La compagnia del vento

“Quando tutto questo sarà storia, il mondo si ricorderà di noi ebrei. Del mio popolo annientato serberanno memoria, stanne pur certo, troveranno le nostre valigie con su scritti i nostri nomi con il gesso bianco, troveranno i nostri averi e tutto quello che abbiamo dovuto consegnare ai nazisti. Troveranno i nostri nomi. Di noi resterà testimonianza…
Ma di voi zingari, Dušan, di voi non ci si ricorderà, voi non avete valigie quando vi acciuffano per portarvi nei campi di concentramento, non le avete perché non le possedete, non avete beni, non si conoscono i vostri nomi, nessuno ha scritto di voi, attraverserete ignorati la morte e lo sterminio, ignorati…
… non ci si ricorderà di voi, perché non siete nessuno”

C’è un popolo dimenticato, di cui non conosciamo granché se non tutto ciò che di negativo viene tramandato da credenze antiche. È il popolo degli zingari, dei nomadi, come li chiamiamo comunemente, o per essere più precisi dei rom e dei sinti (sinti è un termine che il correttore trasforma in santi, tanto per significare che neppure esiste nella scelta delle nostre parole).

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Vanna de Angelis ne La Compagnia del vento racconta una storia di cui non si parla e che conosciamo molto poco: quella dell’eliminazione di un popolo, un’epurazione organizzata come quella degli ebrei, con metodo e disciplina, dai nazisti; quella di una minoranza che è stata fatta oggetto di violenza dalla notte dei tempi e che tuttora è discriminata.
È un romanzo corale, ma è anche memoria e documentazione storica. Molti dei nomi dei personaggi sono nomi veri e anche gli avvenimenti sono ripresi dalle narrazioni dei discendenti, come il cantante rom Jovica Jovic; i fatti storici sono documentati e nei ringraziamenti finali l’autrice segnala i testi esistenti sul popolo rom.
Fatti terribili sono raccontati nel libro e ancora più terribile è constare che non sono frutto di fantasia ma che sono successi realmente.
La storia di Dušan e Radmila, Rohele e Jeta, Fulmine e tutti gli altri, bambini e bambine, uomini e donne, che sono la kumpania, tocca il cuore e ti porta a pensare che la crudeltà umana non ha confini e non ha mai fine.

Il racconto inizia in Serbia, il 19 ottobre 1942: il giovane Dušan ascolta, fuori da una chiesa, la musica di Bach con il sarto ebreo Shlomi.
La bellezza della musica riesce a far dimenticare l’orrore della violenza? quella che accade sotto gli occhi di tutti e contro la quale si prova impotenza, della quale si è vittime o spettatori? Questo si chiedono l’adolescente rom e l’ebreo, uniti dalla persecuzione verso i loro popoli. Un violino antico, che Shlomi regala a Dušan, è il filo conduttore che porta ai nostri giorni. E la musica è l’accompagnamento, ora gioioso e ora drammatico, della storia de La compagnia del vento. La musica che “è come diventare il cielo”, dice Dušan che vuole vederne i colori e la forma. Ma “si chiedeva a cosa potesse servirgli vedere i colori della musica se poi il mondo era quello che era”.
L’inizio del libro è affascinante ma l’orrore si fa strada ben presto e, oltre la metà del racconto, diventa il sentimento principale che accompagna la lettura. Perché è Storia, quella vera.

E qui inizia la mia grande difficoltà. Non quella della lettura, scorrevole fino alla fine e piacevole, nonostante gli orrori della Storia, ma quella del ripensamento su quanto ho letto. Il desiderio di non tralasciare nessun dato, nessun fatto ha rallentato molto il lavoro di sedimentazione. Ho lasciato trascorrere del tempo per riuscire a selezionare pezzi della narrazione. Perché penso che “sarebbe meglio non scordarle, queste vite violentate, che non finiscano nell’oblio” e tutti quei nomi e quelle storie che nel libro ritrovano vita è difficile cancellarle. Per cui è necessario leggerlo questo libro per conoscere appieno una Storia che deve far parte della nostra memoria.
Il termine che nella lingua rom corrisponde alla Shoah ebraica è Porrajmos, che significa ‘divoramento’. E questo libro ci racconta cosa è stato.

Inizia in Serbia, quindi…
Nel pieno della dominazione tedesca in Europa, durante la seconda guerra mondiale, la Serbia era stata affidata dal Terzo Reich a Nedic, un generale filonazista.
I rom continuavano a spostarsi da un paese all’altro con le loro carovane, cercando di non essere presi in mezzo a una guerra che non volevano li riguardasse.

«Il mondo è terribile»
«Il mondo di cui parli è quello dei gagè. Non è il nostro»
«Ci circonda»
«Dì pure che ci uccide» Jeta passò la mano sulla testa di Yan, che ciondolava assonnato «Ci uccide, se appena può»
«Come facciamo a salvarci?» Dušan balbettava anche per il freddo.
«C’è un tempo per raccogliere le pietre e un tempo per tirarle» lo informò Jeta.

Il tempo di tirare le pietre è quello della Resistenza, della lotta contro il nazismo e il fascismo; un nemico in comune ha messo insieme, per la prima volta nella storia, i rom con i gagè, parola romanì che indica ‘gli altri’, ‘il resto del mondo’, tutti quelli che non sono rom insomma.
I rom conoscevano le strade segrete per passare le frontiere, sapevano come comunicare i movimenti della polizia e dei nazisti con i loro segni indecifrabili; insegnavano ai partigiani come sopravvivere nelle circostanze più difficili. Procuravano le tessere annonarie, portavano armi nei rifugi, nascondevano nei carrozzoni chi doveva passare la frontiera; portavano viveri o medicinali ai gruppi di partigiani nascosti nei monti e nei boschi.
E poi sono diventati anche attivi militarmente, hanno imparato a far saltare in aria i binari, a maneggiare armi ed esplosivi e fare la lotta armata.
Il libro restituisce memoria a tutto questo.

I fatti terribili successi durante la seconda guerra mondiale sono tanti. Tra i più gravi sono qui ricordati quelli del 1941 nella città di Kragujevac, capoluogo della regione di Sumadija.
Quando tutta la Serbia e l’Europa sono state invase dai nazisti la lotta di liberazione in Yugoslavia è iniziata subito. In risposta all’uccisione di alcuni tedeschi a Kragujevac  sono stati rastrellati e fucilati settemila civili, uomini, donne, bambini, vecchi, invalidi e ragazze incinte. Per ogni tedesco ferito i nazisti hanno ucciso cinquanta persone e per ogni tedesco morto ne hanno uccise cento. Settemila sono state mitragliate sulla collina che guarda la città. Ci sono voluti tre giorni, dal 21 al 23 ottobre 1941, per ucciderle tutte. Qualcuno ha detto che sono stati diecimila i fucilati.

E poi, quando tutto è finito, è iniziata una nuova strage, quella dei piccoli lustrascarpe rom.

“Difficile uccidere settemila persone e non sporcarsi gli stivali (…)
C’era quell’ufficiale tedesco con la sua bella divisa e gli stivali di cuoio nero. Viene giù dalla collina e gli stivali sono così imbrattati da non poterli guardare. Si piazza davanti a uno dei tanti lustrascarpe rom… C’è del sangue su quegli stivali, sangue e fango. Vuoi che non si cammini nel sangue, quando ne ammazzi settemila? Vuoi che non ti sporchino gli stivali?” 

E l’ufficiale ha ordinato al piccolo lustrascarpe di pulirgli gli stivali e quando questo ha disubbidito gli ha sparato un colpo in mezzo alla fronte. E dopo di lui ha fatto chiamare il fratellino che non ha ubbidito e poi i familiari. Sono morti tutti fucilati. Poi l’ufficiale si è fatto portare tutti i lustrascarpe rom che sono riusciti a trovare e li ha uccisi per il rifiuto di pulire quegli stivali lordi di sangue. Ne sono stati ammazzati 300, quasi ancora bambini…e gli stivali sono rimasti sporchi, anzi ancora più sporchi.
Giorni di massacri e Dušan, piccolo lustrascarpe anche lui, è riuscito a salvarsi dalla carneficina per un pelo.
Dušan è un sopravvissuto.

Ma, facendo un passino indietro nella Storia, scopriamo che la persecuzione dei rom viene da lontano. Troppo lungo enumerare l’elenco dei fatti di sangue che nel mondo occidentale li ha riguardati, ma basta sapere che
“si poteva andare a caccia di zingari come fossero bestie, e non secoli addietro, ma nel secolo passato, come fece quel proprietario terriero che in Renania sorprese nei boschi una zingara con il suo lattante, li inseguì e li uccise a schioppettate, fossero lepri…
Tutti i nascenti stati d’Europa avevano le loro brave leggi antizingaro, dalla Germania, alla Svezia e all’Inghilterra, ed erano impiccagioni , marchiature a fuoco, vi rapavano e vi buttavano fuori dai confini, in un altro stato dove la persecuzione ricominciava. In Moravia alle zingare tagliavano l’orecchio sinistro, in Boemia il destro, e vi impedivano di commerciare, vi negavano i vostri tradizionali mestieri di calderai, cavallai, affilatoi di coltelli, rivenditori di piume d’oca, impagliatori di sedie, costruttori di strumenti musicali e musicisti. E voi, tutti a mendicare e a rubare per vivere, e se vi ribellavate all’arresto, anche quando non eravate accusati di crimini, potevate essere giustiziati in quattro quattr’otto. Potevate essere marchiati ed espulsi, e i vostri figli affidati a quelle che noi chiamiamo con l’angelico nome di istituzioni benefiche…
Il nomadismo per noi gagè è degenerazione morale, è giusto punirvi per questo, chi credete di essere per andarvene in giro fieri, liberi e selvaggi da secoli e secoli?”

Leggi contro gli zingari sono state emanate da ogni stato europeo, sin dal 1500. Qui riporto solamente le più recenti
“…parliamo dei protestanti, in particolare dei calvinisti. Ce l’avevano a morte con gli zingari, ma è ovvio, gli zingari hanno l’istinto del nomadismo, i calvinisti hanno l’istinto della proprietà privata. Ti pare che possano accettare, loro che vivono incollati come noi ai propri averi, qualcuno che non possiede beni e se ne infischia della proprietà? I protestanti tuonavano contro le elemosine e quindi contro gli zingari, che sono abituati a tendere la mano. E Martin Lutero? Nel 1528, nella prefazione del suo Liber Vagatorum, esortava i principi tedeschi alla repressione sistematica degli zingari, definiti da lui tutti ladri e disonesti. Ma continuiamo.
Nel 1711 Federico Augusto I di Sassonia decreta che gli zingari che tentano di opporsi all’arresto devono essere uccisi all’istante sul posto.
Nel 1714 l’arcivescovo di Magonza decide di condannare a morte gli zingari senza alcun processo: il solo fatto di essere zingari li identifica come criminali.
Nel 1718 in Prussia tutti gli zingari al di sopra dei diciotto anni vengono impiccati. Altre province abbassano l’età a quattordici…”

Ma l’azione più organizzata e distruttiva è stata quella nazista, quella che i rom chiamano Porrajmos, divoramento.
Oltre alla piaga ebraica i nazisti intendevano risolvere anche la piaga zingara. Le leggi bavaresi contro il nomadismo e i fannulloni miravano a questo. I rom erano una razza indesiderabile, nemici del Reich.
Per cui i nazisti, i fascisti ma anche gli ucraini, i polacchi e tutti gli altri arrivavano, devastavano, uccidevano, incendiavano e impiccavano. E non dimentichiamo gli ustascia, nazionalisti croati
“Doveva avere una faccia così quell’ustascia, studente di legge, che nel campo di concentramento di Jasenovac in Croazia (…) aveva scommesso con i suoi soci assassini che in una notte sarebbe riuscito a uccidere più di mille persone, da solo, armato solo di un coltellaccio. Ne aveva sgozzate personalmente più di milletrecento e così aveva vinto la scommessa. Per più di mille volte aveva infilato il coltello in gola a uomini, donne, vecchi, ragazzi, bambini. C’erano anche dei rom tra quegli sgozzati. Li spingevano uno alla volta verso di lui e lui zac, la lama in gola e avanti un’altro. Più di mille volte in una notte, per vincere la scommessa. Si chiamava Petar Brzica: non dimentichiamoceli, certi nomi.”

Il primo campo di sterminio degli zingari è stato a Lódz, in Polonia. In un villaggio poco distante, Chelmo, l’8 dicembre 1941, il giorno dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, è stato inaugurato l’uso dei gas come metodo di sterminio.
“Camion molto speciali: dentro chiudi una decina di zingari, poi li gasi e calcoli quanto ci mettono a morire.”
Ne sono morti così 5000, dei quali 2000 erano bambini.

E poi venne Auschwitz-Birchenau.
Lo Zigeunerlager, settore B II era riservato agli zingari
“Solo a loro. Ognuno con il suo bravo tatuaggio, una Z e il suo numero. E su quei quattro cenci un triangolo nero, lo stesso per zingari e criminali”.

Gli zingari sono stati messi in un campo a parte per vari motivi.

Uno, perché “…è difficile gasarli. Si ribellano. Non sono come gli ebrei, che bene o male si rassegnano. Gli zingari è difficilissimo riuscire a farli arrivare alle camere a gas. Ti sfuggono di mano, urlano, si agitano come folli, non riesci a spingerli dentro, sono indomabili >> , e questo è il comandante del campo di Auschwitz, Rudolf HöB. Chi meglio di lui può sapere come sono andate le cose?”

Due, per fare esperimenti sulla razza
“…cominciano a capire che li hanno lasciati con le loro famiglie per studiare meglio la razza zingara. Così ne hanno a disposizione di tutte le età e di tutti i tipi. Eravamo in ventimila, dicono. Ma ora sono in seimila…
Come si fa a parlare di quelli a cui è stato inoculato il tifo? Anche alle prigioniere incinte, per vedere l’effetto sul feto. Di quelli a cui sono stati inoculati virus di ogni tipo o colonie batteriche?”
Prendevano le misure facciali, facevano calchi in gesso,… stabilirono che erano tutti criminali. Le donne sono state tutte sterilizzate.
Gli studiosi tedeschi cercavano il gene della criminalità.
“Il ‘bacillo zingaro’ alligna nel corpo sano della nazione, ne è convinto Hermann Arnold… Lo scriverà in un acclamato articolo pubblicato nel marzo del 1967. No, non c’è errore nella data, l’articolo non è del 1937, ma è stato scritto esattamente nel 1967.”

E poi la solita storia dei nazisti che si sono salvati, aiutati da chi ha voltato la testa agli orrori commessi o è stato complice silenzioso. Ricordiamo
“Mengele, che quando arriveranno gli Alleati riuscirà a scappare e a rifugiarsi in Alto Adige, dove sarà accolto e nascosto dal comune di Termeno – Tramin in tedesco, proprio quel luogo ameno sulla strada dei vini, dei magnifici vini sopra Mezzocorona – e dai funzionari di quel comune gli verranno consegnati documenti falsi non solo a lui del resto ma anche a Adolf Eichmann. E con quei documenti falsi si imbarcò per il Sudamerica, nessuna condanna lo raggiunse mai, e dopo anni e anni morì serenamente di suo, come si dice.
Così è la vita.”

Sappiamo che nei campi di sterminio c’è stata una rivolta? Nel campo di Auschwitz-settore B II, quello degli zingari, c’è stata una rivolta contro i tedeschi, durata due mesi e mezzo.
Quando il 16 maggio 1944 le SS sono entrate nel campo per portare nelle camere a gas tutti quelli che erano rimasti, si sono trovati davanti un popolo di quasi scheletri che con sassi, unghie li hanno respinti. Neppure con i loro fucili, mitra, fruste sono riusciti a fermare tutti quei cadaveri ambulanti che non si lasciavano portare nelle camere a gas. Nessuno scappava agli spari e quelli che cadevano erano sostituiti da quelli che avanzavano. Uomini, donne, bambini, vecchi.
Troppi e tutti insieme.
Non li hanno bombardati perché avrebbero distrutto i campi e tutto il lavoro fatto da ingegneri e architetti tedeschi, con i loro forni, camere a gas e camini.
Solamente quando l’Armata Rossa ormai era alle porte
“Himmler diede l’ordine di demolire Auschwitz, Belzec, Chelmno, Treblinka, Majdanek, Sobibór. Di gasare in tempi brevi tutti quelli che sono rinchiusi là dentro poi demolire tutto. Spariscano al più presto le tracce. Che nessuno ne sappia niente.”

Il 6 giugno 1944 c’è stato lo sbarco in Normandia…
… e i camini ad Auschwitz continuavano a fumare. Erano gli ebrei che i nazisti avevano fretta di eliminare. A valanghe.
Alla fine di giugno i nazisti tentarono ancora di entrare nel campo degli zingari ma, anche se alla fame, questi sono riusciti a tenerli fuori.
Finché il 2 agosto la fame è diventata devastante e
“Nella notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, tremila rom ammazzati e bruciati. I tremila sopravvissuti vengono stivati nei treni e portati via alla svelta, a Dachau, in Germania. L’Armata rossa sta avanzando. Arriverà ad Auschwitz solo sei mesi più tardi, il 27 gennaio 1945”. Questa data è diventata per noi la giornata della memoria, per non dimenticare le vittime dell’Olocausto. Tutte le vittime.

E Yan?
Il piccolo Yan, fratello minore di Dušan, lo troviamo nella Svizzera tedesca, immerso in una vasca di acqua gelida, bloccato da assi, il modo che rinomati psicologi svizzeri discendenti di Piaget ritenevano adatto per far dimenticare ai bambini rom il romanì. In mano al dottor Alfred Siegfried, psicologo svizzero fondatore dell’opera di soccorso ‘Enfants de la Grand-route’, specializzata nella protezione dei bambini rom dal rischio dell’abbandono. Usava vasche di acqua gelida e sterilizzazioni. Quest’opera era sostenuta dall’Associazione Svizzera ‘pro Juventute’.

“E pensare che l’associazione benefica Pro Juventute venne chiusa solo nel 1972, che solo nel 1998 la Confederazione Elvetica si è decisa a definire l’opera di soccorso ‘Enfants de la grand-route’ del dottor Siegfried ‘un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza’.”

Dušan invece era finito nel campo di concentramento di Lety, nella Boemia del sud, un campo zingaro diretto dalla polizia ceca. Le devastanti condizioni igieniche del lager non avevano niente da invidiare a quelle dei nazisti. I prigionieri lavoravano alla costruzione di strade e ponti.
Il campo imprigionava rom anche prima dell’arrivo dei nazisti, li obbligava ai lavori forzati in base a una legge sul nomadismo del 1927.
Il direttore del campo era Joseph Janovsky.
Torture, uccisioni di massa, fosse comuni nei boschi della Boemia meridionale dove venivano ammassati i corpi; bambini affogati nel lago dietro il campo. Gli zingari che continuavano ad arrivare venivano stipati sul treno e mandati ad Auschwitz.

“Anni dopo, il dottor Kolbache, il medico del campo, avrebbe detto che quasi non se ne ricordava, che era successo tanto tempo prima, e poi quelli erano solo zingari, un popolo sporco, pieno di pidocchi e malattie. E in fondo erano solo quattrocento ed erano morti tutti di tifo, ma quali torture? Mai saputo che ne avessero spedito ad Auschwitz.
Nessuno di coloro che dirigevano il campo di Lety fu mai giudicato per i crimini commessi”

“In quell’inverno del 1945 gli zingari continuano morire, anche nel campo croato di Jasenovac dove il capo era il ferocissimo Vjekoslav Luburuć, ufficiale degli ustascia e “grande macellaio di ebrei, zingari e partigiani”. Era stato inviato da Pavelić a Sarajevo per stroncare la resistenza.
Nelle montagne attorno si continuava a combattere, anche se Belgrado era libera, partigiani contro ustascia e nazisti, e gli Stukas continuavano a sganciare grappoli di bombe.
I partigiani combattevano ancora, dieci giorni dopo che l’Armata Rossa era arrivata ad Auschwitz.
Con loro c’erano i rom. Anche Dušan che dalla Boemia era sceso in Croazia, poi in Serbia.

“Sarebbe meglio non scordarle, queste vite violentate, che non finiscano nell’oblio.”

Non facciamo l’errore di pensare che l’odio per rom e sinti sia finito con la sconfitta dei nazisti e la conclusione della guerra. Rimane nel cuore di molti e non sempre sepolto “se uno è razzista, stai pur sicuro che ci odia. Voi e noi siamo la piaga infetta nel corpo di quella che viene chiamata civiltà.”
Intercalati ai fatti tragici della Storia passata leggiamo nel libro anche quelli della Storia dei nostri giorni. Fatti successi realmente nelle periferie delle nostre città. Se andiamo a cercare sono scritti tutti nelle pagine dei quotidiani, non in primo piano ma tra le cronache locali.
Li ho conosciuti tramite il libro ma li ho ricercati e trovati negli archivi de ‘la Repubblica’ e del ‘Corriere della Sera’.
Una storia racconta della bambina che chiede la carità e riceve una bambola esplosiva
“una bambolina-bomba, fatta su misura per esplodere appena la stringi.”
Ho rintracciato in un articolo di Repubblica del 17 marzo 1995 un fatto analogo. Il 25 gennaio precedente a Pisa un gruppo di giovani bombaroli razzisti, aveva fatto ritrovare vicino alla roulotte del campo nomadi un libro bomba. Un libro di favole e pieno di colori. Quando il piccolo Matteo, 5 anni, lo ha aperto gli è scoppiato in faccia. “La copertina era azionata con un meccanismo a strappo collegato a polvere da sparo. Ora Matteo è senza una mano e ogni volta che sente la parola fiaba piange.”
Poi hanno fatto trovare una scatola di legno piena di esplosivo al semaforo dove chiedevano l’elemosina altri due rom.

L’altro fatto è del giugno 2010, dal Corriere della Sera. A Torino una giovane donna rom all’ottavo mese di gravidanza è stata massacrata di botte con una mazza da baseball da un ragazzo di 22 anni, ultrà juventino. Le gridava “zingara di m…, devi crepare” dandole calci sulla pancia. Lui ha negato e si è difeso dicendo che le zingare volevano rubare.
Nessuno è intervenuto.
Il bambino è nato morto dopo un cesareo d’urgenza.

Vanna de Angelis
La compagnia del vento
Piemme Voci, 2015

4 thoughts on “La compagnia del vento

  1. Sono tremende queste discriminazioni, qualsiasi razza o comunità prendano di mira. Doveroso ricordare anche gli zingari e riflettere sul fatto che ancora oggi c’è tanta di quella intolleranza che spesso, troppo spesso, si risolve in violenza.

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