L’attentato

“Quando l’orrore bussa, colpisce sempre dritto al cuore” 

6085-3.jpgL’attentato non è un libro recente, anche se l’ho letto solamente ora nell’edizione Sellerio. In Italia era già uscito per Mondadori nel 2006 con il titolo L’attentatrice. Un titolo fuorviante e sgradito all’autore che, nella postfazione, spiega come la scelta del sostantivo femminile sia “agli antipodi di ciò che il testo intendeva denunciare”.
L’edizione Sellerio del 2016 restituisce il titolo originale, che in francese è L’attentat. Perché nel romanzo gli attentati sono due e sono episodi di violenza che non scagionano nessuno, un botta e risposta fatto di sacrificio e di morte tra parti contrapposte, coinvolte entrambe e cariche di responsabilità.
Il racconto si svolge a Tel Aviv, nel pieno del conflitto tra israeliani e palestinesi, ma questo genere di violenza, che si è esteso anche nella parte occidentale del mondo e non più relegato solo ai paesi mediorientali, ci interroga tutti.
Un libro scomodo quello di Yasmina Khadra, che non intende schierarsi da nessuna parte ma che racconta il passaggio di chi arriva a perdere il bene più prezioso, la vita propria e altrui, per un’idea di morte e sacrificio.
Yasmina Khadra è lo pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, scrittore algerino ed ex ufficiale dell’esercito del suo paese. Ha usato il nome della moglie per sfuggire alla censura durante la guerra civile e per raccontare, nei suoi romanzi, la realtà del terrorismo. In Francia, dove si era trasferito in una sorta di auto-esilio, ha trovato ostilità da parte del mondo intellettuale tanto da pensare di tornare nella sua patria. L’attentato, scritto nel 2004, in un periodo di profonda tristezza e delusione, doveva essere un addio alla letteratura ma “avvenne un miracolo: ‘L’attentato’ ha mandato in pezzi il muro della avversione”.
Le polemiche e le ostilità non sono mancate perché “il romanzo divenne bersaglio di attacchi virulenti e incitazioni al linciaggio”, continua lo scrittore nella postfazione, anche se il suo scopo è quello di puntare il dito contro l’odio, il razzismo, la segregazione e il misconoscimento dell’altro.
“Com’è possibile credere, anche per un istante, che il sacrificio più grande sia morire per un’ideologia, se il vero sacrificio è quello di continuare ad amare la vita, nonostante TUTTO?”
A me sembra un romanzo con molte domande, alla ricerca di risposte su un argomento dove schierarsi è la soluzione più semplice ma che si rivela un vicolo cieco pericoloso. Anche rafforzare i muri, come Trump in America sta facendo, non dà risposte se non quelle di forza bruta senza capire che questo è proprio il modo di alimentare il germe della violenza, cioè con l’esclusione, la discriminazione e la risposta muscolare.

Una scena drammatica apre e chiude il libro, con le stesse parole: un drone israeliano colpisce una moschea piena di fedeli con l’obiettivo di uccidere un imam che predica idee radicali.
Nel mezzo la ricerca di senso di un uomo che vuole capire come mai la giovane moglie si sia fatta esplodere, in un attentato precedente, dentro un ristorante di Tel Aviv pieno di gente.
Assistiamo a soccorsi efficienti, perché a Tel Aviv si è imparato come gestire gli attentati suicidi,
“Ma un attentato resta un attentato. Al massimo si può gestirlo tecnicamente, non umanamente. L’angoscia e il terrore non si accordano con il sangue freddo. Quando l’orrore bussa, colpisce sempre dritto al cuore.”
Amin Jaafari è un chirurgo che ha come scopo quello di salvare ogni vita umana e si trova a curare anche le vittime degli attentati. È un arabo naturalizzato israeliano e attorno a questo status ha costruito una vita piena e soddisfacente. La moglie Shiem ne fa parte. Fino a quando gli dicono che il suo corpo è stato ritrovato tra i morti del ristorante e che lo smembramento che presenta è tipico dei kamikaze integralisti che si sono imbottiti di piombo.
“Non imponetemi il dolore e l’orrore nello stesso tempo” si ribella Amin, impreparato e incapace di accettare il doppio fatto della perdita della moglie e del suo gesto terroristico.
Dapprima è la polizia segreta israeliana che vuole capire come mai una donna “stimata da chi la conosceva, bella e intelligente, moderna, bene integrata, coccolata dal marito e adulata dalle amiche, in gran parte ebree” ad un certo punto si sia imbottita di esplosivo e si sia fatta esplodere contro quella comunità nella quale è stata accolta con molti privilegi. É inconcepibile un tradimento del genere, che disorienta perché ci si aspetta che i kamikaze siano altri e non chi è al di sopra di ogni sospetto.
“Com’è possibile, così, tutto a un tratto, imbottirsi di esplosivo e farsi saltare in aria in mezzo a una festa?”
Questa è la domanda del romanzo e la linea conduttrice della ricerca di Amin. L’indagine non è più solo dei poliziotti ma di un marito che guarda alla questione dal suo punto di vista privato e personale:
cosa non ho saputo dare a mia moglie perché lei scegliesse una morte così atroce?
che tipo di tradimento è mai questo che non ha lasciato nessuna traccia, non ha mai fatto sorgere un sospetto?
che follia ha condotto i suoi passi in quella direzione?
“Se mia moglie si è uccisa, è la dimostrazione che non sono stato capace di farle preferire la vita.”
Ma è anche una domanda su se stesso:
come mai non ho saputo vedere in mia moglie questa parte in ombra?
“…penso solo a quel segno che non ho saputo vedere in tempo…”

Il viaggio che intraprende Amin alla ricerca di un senso che spieghi la devastazione avvenuta nella sua vita è un viaggio innanzitutto dentro se stesso. Prova sentimenti contrastanti, fatti di confusione e rabbia e disperazione; interrogativi sulla relazione che ha vissuto guardando solo alle cose belle, quelle illuminate da una luce positiva.
Non trova pace e non trova risposte
“Devo sapere chi, fra noi due, ha sbagliato nei confronti dell’altro.”
Non si accontenta delle spiegazioni di Naveed, l’amico poliziotto
“Credo che neanche i terroristi più incalliti sappiano davvero cosa capiti loro. E può capitare a chiunque. Qualcosa scatta nel subconscio, ed è fatta. Le motivazioni non hanno tutte la stessa consistenza… O ti cadono in testa, come una tegola oppure si radicano in te come un verme solitario”
Si interroga Amin, scava nella sua vita. Lui arabo, ha scelto la professionalità e si è inserito in un contesto che gli era ostile in ragione delle sue origini, riuscendo a contrastare gli stereotipi e i pregiudizi con un rispetto rigido delle regole dell’ambiente. Nessuno scivolone gli era permesso. Ha fatto sforzi titanici per diventare un cittadino a pieno diritto, in una sorta di rivalsa e compensazione dei sacrifici della sua famiglia, una dimostrazione che la sua gente è capace, è all’altezza. Un carico pesante sulle spalle che però ha portato con la convinzione che il suo scopo era quello di salvare vite umane.

Ma ben presto il suo diventa un viaggio reale e si reca in quei luoghi devastati dalla guerra. Alla ricerca di chi ha usurpato la mente della moglie, convinto che debba esserci qualcuno che si è introdotto, in maniera furtiva, tra i suoi pensieri e l’ha manovrata portandola alla distruzione.
Prima a Gerusalemme, con i suoi minareti e le sue chiese e il suo Muro del pianto, una città che sembra uscita da una “fiaba askenazita” e da un “racconto beduino”. E qui si inoltra nelle molte realtà del suo popolo, fatte di diversi gruppi, con diversi obiettivi politici.
Poi a Betlemme dove insiste per incontrare un responsabile del movimento che gli dice
“Noi non siamo islamisti né integralisti, dottor Jaafari. Siamo solo i figli di un popolo depredato e deriso che si battono con i mezzi a loro disposizione per riconquistare la propria patria e la propria dignità, niente di più, niente di meno.”
Amin si viene a trovare in mezzo a una terra di nessuno: tra israeliani e arabi. Da questi ultimi è guardato con il disprezzo verso chi gira la testa per con vedere la sofferenza della sua gente.
Uno dei capi militari che incontra gli parla della tragedia della “patria violentata”, di bambini che non vanno a scuola, di chi sceglie di morire giovane, delle città che crollano.
Amin risponde che
“La vita di un uomo vale molto di più di un sacrificio, per quanto supremo possa essere… Perché la più grande, la più giusta, la più nobile delle cause sulla terra è il diritto alla vita…”
Comprende però che non è in gioco solamente la sua frustrazione di marito ingannato ma ben altro. Lui non si è mai interessato del conflitto in corso per non doversi schierare. Ha scelto di salvare vite con la sua professione, distogliendo gli occhi dalla guerra divoratrice per non esserne trascinato. Ha girato le spalle per non sentire l’odio sanguinoso.
Ma è a Jenin, il suo paese natale, dall’altra parte del Muro, che si avvicina a una verità
“…vedere l’intollerabile con i miei occhi mi traumatizza. A Tel Aviv ero su un altro pianeta. I paraocchi mi nascondevano il fulcro del dramma che corrode il mio paese; gli onori che mi venivano tributati occultavano il vero tenore degli orrori che stanno trasformando la terra prediletta di Dio in un inestricabile immondezzaio dove i valori fondanti dell’Umanità marciscono a cielo aperto…”
“Il regno dell’assurdo ha devastato persino la gioia dei bambini. Tutto è sprofondato in un grigiore malsano. Sembra di essere in un’ala dimenticata del limbo, frequentata da anime logorate, da esseri spezzati, metà spettri metà dannati…”
È a Jenin che scopre come fosse intollerabile per la moglie abbronzarsi al sole e vivere negli agi mentre il suo popolo moriva in una guerra che lui non voleva vedere.
“Tua moglie aveva scelto da che parte stare. La felicità che le offrivi puzzava di decomposizione” gli viene detto chiaramente.
In questo viaggio della realtà si ritrova dentro quel fango e quell’odio che i suoi successi professionali avevano tenuto lontano
“Voltando le spalle a queste terre sconvolte e imbavagliate, ho creduto di rompere i ponti. Non volevo assomigliare ai miei, subire la loro miseria e nutrirmi del loro stoicismo.”
Il disprezzo, l’impotenza, l’umiliazione alimentano un odio che sfocia poi in scelte autodistruttive
“Nessuno si unisce alle nostre brigate per il proprio piacere, dottore. Tutti i ragazzi che hai visto, alcuni con le fionde, altri con bazooka, detestano la guerra più di chiunque altro. Perché ogni giorno uno di loro muore nel fiore degli anni per un proiettile nemico. Anche loro vorrebbero godere di uno status onorevole, diventare chirurghi, star della canzone, attori del cinema, correre in fuoriserie e toccare il cielo con un dito tutte le sere. Il problema è che impediscono loro di sognare, dottore. Cercano di rinchiuderli in ghetti finché vi si annullino. Per questo preferiscono morire. Quando i sogni sono conculcati, la morte diventa l’ultima salvezza… Shilem l’aveva capito, dottore. Devi rispettare la sua scelta e lasciarla riposare in pace.”
E arriva a capire che Shilem
“Se è arrivata al punto di imbottirsi di esplosivo e andare incontro alla morte con quella determinazione, significa che aveva dentro di sé una ferita così brutta e atroce che provava vergogna a confidarmela; il solo modo di liberarsene era distruggersi con quella, come un posseduto che si getti dall’alto di un precipizio per vincere la propria fragilità e il proprio demone…
Un’angheria di troppo in televisione, un sopruso per strada, un lontano insulto; basta un niente per scatenare l’irreparabile, quando l’odio cova dentro di te.”
Paragona ai lupi che non vanno oltre il prossimo pasto chi volta le spalle alla vita e al domani, rifiutando di sopravvivere; chi con sguardi vuoti, non appartiene già più al mondo dei vivi.
Il finale non sembra lasciare molte speranze, non sembra esserci fine alle stragi e alle morti. Ma il messaggio delle parole va in senso opposto ed è un messaggio di pace
“possono toglierti tutto, le proprietà, gli anni più belli, ogni tua gloria, ogni tuo merito, fino all’ultima camicia. Ti resteranno sempre i tuoi sogni per reinventare il mondo che ti hanno negato.”

Yasmina Khadra
L’attentato
Sellerio, 2016

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