Giuditta

Chi è Giuditta?
L’eroina pura e onesta che salva il suo popolo o la donna fatale e ingannatrice?
L’immaginario occidentale ne ha fatto una figura poliedrica dando rilievo, ora a uno e ora all’altro, a diversi aspetti del femminile.
Nata come eroina biblica è diventata uno dei soggetti più rappresentati nell’arte pittorica.
Mantegna, Botticelli, Donatello, Michelangelo, Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Rubens, per arrivare a Klimt, oltre a numerosi altri artisti, l’hanno dipinta chi come una figura dolce e gentile chi come una seduttrice e ammaliatrice sensuale. A seconda delle epoche, dello stile pittorico e del rapporto con il femminile, la sua interpretazione varia.

L’occasione di pensare alla figura di Giuditta viene da una mostra (Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione) ho visitato recentemente, e di cui scriverò in un secondo momento, perché qui desidero approfondire come nasce questo mito che ha attraversato i secoli e che del femminile rappresenta l’intraprendenza e il coraggio, la seduzione e la violenza.

Storia o Mito?

Anche se Giuditta è un personaggio biblico non saprei dire se è un mito ebraico (perché “il mito è un concetto estraneo all’ebraismo che, in quanto monoteismo assoluto e origine degli altri monoteismi fondati sulla Bibbia, non ammette accanto al Dio unico l’esistenza di figure simboliche e/o eroiche nella costruzione della fede” – E. Loewenthal, Miti ebraici, Einaudi 2016), o un mito religioso in senso ampio, ma sicuramente è una narrazione simbolica di potente impatto immaginativo e di significati. A me interessano questi significati.
Il contesto storico e religioso è quello delle storie della Bibbia. E qui scopriamo subito che ‘Il libro di Giuditta’ esiste nella Bibbia cattolica ma non in quella ebraica. È escluso dal canone ebraico perché se ne conosce solo un’antica versione greca (Treccani). Ha avuto vicende alterne anche nella controriforma protestante, dove pure è stato considerato da Lutero un semplice romanzo didattico e un testo apocrifo. Il Libro, quindi, è riconosciuto solo nella tradizione cattolica.
A livello storico i personaggi, l’epoca e i luoghi non corrispondono a niente di conosciuto, anzi molti dati sono proprio incongruenti, ad esempio il re Nabucodonosor viene presentato come re assiro mentre è stato un re babilonese.
Un racconto quindi che non si attiene alla documentazione storica ma che è letterario e simbolico.
È stato probabilmente scritto nel secondo secolo avanti cristo e ambientato in un luogo che non esiste: Betulia, la città assediata, sembra essere solo un gioco di parole che tradotto significa la “casa del Signore”. così come Giuditta significa “la giudea” (Paola Cosentino, Le virtù di Giuditta, Aracne editrice 2012)
Quindi i significati simbolici sono prevalenti nella narrazione rispetto a quelli storici e reali. Nella tradizione cattolica sono letti tutti nello spirito del Signore: anche la debolezza, se sostenuta dalla fede in Dio, diventa forza. Dio riesce a portare il suo popolo alla vittoria anche quando tutto sembra perduto. E quale rappresentazione maggiore della debolezza se non quella in veste di donna?

Il libro di Giuditta

La storia di Giuditta, raccontata in sedici capitoli, è quella di una donna giovane e bella che riesce a sconfiggere un generale potente e violento.
Dalla lettura del testo biblico riassumo i fatti. I passi tra virgolette sono citazioni dalla Bibbia.

Il re Nabucodonosor, che regna sugli assiri nella grande città di Ninive, dichiara guerra al re dei medi.
Questo fa edificare mura altissime attorno alla sua città Ecbàtana e raduna molte genti.
Allora Nabucodonosor spedisce messaggeri alle popolazioni delle regioni occidentali, dalla Persia a Libano, Cilicia e Damasco, Galilea, Samaria, Gerusalemme fino all’Egitto per ‘invitarle’ a unirsi a lui. Ma tutte respingono il suo ordine non riconoscendolo come il grande re che crede di essere. Questi, vedendosi disprezzato e rifiutato con disonore ‘si accende di sdegno terribile’ e giura vendetta e devastazione in quelle terre.
Parte quindi alla conquista e al saccheggio della città di Ecbàtana e, dopo averne sconfitto il re torna a Ninive con una moltitudine di uomini che, a quel punto, lo seguono.
Dopo le feste e i banchetti per la vittoria Nabucosonosor prende in mano il piano della sua vendetta. Chiama Oloferne, generale supremo del suo esercito, e gli ordina di conquistare le terre che hanno disubbidito al suo ordine e che si sono mostrate a lui contrarie.
Comanda di saccheggiare e uccidere e devastare, senza nessuna compassione. Gli assegna un esercito numeroso, centoventimila uomini più dodicimila arcieri a cavallo, e rifornimenti maestosi; dona oro e argento ai combattenti.
Come le cavallette, l’esercito di Oloferne, distrugge dove passa. Attraversa l’Eufrate, la Mesopotamia e demolisce città, stermina tutti quelli che trova al suo passaggio, incendia i raccolti, massacra le greggi e gli armenti, saccheggia le città, passa a fil di spada tutti i giovani. Il terrore precede la sua avanzata, e quando arriva ai territori della costa le popolazioni del posto gli dichiarano subito la loro obbedienza e gli offrono tutte le città e i beni. Oloferne accetta ma, anche se accolto con feste, distrugge comunque i templi e i luoghi sacri perché ha l’ordine di far adorare Nabucodonosor come unico dio.
Quando giunge in prossimità della Giudea gli israeliti che la abitano sono terrorizzati. Riunitisi in quel territorio, dopo molte vicissitudini, conservano a Gerusalemme il tempio del Signore, l’altare e gli arredi sacri. Decidono di prepararsi alla guerra e presidiando i valichi dei monti che si trovano all’imbocco della pianura; raccolgono viveri in abbondanza avendo appena completato la mietitura. Così, guidati dal sommo sacerdote Ioakìm, si preparano anche con preghiere e penitenze: digiunano, si vestono di sacchi, si cospargono il capo di cenere, invocano l’aiuto di Dio.
Oloferne alla notizia che gli israeliti si preparano alla guerra, bloccando i passi di montagna e fortificando le città, è preso da furia ma, da stratega qual’è, prende tutte le informazioni sul loro esercito e sul loro comandante, cercando di capire perché non si sono assoggettati subito come tutti gli altri popoli.
Uno dei suoi comandanti gli racconta la storia di Israele e di come questo popolo sia passato da un paese all’altro sotto la guida del suo Dio; di come in Egitto sia fuggito al Faraone con l’aiuto del Signore che ha diviso le acque del mar Rosso; di quanto sia forte e prospero quando è in pace con il suo Dio e di quanto invece venga sconfitto e cacciato quando pecca contro il suo nome. Il consiglio del comandante è quindi di passare oltre se il popolo ebraico è in pace con Dio e di combatterlo se invece ha trasgredito a lui.
Naturalmente questa indicazione solleva mormorii di contrarietà da parte degli altri comandanti e viene rigettata da Oloferne, perché l’unico dio in cui crede è Nabucodonosor.
Oloferne, quindi, schiera il suo numeroso esercito nella pianura davanti alla città di Betulia ma, invece di attaccarla, occupa le fonti d’acqua e decide di assediarla fino a che i suoi abitanti muoiono di fame e sete.
L’assedio dura per trentaquattro giorni e bambini, donne e ragazzi cominciano a cadere per lo sfinimento.
La popolazione, in sollevazione generale, chiede allora ai capi della città di arrendersi perché preferisce diventare schiava che morire. Ozia, uno dei capi, chiede di aspettare ancora cinque giorni prima della resa, sperando nell’intervento divino.
È a questo punto che entra in scena Giuditta.
Viene presentata come una giovane molto bella, vedova da tre anni e quattro mesi perché il marito era morto per una insolazione e l’aveva lasciata padrona di ogni suo avere. Ricca quindi e timorosa di Dio perché digiuna e segue le regole delle vedove.
Giuditta viene a conoscenza della promessa di Ozia di arrendersi tra cinque giorni e decide di intervenire, rimproverandolo per aspettarsi aiuto da parte di Dio come se fosse una persona qualsiasi alla quale si può rivolgere una richiesta. Dio è Dio, dice Giuditta, e fa quello che vuole, può salvarci o lasciaci perdere, non lo dobbiamo disturbare. Dobbiamo pensarci noi, continua, perché è vergognoso arrendersi e diventare un popolo schiavo.
Quindi sarà lei a compiere un’impresa. Ma non vuole rivelare il suo piano.
Prega Dio di darle forza e di spezzare l’alterigia del nemico per mezzo di una donna. Si toglie la veste vedovile, si lava e si unge il corpo, si pettina e si mette le vesti più belle, anelli, bracciali e diadema. Quando è pronta si reca alle porte della città con la serva, che porta farina tostata, fichi secchi e pani. È notte e quelli che la vedono uscire restano sbalorditi dalla sua bellezza.
Quando le guardie assire la trovano dice di essere figlia degli Ebrei e di fuggire da loro perché stanno per essere vinti e lei vuole offrire a Oloferne le informazioni sulla strada per entrare in città, senza perdite per l’esercito. Strabiliati da tanta bellezza l’accompagnano alla tenda del generale che accetta le sue proposte di aiuto per la vittoria.
Giuditta rimane al campo tre giorni e ha il permesso di uscire a pregare ogni notte.
Il quarto giorno Oloferne la invita a cena nella sua tenda con il pensiero di sedurla, finalmente!
Cosa succede in quella tenda? non è scritto a chiare lettere nel racconto della Bibbia. Sono loro due soli e Oloferne è sazio e ubriaco quando lei prende la sua scimitarra, gli tiene i capelli con una mano e con l’altra lo colpisce due volte al collo finché non si stacca la testa. La nasconde nella bisaccia dell’ancella e, come ogni sera, escono entrambe dall’accampamento per la loro preghiera. Salgono sul monte verso Betulia, entrano in città e mostrano la testa di Oloferne “Dio l’ha colpito per mano di donna. Viva dunque il signore, che mi ha protetto nella mia impresa, perché costui si è lasciato ingannare dal mio volto a sua rovina, ma non ha potuto compiere alcun male con me a mia contaminazione e vergogna”.
Dà disposizione che la testa del comandante nemico venga appesa alle mura della città; che i soldati indossino le armi e si facciano vedere pronti all’attacco dell’accampamento nemico. Quando gli assiri cercheranno il loro comandante e non lo troveranno, vedendo gli ebrei pronti a dar battaglia si impauriranno e fuggiranno e, solo a quel punto, continua Giuditta, bisogna attaccarli e ucciderli nella fuga.
E così succede. Scendono in campo anche i soldati di Gerusalemme, fanno una strage degli assiri e conquistano tutte le loro ricchezze.
Per trenta giorni durano i saccheggi dell’accampamento nemico.
Alla fine Giuditta viene fatta sfilare come un’eroina per Gerusalemme al canto dell’inno che occupa un capitolo tutto suo.
Giuditta visse centocinque anni, sempre da vedova e da ricca e finché visse lei e per un lungo periodo ancora dopo la sua morte non vi fu nessuno a incutere timore agli Israeliti.

Simbolo della reazione femminile

Giuditta emerge dalla codardia del suo popolo e sconfigge un potente generale che si credeva invincibile in guerra e in amore.
Il racconto biblico la rende oggetto di desiderio maschile e capace di usare il potere del suo aspetto femminile per vincere sull’uomo che si serve della forza per distruggere. Oloferne viene sconfitto dal suo stesso desiderio di seduzione come dal suo agire violento.
È un’ingannatrice subdola Giuditta, che seduce grazie alla sua bellezza? Certo è anche questa una forma di violenza ma, d’altra parte, il racconto biblico non fa altro che parlare di violenza, soprattutto quella usata da Oloferne che, in guerra, stermina e massacra. Giuditta è una donna che scende in guerra, esce dal ruolo che le è stato destinato e usa le armi che ha a disposizione per salvare il suo popolo.
È anche una vendicatrice perché la sua preghiera, quando si prepara ad agire, inizia con la vergogna di quei nemici che hanno usato violenza sulle donne:
“hai messo nella sua mano una spada per fare vendetta degli stranieri, che avevano sciolto la cintura d’una vergine per contaminarla, ne avevano denudato i fianchi a sua vergogna e ne avevano contaminato il grembo per disonorarla… e quel giaciglio, usato con l’inganno, con l’inganno fu bagnato del loro sangue…” .
Una figura femminile forte e decisa, che non ha timore di avvalersi di quella violenza che usano gli uomini. Entra nel loro campo di battaglia e usa le sue armi contro di loro.
Viene giustificata solo perché ispirata da Dio ma è diventata anche un simbolo laico della reazione femminile alla violenza maschile.

Così è nella raffigurazione di Artemisia Gentileschi che, più di ogni altro artista, ha messo in luce la rivalsa per la violenza sessuale.
Violenza che Artemisia, all’età di diciotto anni, ha subito da Agostino Tassi, pittore e collaboratore del padre, Orazio Gentileschi. Artemisia è una pittrice e nell’arte ha trovato il modo di rielaborare questa violenza che è diventata il tema dominante di molte sue opere.
Ha dipinto due quadri con la stessa scena in cui Oloferne viene decapitato.

Il primo nel 1612/1613 sembra coincidere con la data del processo per lo stupro subito; è una piccola tela in cui si vedono due donne che tagliano la testa o Oloferne e il sangue è in primo piano in una scena realistica dove Giuditta, che impugna la spada, ha un’espressione determinata.

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Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1612-13 , Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Il secondo è del 1620, la tela è più grande e le ombre più estese; cambia il colore delle vesti delle donne ma la sicurezza con la quale Giuditta impugna l’arma è invariata.
La violenza, in queste due opere (come nella tela dipinta da Caravaggio nel 1602) non viene risparmiata allo sguardo, come succede invece nelle rappresentazioni di altri grandi artisti che mostrano una Giuditta dolce e ispirata, in modo da cancellare le tracce cruente considerate inadatte a una donna.

Con Artemisia Gentileschi chiudo questa prima parte che ho intenzione di riprendere a breve con la sintesi di una mostra d’arte che illustra le diverse interpretazioni della figura di Giuditta nel tempo.

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