esperienza di vita mettono Lucy in una condizione che si rivelerà pesante perché il marito si dimostra un personaggio temibile, oppressivo, egoista e maschilista.
Non subito naturalmente. La fase dell’innamoramento mette in luce quella dinamica che viene chiamata ‘la costruzione della vittima’ ed è caratterizzata da seduzione, manipolazione e condizionamento. Ma i segnali che possono mettere sul chi va là difficilmente vengono colti.
E Wemyss? Si infatua proprio della fiducia e dell’inesperienza di quella che si profila come la compagna perfetta per solleticare il suo ego e bisogno di controllo
“…Lucy aveva in lui, lo sentiva, la fiducia di una bambina; la fiducia, e la certezza, di essere al sicuro: Wemyss si sentiva fiero e commosso nel constatarlo; e lo riscaldava notare come il suo volto si illuminava nel vederlo comparire.”

Anche Wemyss ha subito una perdita. La moglie Vera è morta cadendo da una finestra in quello che sembra un brutto incidente, lasciandolo con un’ombra che pesa sul suo nome. Verso di lei Wemyss ha pochi pensieri affettuosi ma centrati soprattutto sul gran disturbo che gli provoca la sua morte.
“Vera non l’aveva mai capito, in tutti i quindici anni che avevano vissuto insieme, come quella ragazzina in mezza giornata. E il modo in cui Vera era morta… era inutile spaccare il capello in quattro, quando gli venivano certi pensieri, lei aveva avuto un chiodo fisso per tutta la vita: il disprezzo per gli altri e per qualsiasi cosa le venisse consigliata per il suo bene, la determinazione a fare tutto ciò che le saltava in mente, come sporgersi da finestre pericolose se lo desiderava, senza porsi il minimo problema, il minimo pensiero…”

La fretta di sposarsi è un altro elemento che, adesso sappiamo, deve insospettire. Ma Lucy è giovane, innamorata e senza mezzi, mentre lui è un uomo adulto e con una buona sicurezza economica e qui troviamo un altro elemento tipico nelle situazioni di violenza: la disparità di potere.
Pian piano Wemyss limita la frequentazione della moglie con le persone alle quali era legata, una zia, gli amici intellettuali del padre, e la isola rendendola sempre più dipendente da lui e dal suo pensiero. Ed è riposante per Lucy, all’inizio, non dover pensare e prendere decisioni, affidarsi a lui.
“…Ma mentalmente era ancora più confortevole, era decisamente sontuoso. Ascoltarlo parlare era un relax perfetto. Non aveva bisogno di pensare. Nella sua visione, le cose erano bianche o nere…
Non doveva affaticarsi o preoccuparsi, doveva soltanto abbandonarsi.”

E’ riposante la semplicità di pensiero di Wemyss che non approfondisce, usa poche categorie e non obbliga a pensare. Probabilmente la giovane Lucy si è sempre sentita inadeguata rispetto alla cultura del padre e degli amici di lui; forzata sin da bambina da riflessioni e argomentazioni che andavano oltre le possibilità di comprensione della sua giovane età.
Il tipo di pensiero di Wemyss invece è tipico di chi semplifica e offre comprensione immediata di ciò che è complesso con categorie precise di giusto e sbagliato, senza tante discussioni.
Lucy si affida a quest’uomo e rinuncia alla capacità di pensare
“…Ah, ma ciò che una donna voleva non era quello: lei non voleva quell’incessante pensare ed esaminare e dissertare e sezionare. Una donna – i suoi stessi pensieri erano adesso plasmati dalle parole di Wemyss – voleva solo il suo uomo.
Qui non c’è da ragionare – aveva detto Wemyss un giorno, ed entrambi avevano riso…
…rifugiandosi nelle braccia di Wemyss. Lì non c’erano argomentazioni; lì non c’erano incomprensioni né esitazioni paralizzanti. Lì c’era soltanto la semplicità dell’amore e la sensazione … di essere di nuovo una bambina in un grande, confortevole, acritico grembo. “

E l’operazione di impedire obiezioni, di tacitare la moglie ed asservirla ad una ‘sonnacchiosa acquiescenza’ è fatta in maniera intenzionale:
“Allora procedette a chiuderle gli occhi fissi nei suoi e le labbra socchiuse per la sorpresa con dei baci, perché aveva scoperto che baci dolci e indugianti riuscivano a zittirla quando era incline a obiettare “Ma…” e a riportarla più in fretta che qualsiasi altra cosa a una disposizione di tenera e sonnacchiosa acquiescenza che gliela faceva amare più che mai, quando la teneva tra le braccia.”

Ma Lucy comincia ad aprire gli occhi e a rendersi conto che il marito uccide i pensieri e la tiene in soggezione
“Everard – stava cominciando a capire con grande sorpresa – preferiva non sapere. Non era soltanto indifferente alle idee e alle opinioni altrui, preferiva ignorarle del tutto.
Un atteggiamento in aperto contrasto con la vivace curiosità e i molteplici interessi di suo padre e dei suoi amici e con la loro insaziabile fame di discussioni e di dispute; e Lucy ne rimase sorpresa. Le discussioni, per loro, erano davvero il sale della vita, un’incessante esplorazione delle idee reciproche, uno scontrarsi di opinioni che, alla fine dello scontro, ne generavano di nuove. Per Everard le discussioni significavano solo contraddizioni; e lui detestava le contraddizioni e ogni divergenza di opinione. – C’è un solo modo di guardare una cosa, ed è il modo giusto – diceva. – A che servono tante chiacchiere?
Il modo giusto era il suo modo; e se sembrava che riuscisse a vivere in una grande calma mentale con i suoi metodi diretti e incrollabili, e sebbene dopo i fuochi dell’entourage di suo padre ciò le apparisse immensamente riposante, era davvero una buona cosa? Non la condannava alla solitudine? Non era, francamente, piuttosto simile alla morte? D’altronde, lei stessa nutriva i dubbi sul fatto che esistesse un solo modo di considerare una cosa e non riusciva molto a credere che il suo fosse proprio il modo giusto….”

Comincia a cogliere i segnali, che prima aveva ignorato per timore e per affetto, che le mostrano la pericolosità di un rapporto che le succhia linfa vitale e che la rende vittima, come è stata Vera, la moglie che è caduta o si è buttata dalla finestra.
“Forse già da tempo aveva inconsciamente paura di lui. Che cos’era quella viltà durante la luna di miele, quell’ansioso desiderio di compiacerlo e di evitare ogni parvenza d’offesa, se non paura? Era un amore timoroso, timoroso di essere ferito, di non essere in grado di credere senza condizioni, di non essere in grado – era questo il lato peggiore – di essere fiero del proprio amato. Ma ora, dopo le esperienze di quel giorno, provava una paura di lui più separata, più definita, più distinta dall’amore. Strano, aver paura di lui e amarlo nello stesso tempo. Forse se non l’avesse amato non ne avrebbe avuto paura. No, non avrebbe avuto paura,perché allora nessuna cattiveria da parte di lui avrebbe raggiunto il suo cuore. Solo, non poteva nemmeno immaginarlo. Lui era il suo cuore.”

Wemyss è un ‘terrorista del silenzio’, termine che ho sentito usare recentemente per descrivere un ex marito
“Non amava i silenzi di Everard: ne ricordava parecchi altri, in occasione dei loro scambi di vedute su dove trascorrere la festa di Natale. Quei silenzi pesavano su di lei: aveva l’impressione di contorcersi sotto di essi come un millepiedi sotto un sasso e quella sensazione la umiliava.”

E Vera? La moglie che è caduta dalla finestra, in circostanze misteriose, senza mai sapere veramente se è stato incidente o suicidio, compare di riflesso. E alla fine, dopo aver sopportato con Lucy l’insopportabile, tutto porta a pensare che di suicidio si sia trattato, unico modo per liberarsi di una tale oppressione e di una tale pesantezza di vivere che un uomo del genere porta con sé.

Un romanzo introspettivo pur con una certa vena di leggerezza che aiuta a rendere meno gravosa la pesante atmosfera di una relazione che ti fa pensare alla canzone di Gianna Nannini ‘quest’amore è una camera a gas’. I personaggi sono fortemente caratterizzati e questo aiuta a delineare la psicologia di ognuno, e a rendere un tema così difficile da reggere.
Viene facile pensare ad altri romanzi famosi come ‘Rebecca, la prima moglie’, pubblicato nel 1938 oppure ‘Jane Eyre’, pubblicato nel 1847. Qui però abbiamo veramente ben descritta la figura di un ‘eroe’ in negativo, l’uomo controllante e dominante, che manca di qualsiasi empatia, che non ama essere contraddetto e che riduce la compagna ad uno stato di larva.

Qualche parola sull’autrice. L’ho scoperta per caso e la molla che mi ha spinto a leggerla è il fatto di essere cugina di Katherine Mansfield, una delle scrittrici che amo in modo particolare. Non che essere cugini di uno scrittore sia per forza un’investitura della capacità di scrittura ma, insomma, qualcosa mi ha incuriosito. Se non altro la lunga serie di libri che ha scritto. E quelli che ho letto mi sono piaciuti molto, soprattuto le figure di donne nella quali von Arnim rappresenta molti aspetti del femminile.
Elizabeth von Arnim è lo pseudonimo di Mary Annette Beauchamp. È nata in Australia nel 1866, è vissuta in Inghilterra e Europa, due mariti (del primo ha tenuto il cognome von Arnim), cinque figli, amanti, 21 libri; e, a leggere la sua biografia, è stata molto altro questa donna.

Elizabeth von Arnim
Vera
TEA, 2010

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