Come piante tra i sassi

 

Sono incerta se dedicare il primo pensiero a Imma o alla Basilicata: le protagoniste del romanzo, legate una all’altra. Perché l’amore di Imma per Matera e la Basilicata trascina anche noi.
Che dire di Imma? Il suo nome è Immacolata Tataranni, quarantenne e ostinata sostituto procuratore alla ricerca di verità scomode. Una donna che non si lascia intimidire ma che nello stesso tempo è romantica e sognatrice, alla ricerca di quella ventata di gioventù che sta per lasciarsi alle spalle.

IMG_3290.jpgImma è una donna che non ha niente dell’eroina classica o moderna. Non è affascinante, non è bella, non è elegante. Non è la donna che vorremmo essere. Piccoletta. Tarchiata. Facilmente irosa. Una donna che non riscuote successo tra i modelli femminili patinati ai quali, ohibò! siamo abituate ad ispirarci. Ma proprio per questo mi piace tanto, tanto; normale e umana con i suoi difetti. Mi riconosco facilmente in certe sue intemperanze, in certi pensieri scandalosi, che non concedono spazio alla falsità ed al buonismo di facciata. Una donna irriverente. Ed essere donne irriverenti non aiuta a farsi amare.
Ci sono, nel libro, alcuni passaggi molto spassosi per l’ironia graffiante, se non il sarcasmo, di certe sue battute.

Come ad esempio il pensiero sul maresciallo La Macchia, maschilista ed ottuso:
“La Macchia era alle prese con un venditore ambulante, un marocchino, che aveva trovato senza il permesso, e ne stava approfittando per fargli un cazziatone da far tremare i vetri.
Eiaculazione precoce, vuoi vedere? Pensò Imma di punto in bianco. Sì sì sì.” 
Ho sorriso compiaciuta a questo passaggio ed ho pensato che è la giusta risposta a chi dice sempre che la colpa è degli ormoni o del ciclo quando una donna si arrabbia!

Oppure sull’irreparabilità dell’essere genitori:
“Un dubbio inconfessabile, pronto ad assalirla ogni volta che vedeva Diana impegnata a tessere le lodi di sua figlia e a decantarne le innumerevoli qualità: poiché a differenza di cani, gatti, tartarughe d’acqua e persino mariti, dei figli è praticamente impossibile disfarsi, tutti, appena si rendevano conto dell’irreparabilità del passo compiuto, non avevano altra strada se non convincersi che non ci fosse nella vita esperienza più grande, più bella e più encomiabile del diventare genitori. E siccome non bastava a consolarli, si accanivano a convincerne anche gli altri, perché non restassero in giro testimoni scomodi.”

Pensieri sulle ex compagne di classe, che si ritrovano a distanza di anni e si confrontano con  le donne che sono diventate:
“In linea di massima, erano migliorate. Quelle che avevano i baffi se li erano tolti. Le basse portavano i tacchi. Quelle con i capelli grassi alla fine avevano trovato lo shampo giusto. Chi era ingrassata, lo camuffava coi vestiti. Portavano quasi tutte le mèches o i colpi di sole, la fede al dito e la foto dei figli nel portafogli. Due erano divorziate, una vedova e tre non si erano sposate. Erano diventate più o meno tutte quello che uno si sarebbe immaginato, tranne qualcuna che era diventato l’opposto.”

Su certe tipologie di persone poi dice cose che condivido in pieno:
“…e come se non bastasse era uno di quelli che fanno le cose per passione. Una categoria di cui lei aveva sempre cercato di tenersi alla larga.
Brava gente, per carità, ma incontrollabile, spudorata e incontinente, che cade dalle nuvole se non condividi il suo entusiasmo, e se non stai al gioco ti guarda come se avessi appena sterminato a colpi di mitra una classe di bambini delle elementari”

“Imma diffidava degli altruisti. Di quelli finti, che sono la maggior parte, e di quelli veri, che sono ancora peggio. Rannicchiati dietro la loro bontà, quasi sempre prepotenti nell’importela, se non stai attento qualche guaio te lo combinano, prima o poi.”

“ -E’ vergognoso -, diceva lui appena possibile.
Doveva essere una di quelle persone che hanno un gran bisogno di cose che non vanno, la raccolta differenziata dei rifiuti, lo stipendio dei ministri, l’orario dei treni, basta che è, pur di poter esprimere il proprio sdegno, che poi gratta gratta si riferisce a qualcosa che non va giù, uno stipendio troppo basso, un torto subito da parte di un famigliare, roba del genere, per la quale poi si scomoda la morale, la religione, l’impegno civile, o qualche altra grande causa o sentimento con l’iniziale maiuscola…
Questo, le sembrava di capire, era uno di quelli che confondono la rabbia con la lotta armata, la rivolta del proletariato con l’invidia, la rivoluzione con l’iracondia, che tendono a dare la colpa al sistema o alla famiglia per ogni cosa che gli va storta, intransigenti con tutti tranne che con se stessi, di quelli che non sai mai se ti fanno pena o ti fanno incazzare. A un tipo così, di solito, basta fornire un nemico.” 

E poi Manolo. Eccolo qua. Sembra spuntare fuori dal passato, quello dei miei vent’anni all’università di Padova.
Personaggi così li trovavi come l’erba nei campi. Affollavano Piazza dei Signori, quella dell’orologio. Circondati da cani. Facevano gruppo, conoscevano tutti ma sembravano appartenere ad un mondo loro. Un Olimpo di fricchettoni che non si curavano di quegli aspetti di quotidianità che opprimevano noi mortali. Vivevano alla giornata e facevano “dei bei viaggi”.
Giovani, refrattari a regole, orari, impegni.
Affascinanti.
Erano parte di un’epoca, di una cultura e quei pochi rimasti sono ancora identici ai se stessi di allora. Solo invecchiati e lo sguardo che gli rivolgiamo adesso non è più affascinato ma ironico e anche un po’ derisorio.

Emanuele Pentasuglia, detto Manolo, era stato uno dei primi fricchettoni di Matera, di quelli che si erano sparati Amsterdam nel periodo caliente, e poi il Messico, dove aveva fatto abbondante consumo di pelote e altri funghi allucinogeni, che a quanto pare avevano continuato a risalirgli un po’ alla volta, in una sorta di ruminazione, dai cui fumi si sprigionava un personale Olimpo popolato di hobbit, elfi, cherubini e monacelli, in compagnia dei quali passava le giornate e le notti.

Parlava con l’accento che gli era rimasto dai tempi degli studi in lettere antiche fatti all’università di Padova e mai terminati, perché nel ’77 era venuto al campeggio antinucleare a Nova Siri e ci era rimasto.
Viveva in povertà e castità in una casetta di legno…all’entrata del campeggio Macondo, l’ultimo dei suoi sogni, che aveva messo su con quello che gli era rimasto dei considerevoli possedimenti ereditati e poi dilapidati un po’ alla volta in viaggi esotici, droghe e autentica generosità.
Si vestiva sempre e solo di bianco…

 – Diciamo che ci siamo fatti dei viaggi. Dei bei viaggi…”

C’è anche un marito, paziente e innamorato, che non è un personaggio di primo piano nella trama ma dà pienezza al personaggio di Imma:
“Lo amava di un amore senza struggimenti, venato a volte di insofferenza, …”

Non mancano le osservazioni, brevi ma così efficaci, sui figli che ti vivono accanto e in una certa fase dell’età sono come extraterrestri:
“Che combinavano quei ragazzi zitti zitti nelle loro camerette? Che messaggi si scambiavano con quei loro cellulari che avrebbero potuto metterli in contatto non si sa con chi? “

Imma è una donna che conosce la sua terra e le persone che ne fanno parte. Ha la sensibilità e la capacità di leggere le esperienze che le hanno formate. Non servono molte parole per capire la provenienza di una persona e Imma sa apprezzare quello che la sua terra fa nascere. A proposito dell’appuntato Calogiuri, giovane e bello, dal quale lei preferisce farsi accompagnare nelle sue indagini:
“Lo favoriva. Sì, lo favoriva. Non perché era bello, come pensavano le malelingue, ma perché quel suo silenzio e quella sua delicatezza sapeva da dove venivano. Dai campi di tabacco pieni di mosche dove suo padre e sua madre lavoravano per pochi spiccioli l’ora, a Cutrofiano talentino. Dal sole che picchiava all’ora della siesta. Dai gechi che si arrampicavano sui muri. Dai quattro fratelli minori e dalle due sorelle maggiori con cui era cresciuto. Dal mare dove quando era ragazzo andava a farsi il bagno senza saper nuotare. Dalla maestra che gli metteva un brutto voto perché faceva gli errori di ortografia. Dal palazzo normanno dove portavano i peperoni dell’orto, gratis, per ingraziarsi i signori. Dai ricci di mare. Dai fichi d’india. Da suo cugino che era morto in un incidente di lavoro, in Germania.”

Sulla Basilicata e sui lucani ci sono molti passaggi che descrivono il modo di essere. Tra tutti ho scelto questo del silenzio perché mi ricorda le impressioni provate in alcuni paesaggi quasi lunari che ho visto in un viaggio, lontano nel tempo, in questa terra.
Dicono che i lucani siano di poche parole, ……Forse perché la Basilicata è il paese del silenzio. Un silenzio tangibile, di una consistenza simile a quella dell’acqua. Fiumi di silenzio scorrono fra i solchi delle colline aride, nelle spaccature dell’argilla, costeggiano le rotabili, immergono i paesini sui cocuzzoli nella stessa invisibile sostanza. O, forse, come se col tempo si condensasse e diventasse materia, il silenzio è proprio ciò di cui sono fatti i calanchi di Craco, le colline che costeggiano il Basento, il tufo dei sassi di Matera, le rocce delle Dolomiti lucane. Tutta la Basilicata è fatta di questa sostanza immateriale, ed è probabilmente il motivo per cui i suoi abitanti, quando iniziano a parlare, a volte non la smettono più. Il silenzio può far impazzire.” 

Il libro ha una trama, naturalmente, e ha a che fare con le indagini del sostituto procuratore Imma Tataranni. Indagini che raccontano gli scempi di certa politica, degli affari e del malaffare, del tipo di società in cui oggi viviamo. Dei rifiuti tossici e del denaro a tutti i costi o per necessità. Il bene ed il male non sono così separati e le motivazioni che spingono le persone a certe azioni sono complicate e vengono svelate a poco a poco. In questa ricerca dei fatti risaltano le motivazioni che spingono ad agire in un certo modo e si arriva a provare empatia per alcuni, senza il giudizio e la condanna.
Il finale del libro è corale. Tutti i personaggi che abbiamo conosciuto si ritrovano uniti in una grande manifestazione per presidiare il Metaponto e non farlo diventare terra bruciata dalle scorie:
“La più grande processione laica che mai si sia vista su quelle terre”.
Le diversità non dividono nessuno quando il bene comune diventa interesse di tutti (o almeno così dovrebbe essere).
In questa pluralità, che somiglia ad una grande festa, lo zoom si sposta sul particolare delle scarpe di Imma e della soletta scollata, che le provoca una vescica al piede. Una messa a fuoco su un particolare fisico che ti porta immediatamente lì, in quel corteo.
L’entusiasmo, la partecipazione e gli ideali risvegliati e portati in piazza, tolti dalla naftalina, sono rappresentati e condensati in Manolo
“Vestito di bianco smagliante, con le spalle più dritte e l’occhio più limpido, come se si fosse scrollato di dosso un po’ di disillusione e avesse tirato fuori dall’armadio, insieme alla camicia nuova, anche qualche sogno che per tutti quegli anni se n’era rimasto sotto naftalina…
…Manolo scosse la testa, la guardò un attimo. – Io non credo nella vostra giustizia, né in questo Stato. Non l’ho voluto io. Sono un clandestino sulla nave sbagliata. Tanti auguri, dottoressa -” 

Mariolina Venezia
«Come piante tra i sassi»
I Coralli, Einaudi
2009

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Dieci anni fa ho letto il primo romanzo di Mariolina Venezia, nata a Matera nel 1961, un libro che conservo tuttora tra quelli che mi sono cari. Mille anni che sto qui, pubblicato nel 2006, racconta la Basilicata come una terra senza tempo, dove avviene il passaggio della Storia.
Poi sono incappata in Imma, filo conduttore di Come piante tra i sassi del 2009 e Maltempo del 2013. Questi due romanzi sono diversi dal primo, sono quasi gialli di costume ma anche di denuncia sociale. Imma, con il suo tacco 12, va e viene alla ricerca di qualche verità scomoda.
Una costante di questi libri è comunque l’amore per Matera e per la Basilicata.
Tutti i libri sono editi da Einaudi.

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