Art Déco (I parte)

Uno dei periodi della storia che preferisco è quello degli anni Venti del Novecento. Una fase breve ma ricca di fascino esercitato, su di me, soprattutto dalle immagini femminili caratterizzate da leggerezza e audacia, femminilità e dinamismo nello stesso tempo, ben diverse da quelle dei secoli precedenti. Un decennio denso di novità, idee, stimoli, sviluppo, dopo la Grande Guerra che aveva sconvolto il mondo e ribaltato il modo di vivere. Una parentesi che si è richiusa con la grande crisi del 29; con l’avvento del fascismo in Italia e del Nazismo in Germania.
Però, che aria nuova si respirava in quegli anni 20!
Non potevo quindi mancare alla mostra di Forlì intitolata Art Déco – Gli anni ruggenti in Italia.
Una mostra con oltre quattrocento opere tra sculture, disegni, quadri, arredamento, grafica, ceramiche, bronzi, tessuti e abiti, oreficeria; racconta come l’Italia ha vissuto questo magnifico periodo storico e artistico, diffondendo un gusto raffinato precursore del made in Italy.
L’art Déco si inserisce come un cuneo in più ampi movimenti artistici, ne è il proseguimento o la sovrapposizione. La mostra di Forlì dà confini e spazio a questo linguaggio, che ha sviluppato il primato delle arti applicate in Italia, evidenziando come non debba essere considerato una sottospecie di minor valore.
I limiti temporali collocano il Déco italiano nel decennio che segue la Grande Guerra, dal 1919 al 1930.
Ha radici nelle Secessioni austro-tedesche, che hanno caratterizzato la scena artistica internazionale dei primi anni del Novecento e sono riemerse dopo il primo conflitto mondiale declinate in diverse forme. Il Liberty e l’Art Nouveau sono quindi i precursori del Déco, che ne ha poi esasperato i motivi e ha tradotto i valori decorativi in valori commerciali, salvaguardandoli e diffondendoli. La bellezza veniva identificata con la decorazione e il principale obiettivo era quello di creare ambienti e atmosfere di lusso, con la ricerca di soluzioni eleganti e materiali preziosi.
In questa predominante ricerca di bellezza, eleganza e lusso vediamo il tentativo di dimenticare la ferocia e la brutalità della guerra da cui il mondo era appena uscito, il riscatto economico e sociale dalla banalità e durezza del quotidiano.

Se guardiamo alle fonti di ispirazione artistica troviamo, nei primi anni venti, una sovrapposizione.
Il linguaggio artistico internazionale aveva smesso di guardare al mondo naturale degli impressionisti, all’ispirazione giapponese dei Nabis, al gusto floreale dei preraffaelliti, alla linea fluida e continua.
Il Simbolismo, l’Espressionismo con i colori esplosivi, la Secessione con le linee geometriche e le forme plastiche, le Avanguardie russe hanno avuto una influenza determinante nel cambiamento dell’espressione artistica. Il Simbolismo, che in Italia aveva preso le forme del movimento futurista (qui), ha ceduto le consegne a un’arte ornamentale e decorativa schematizzata.
La ricerca di nuove ispirazioni si era rivolta al classicismo greco e all’arte tardorinascimentale e manierista;
ai bassorilievi egizi (con la scoperta della tomba di Tutankhamon nel 1922);
alle società mesoamericane e i Maya (riscoperte verso gli anni trenta);
all’Oriente e alla Cina, che hanno occupato un posto importante nell’immaginario occidentale.

La prima sessione della mostra ricerca le radici del gusto Déco nelle secessioni austrotedesche rappresentate da scultori come Ivan Meštrović, Libero Andreotti e Adolfo Wildt, solo per citarne alcuni. Per ragioni di spazio ho scelto di soffermarmi su un paio di questi scultori e su alcune loro opere, con il dispiacere di tralasciarne altri.

Ivan Meštrović (1883 – 1962) è stato uno scultore croato, ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Vienna e la sua formazione è avvenuta quindi nell’ambito della Secessione Viennese. Ha risieduto lungamente a Roma e ha avuto grande influenza sugli scultori italiani degli anni 10 e 20 del Novecento.

Vergine Vestale, un bronzo del 1917, rappresenta una ieratica sacerdotessa nella posizione di meditazione del Buddha. Sviluppata in orizzontale, con un corpo monumentale, si conclude con una testa piccola e inclinata.
Contemplazione è un capolavoro del 1924, una grandiosa figura scolpita in un blocco di marmo di Carrara. Compatta. Ieratica. Ispirata alle statue funerarie degli scribi egizi ma realizzata con forma tondeggiante morbida.

Sono figure che anticipano il monumentalismo novecentesco degli anni seguenti.IMG_1964.jpg

Adolfo Wildt (Milano 1868 – 1931), scultore milanese, è una figura centrale della svolta déco. Lo stile secessionista e Liberty è caratterizzato da complessi simbolismi e Windt, nelle sue opere, tende ad una espressione al limite dell’astrazione, con superfici pulite, luminose, che corrispondono al gusto retrò dell’antinaturalismo, nella schematizzazione, nel rigore formale e nella preziosità.

La concezione (1921) propone i valori tradizionali della famiglia negli anni 20. Il concepimento ha valenza solamente spirituale e tutte le componenti della scultura sono simboli evidenti: le mani della madre giunte in preghiera rappresentano l’utero; il volto spigoloso del padre e la bocca aperta suggeriscono un ruolo attivo maschile; il corpicino del bambino sembra un feto completamente formato.

L’anima dei padri è un bronzo del 1922. È una maschera cava, inclinata, appesa a un palo. Gli occhi e la bocca sono serrati: è l’immagine di un cristo sofferente.IMG_1965.jpg

Il passaggio dal Simbolismo alla decorazione e all’ornamento schematizzato lo troviamo nel veneziano Vittorio Zecchin qui presente con un pannello del ciclo Le Mille e una notte del 1914 (pannelli presenti nelle precedenti mostre sul Simbolismo, qui, e Giuditta, qui). L’influenza klimtiana e della Secessione Viennese si è trasformata con Zecchin negli schematismi dei mosaici bizantini. L’opera è considerata uno dei capolavori Liberty a Venezia. Nella bidimensionalità, nel ritmo, nei colori vivaci e nelle diffuse decorazioni anticipa il gusto Déco, che si è affermato nel primo dopoguerra.
Qui ritroviamo anche Galileo Chini con la Primavera (1914).

Nelle sessioni centrali della mostra sono esposte opere che illuminano sul gusto dell’epoca e sul dinamismo culturale e commerciale che l’ha caratterizzata. Una delle grandi sperimentazioni di questa fase è stata quella di coniugare le arti ‘pure’ con le arti ‘decorative’, mediante la collaborazione di artisti nella fase di progettazione della produzione industriale.

Le Esposizioni Internazionali delle Arti Decorative a Monza negli anni 1923, 1925, 1927 e 1930 sono la concretizzazione del confronto tra arti e industria, tra bello e produzione.

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Gio Ponti, Archi e corde, 1925-27 Richard-Ginori

Milano e la Brianza nei primi decenni del 900 erano diventate capofila del mercato italiano per la presenza di piccole e numerose attività artigianali e industriali che guidavano lo sviluppo. Le esposizioni di Monza sono state il tentativo di unire la progettazione e realizzazione in serie con l’arte. Qui vediamo esposte ceramiche, tessuti, disegni, sculture, illustrazioni per l’editoria e moda. Si considera questo il momento in cui la tradizione artigiana è diventata industria manifatturiera e le arti decorative sono diventate prodotto di design, da cui è nato il Made in Italy.

L’industria tessile e della moda è stato uno dei settori che ha dato migliori risultati nella ricerca di unire arte e produzione industriale. I telai meccanici e le tecniche di stampa su tessuto hanno permesso realizzazioni famose a livello internazionale. Le nuove industrie hanno coinvolto artisti nella direzione aziendale.
Come, ad esempio, Thayant, pseudonimo di Ernesto Michahelles (Firenze nel 1893 – Marina di Pietrasanta, Lucca, 1959), artista anglo-italiano. Dopo studi di pittura si è interessato ai cambiamenti che avvenivano nel campo della moda. Divenuto collaboratore e stilista della maison di Madeleine Vionnet, si è dedicato all’ideazione di modelli, tessuti, vestiti, accessori, etichette. Gli abiti, dal taglio morbido e scivolato, erano indossati da modelle in movimento, impegnate anche in attività sportive, per rappresentare l’idea della donna moderna, dinamica e indipendente. L’intenzione era quella di suggerire il legame tra l’abbigliamento e lo stile di vita. Nei disegni di Thayant si nota l’affinità con l’arte cubista e futurista, per l’impostazione geometrica dello spazio e delle figure, i contorni netti, il colore e gli accostamenti audaci. Tutto questo nello stile Déco.IMG_1971.jpg

In Architettura la linea déco ha sviluppato un’idea di moderno applicata agli edifici pubblici e di svago (cinema, ristoranti, teatri) e all’arredamento degli interni.
Giò Ponti, Piero Portalupi, Marcello Piacentini sono alcuni dei nomi che troviamo, con i loro progetti e disegni, a illustrare le idee innovative. Molte delle loro realizzazioni sono tuttora presenti nelle nostre città italiane.

Uno dei maggiori rappresentanti del Déco è Gabriele d’Annunzio: si può dire che è addirittura immerso nello stile déco.
Dal 1921 è impegnato nella realizzazione del Vittoriale degli Italiani, sulle rive del lago di Garda, e si rivolge a molti artisti del periodo per questa opera con la quale vuole occultare la banalità del quotidiano e che rimane il più famoso modello di Déco.
Vediamo in mostra la riproduzione di una stanza dannunziana dove campeggia un ritratto del Vate (di Astolfi di Maria) in mezzo a ceramiche, tessuti, cuscini, decorazioni, sculture a rappresentare la predilezione per il lusso del gusto déco.IMG_1970.jpg
Merita la Isotta Fraschini, il modello personalizzato di d’Annunzio del 1931: bella, lussuosa, monumentale. La vettura in mostra è l’ultima automobile acquistata dal Vate che aveva una passione per i motori e la velocità. La targa “R.A. 52” è stata conferita dalla Regia Aeronautica.
Secondo d’Annunzio l’automobile doveva essere considerata di genere femminile, non maschile come sosteneva invece Marinetti, e ne spiega le ragioni in una lettera del 1926 a Giovanni Agnelli “L’automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha, inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza. Ma, per contro, delle donne ha la disinvolta levità nel superare ogni scabrezza”.

L’automobile, l’aereo, il transatlantico, sono Miti degli anni 20; rappresentano la conquista della velocità. Il gusto per il viaggio richiedeva la cura particolare dell’atmosfera degli interni, con arredi e decori lussuosi: vediamo la riproduzione di una carrozza-salone di un treno di lusso.
I viaggi e i luoghi di villeggiatura sono pubblicizzati con manifesti, cartelloni, pannelli decorativi: rappresentano il sogno piccolo-borghese.

Il momento emblematico della stagione Déco è il 1925 a Parigi con l’Exposition  Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes, da cui la forma contratta Art Déco.
I francesi hanno primeggiato ma sono emersi anche artisti italiani tra i quali Giò Ponti con le ceramiche della Richard-Ginori.
Giò Ponti (Milano 1891-1979) è stato un architetto e designer milanese che ha realizzato una versione neoclassica dell’art déco, staccandosi dalla iconografia simbolista e scagliandosi contro l’orientalismo. Diventato direttore artistico della Richard-Ginori ne ha rivoluzionato la produzione vincendo il Gran Prix nel 1925 all’Exposition International des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi. Nelle sue

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Gio Ponti, La casa degli Efebi, 1924-25, Richard-Ginori

ceramiche e maioliche le figure sono antiche e contemporanee insieme, in immagini elaborate attraverso il filtro della pittura metafisica di de Chirico e i tagli netti e sincopati di Depero. Ponti si trova in una linea di confine sottile tra le arti ‘decorative’ e le arti ‘pure’; probabilmente è l’artista in cui è maggiormente evidente il confronto tra le due espressioni. Le sue ceramiche in mostra sono numerose, tra le quali il capolavoro del 1924/25 ‘La casa degli Efebi’, un grande vaso in maiolica esposto a Parigi nel 1925.

(continua con La donna Déco)

Art Déco
Gli anni ruggenti in Italia

Musei San Domenico – Forlì
11 febbraio – 18 giugno 2017

Le informazioni su artisti e opere provengono dalla mostra. Le foto sono tratte da Internet.

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