Dieci donne

“La letteratura, come la psicanalisi, affronta la complessa relazione tra il sapere e il non sapere.”

Nella psicoterapia lo sguardo si volge verso il mondo interiore, reso conoscibile tramite le parole; si può paragonare a un tempo e luogo dove il racconto della vita si dipana come un filo da una matassa aggrovigliata a svelare dolori, fatiche, tristezze e gioie.
Questo succede nel romanzo di Marcela Serrano dove, in una psicoterapia di gruppo, nove donne si trovano a parlare di sé e dei motivi per cui vivere è diventato faticoso; la decima è la psicoterapeuta, l’unica a non parlare in prima persona ma ad essere raccontata dalla sua assistente.images.jpeg
Dieci narrazioni si intrecciano e raccontano il mondo femminile, in diverse fasi e situazioni della vita. Non dico che le rappresenti tutte ma ne illumina una buona parte.
Marcela Serrano ci fa conoscere donne diverse tra loro per estrazione sociale, età, altezza, bellezza. Alla fine del libro non tieni a mente tutti i particolari di ognuna, se non quelli che colpiscono di più per una associazione con la storia e con i temi personali che ogni lettrice porta con sé.
In comune, queste donne, hanno una grande consapevolezza che le spinge a interrogarsi e a voler capire il perché delle scelte fatte nella vita; soprattutto a non volersi arrendere alla passività di esistere senza il ‘pensiero di se stesse’.
In ognuno di questi racconti ho trovato rappresentati temi complessuali che aiutano a fare un po’ di luce sui motivi per cui la depressione invade e guasta la vita delle donne. E questo vale nel Cile, dove le storie sono ambientate, come in tutti i paesi del nostro mondo.

Il dolore ha radici lontane e se non comprendiamo che una linea continua lo collega al passato tendiamo riprodurlo inconsapevolmente. È qualcosa che si tramanda di generazione in generazione finché qualcuno ha la possibilità di chiedersi se si può rompere quello schema che chiamiamo destino.
I figli rappresentano sempre un’ottima ragione per farlo.
Anche per Francisca è così e solo dopo aver conosciuto la sventatezza e l’indifferenza di sua madre e la passione per il gioco di sua nonna riusciamo a capire da dove viene la sua ‘freddezza’ e perché ha alzato un gelido muro difensivo.
“Fino a quel momento avevo sempre pensato che non avesse senso cambiare, modificare le cose se si può vivere paralizzati. Ero convinta che un cuore congelato fosse una gran virtù…
…dovevo assolutamente interrompere la linea materna, impedire che succedesse di nuovo. Cercate di comprendermi, non è un problema genetico o di DNA, ma di non trasmettere il modo in cui si è cresciuti”.

Quanto può essere dura la vecchiaia insieme alla povertà ce lo racconta Manè, alta e bella.  Ma anche vecchia. E sola.
“Essere vecchia significa essere sempre stanca. E’ svegliarsi stanca, essere stanca durante la giornata, e andare a dormire stanca.
Ogni mattina, quando mi sveglio, ricordo chi sono e devo riappacificarmi con me stessa. Mi domando perché mi sia stato regalato un altro giorno di vita. Dovrei esserne grata?”
È desolante la descrizione del degrado fisico e della mancanza di denaro che racconta Manè, perché l’angoscia della vecchiaia non riguarda solo la bellezza sfiorita ma tutto quello che un corpo non riesce più a sostenere. E la scarsità di soldi rende difficile anche curarsi o mantenersi in salute.
Perché voler allungare la vita quando è ristretta e senza prospettive? A che pro? chiede Manè.
Quello che le rimane sono i ricordi: in passato ha avuto l’occasione di diventare una grande attrice, e ha vissuto un grande amore. Poi un destino tragico le ha fatto perdere entrambi. Però la vita quando è ricca di sentimenti profondi, come la sua, aiuta a tenere a bada l’angoscia del presente.

Quando troppe responsabilità pesano sulle spalle la stanchezza è profonda, soprattutto se si è sole ad affrontarle. E Juana è stanchissima, nonostante abbia soli trentasette anni.  Divisa tra lavoro, madre invalida e una figlia con diagnosi bipolare. Da ragazza sempre allegra è diventata una donna sopraffatta dalla vita, dopo la malattia della figlia.
Racconta tante storie di donne, Juana:
la sua di ragazza madre;
quella della madre che ha lavorato un’intera vita in una fabbrica di cioccolato;
quella della figlia Susy che da studentessa impegnata si è trasformata in una giovane donna chiusa e depressa;
quella di Lourdes, immigrata peruviana, passata da un’infanzia di patimenti ad una vita di lavoro e sfruttamento:
“non so che angioletti volavano sulla sua culla quando è nata ma l’hanno perseguitata senza darle tregua, angeli di tristezza e povertà”;
anche quella di Marìa del Mar, signora cinquantenne, nata bella e ricca:
“La povertà è relativa. Io sono una poveraccia rispetto a Marìa del Mar ma sono ricchissima rispetto a Lourdes. Sono un poco di entrambe”.
La forza delle donne, troviamo in Juana.

Ci sono donne che io chiamo compiute, quelle che raggiungono una consapevolezza  tale che le rende bastevoli a se stesse. Una vita vissuta e scelte rese possibili dal fatto di essere nate dalla parte giusta del mondo le rende ricche di interiorità. Il loro percorso, libero dagli ostacoli e dalle preoccupazioni quotidiane, le conduce alla ricerca di una dimensione personale che va oltre il presente contingente.  Simona, sessantun anni:
“sono di sinistra e ho dedicato più della metà della mia vita a lottare per la parità dei diritti della donna, per il rispetto della differenza”.
Lei ci parla di femminismo:
“Che brutta parola è diventata adesso: demonizzata, utilizzata in modo improprio, abusata, inflazionata. Invece si tratta di un concetto così semplice e basilare: aspirare a una vita più umana, nella quale ogni donna abbia gli stessi spazi e gli stessi diritti di un uomo. Semplice. Ma cosa dico… si tratta di rompere uno schema millenario, cambiare le regole del potere… Un’impresa titanica….
…Quando adesso, al parco, vedo un giovane papà con un bebè in braccio, che gli dà la pappa in orario d’ufficio, sorrido, e vorrei sussurrare all’orecchio di sua moglie: dimmi, donna fortunata, lo sai perché puoi andare a una riunione mentre tuo marito bada al bambino? Lo devi a tutte le donne che hanno lottato per te, a tua madre che un 8 marzo la polizia ha picchiato per strada, a tua nonna che ha sostenuto le suffragette, alle operaie americane che si sono rifiutate di lavorare in piedi nelle fabbriche, a Simone de Beauvoir, a Doris Lessing, a Marylin French, insomma, a migliaia e migliaia di donne che sono venute prima di te”.
Simona proviene da una famiglia agiata e colta. Ha avuto la possibilità e l’intelligenza di sostituire le regole non scritte di linguaggio e di comportamento, il perbenismo ed il cattolicesimo profondo, con una militanza politica a sinistra negli anni che condussero alla morte di Salvador Allende.
Ha vissuto una vita ricca di amori, matrimonio e le figlie. Ma a cinquantasette anni ha preso la decisione di separarsi da un marito teledipendente, che davanti a tutto metteva le sue partite in TV.
Si è trasferita da Santiago ad un posto di mare. In solitudine.
L’unica condizione perché una vita come la mia possa funzionare è star bene con se stesse. Confidare in sé. Senza risorse interiori, non c’è niente da fare. Samuel Beckett ha scritto una frase che cito in silenzio quando mi vengono dei dubbi sulle mie scelte:”Non importa. Prova ancora. Sbaglia ancora. Sbaglia meglio”…
…Intendo dire che quando una donna vive assolutamente per conto suo, una vita che si è scelta quasi al cento per cento, l’ambiente circostante influisce in minima parte…
Il mio peggior peccato è l’elitarismo. L’ho ereditato solo in parte. Non parlo del razzismo o del classismo dei miei progenitori, no, certo. Il mio si manifesta in altri modi, per esempio nella mia insofferenza nei confronti della mancanza di apertura mentale, nel mio disprezzo per i colletti bianchi: non li ho mai sopportati e continuerò a considerarli piccoli, mediocri e tendenzialmente arrivisti. Ripudio tutto ciò che sta “nel mezzo”, anche lo spirito del ceto medio quando mostra il suo lato più meschino, superficiale, conservatore e privo d’immaginazione.”
“Se non avessi le mie figlie, non avrei la più pallida idea di cosa significhi l’amore.”
“Il sesso. Ciò che talvolta rimpiango è una specifica intimità di coppia, quel modo speciale di stringere una mano, di abbandonarsi sopra un corpo forte, di posare la testa su una spalla, gesti tipicamente femminili, con migliaia di anni d’apprendistato.”
Simona è alla ricerca del distacco, dalle cose e dalle persone, per trovare la massima libertà possibile.
E… i soldi aiutano a conquistare la serenità. Non la creano, ma se una persona ha cultura, sentimento e consapevolezza i soldi fanno il resto. Tolgono le preoccupazioni concrete e permettono di dedicarsi totalmente alla ricerca di se stessi. Simona è una donna fortunata, possiamo dire, anche se quel distacco che lei cerca rischia di assomigliare a una rinuncia alla vita.

Layla. Ah, Layla e il trauma!
La violenza e il trauma fanno parte della vita delle donne e quando troviamo comportamenti di dipendenza o di autolesionismo dobbiamo sempre chiederci cosa c’è dietro, senza dare giudizi. Il primo trauma di Layla è quello delle origini perché proviene da una famiglia araba trapiantata in Cile. Il bisogno di ritrovare le sue origini la porta in Palestina e qui subisce violenza. Una violenza alla quale non dà parole, che non vuole riconoscere e questo diventa un secondo trauma, nel quale sprofonda ogni volta che guarda quel figlio con gli occhi verdi e i capelli chiari.
Il degrado fisico e la volontà autodistruttiva diventano il suo destino; l’alcool è la cura per dimenticare, per seppellire quanto è successo. Si sommano i traumi come cumuli di macerie che rendono difficile trovare la vita che vi è sepolta.
“La cosa sorprendente è che quando ho iniziato a bere, io non sapevo che fosse proprio quello lì il fantasma che continuava a ronzarmi attorno……
…E’ impressionante: prima o poi la botta arriva. E non importa quanto tempo ci metta……
Per poter guarire, qualsiasi persona deve essere capace di farsi carico dei propri ricordi. E per farlo ha bisogno degli altri…”

La violenza e l’ingiustizia colpiscono senza esclusione di colpi, anche chi avrebbe tutto il sentimento del mondo per essere felice. E forse colpisce di più proprio le persone che vivono i sentimenti, hanno ideali profondi e si spendono per un mondo migliore. Gli anni del golpe in Cile devono essere stati terribili, come tutto ciò che è successo e succede nelle dittature. Rappresentano ancora uno degli incubi peggiori che ogni tanto, nei periodi più difficili, mi visitano la notte. Per Luisa  è più di un incubo, è la realtà. Non le resta che il fantasma di Carlos ed è straziante l’attesa del suo ritorno, la tenacia nel rimanere nella casa che lui conosce perché solo così potrà ritrovarla. Portato via una notte, dopo il golpe, e non più tornato. Giorni, mesi, anni, da sola, con i figli piccoli da crescere, senza sapere più niente di lui. Radicata a quella casetta, dove avevano vissuto felici. L’unico posto al quale lui può tornare. Ma non torna mai, Carlos.
Straziante! Muove le corde del cuore. Una storia pura e sporca allo stesso tempo che ti fa toccare il dolore e l’amore. E dove la giustizia è la grande assente.

Il dolore delle donne è anche quello di chi si sente diversa e non si riconosce in quelle tante donne e ragazze che la circondano. Guadalupe. Diciannove anni. Lesbica. Famiglia ricca. Il primo fidanzato, l’innamoramento per Claudia, poi per la Gatta, Rosario, Ximena, Lulù.
“Forse qualcuna di voi si chiederà come si capisce di essere omosessuali. Credo che sia un processo lungo, lento, complicato e pieno di trabocchetti…”
“Al mondo esistono molti tipi di discriminazione, ma pochi sono quelli che dobbiamo sopportare noi lesbiche. Gli omosessuali maschi hanno fatto grandi conquiste, adesso la loro realtà non ha nulla a che vedere con quella di venti o trenta anni fa.
Il mondo è più umano: una donna presidente in Cile, un uomo di colore presidente negli Stati Uniti, anche per i gay si aprono le porte del potere. Ma non per noi…”
“Se io avessi riconosciuto di essere lesbica da adulta, immagino che nessuno avrebbe obiettato. Ma quando succede durante l’adolescenza, il fattore famiglia è fatale. Intollerabile. Tutti si sentono chiamati in causa e tutti pensano di avere il diritto di esprimere la propria opinione. Tu stai cercando di definire la tua identità e già questo basta e avanza per mettere in gioco tutte le tue emozioni. Immagina cosa significhi dover combattere anche con quelli che hai attorno e che non hai certo chiamato in causa…
“Sono nata diversa, come dicevo prima. E ogni giorno devo affrontare la mia discordanza”.

Essere una donna di successo non porta necessariamente la felicità. Il modello di vita che punta tutto sul lavoro, risultati e fama può portare a un vuoto interiore da cui si cerca di fuggire. Così fa Andrea, nota giornalista televisiva, che scappa nel deserto, ai confini del mondo, un luogo isolato e magico che non sapevo potesse esistere. Per sfuggire alla sua rabbia (non si sa a cosa dovuta) se ne va in un hotel di lusso e si ritrova in mezzo a un vuoto che riflette quello interiore.

L’abuso sessuale che una bambina subisce nell’infanzia segna la sua vita per sempre. Soprattutto se viene da parte di chi dovrebbe proteggere e prestare cura. Gli effetti traumatici possono assumere diverse forme e in Ana Rosa assumono l’aspetto dell”insignificanza. ‘Inconsistente’ è il termine con il quale si descrive. Una donna banale, fisicamente quasi trasparente, di buone maniere.
Ma poi, dietro questa presentazione si scopre l’orrore causato dal nonno materno che ha abusato di lei dall’età di otto anni.
E il silenzio della madre è altrettanto atroce e raddoppia il trauma
“e mi viene in mente lo sguardo della mamma e il cemento pieno di crepe è uguale ai suoi occhi e penso che se avesse avuto altri occhi, forse i miei passi di ogni mattina verso la fermata dell’autobus sarebbero diversi. Oltre allo sguardo, aveva un corpo insignificante come il mio, era rinsecchita, come se non fosse mai sbocciata, magra e rinsecchita, un corpo chiuso su se stesso, come se le sue membra volessero ripiegarsi verso l’interno. Il nonno le diceva, topo, soltanto topi in famiglia…”
“Sul letto di morte gli rivolsi una domanda, l’unica che trovai il coraggio di fargli:
Perché mia madre non mi ha protetta?
Perché a lei ho fatto lo stesso che a te, fu la sua risposta.”
“Mi ha colpito parecchio una storia che ho letto sul giornale di una donna che ammazza il marito per difendere la figlia: nessuno ha ucciso per me, e mi fa così male che nessuno mi abbia protetta. Vorrei conoscere la donna della notizia per posarle la testa sulla spalla, e farmi abbracciare da lei.
Credo che sia più sano per me non sposarmi né avere figli, preferisco così piuttosto che seguire quella strada col rischio di rovinarmi l’esistenza e fare del male agli altri.”
Ana Rosa sceglie di rompere lo schema che passa di generazione in generazione e che produce traumi e mal di vivere. Una rinuncia totale alla vita, prima mortificando il corpo rendendosi invisibile agli occhi altrui poi sacrificando ogni possibilità di costruire legami e amare.

Alla fine conosciamo anche Natasha, la psicoterapeuta. Non compare in prima persona, rimane sempre sullo sfondo, la sua funzione è quella di legare le storie delle sue pazienti l’una all’altra, di dare loro la possibilità della voce e delle parole, alla ricerca di significati, perché in mancanza di senso non si vive. La voce che racconta di lei è quella della sua amica e assistente.
La storia della famiglia di Natasha è una storia da romanzo, avventurosa, vissuta a cavallo di continenti e in una epoca feroce, pervasa da passioni, amore e dolore, e da separazioni.  Ecco, la separazione. La separazione può essere una brutta bestia, soprattutto quando succede in età precoce, soprattutto se violenta. In Natasha ha lasciato un’ossessione: trovare una sorella, Hanna, che ha scoperto solo tardi di avere.
E se Natasha ha sempre in mente Hanna la sua amica, quella che le da voce, ha nella sua testa i libri che possono dare molto alla vita perché
“La letteratura, come la psicanalisi, affronta la complessa relazione tra il sapere e il non sapere”.

Letteratura e psicoanalisi, quindi, troviamo in questo libro e in tutte le storie che racconta. Figure, di volta in volta, calcano la scena di un palcoscenico che io immagino interiore e rappresentano diversi temi della vita delle donne. Possiamo identificarci in qualcuna di loro, provare empatia, condividere  dolori, gioire per la forza interiore e la capacità di dar voce al proprio sentire.
Un viaggio dentro la vita di queste donne, in fondo, è un viaggio dentro noi stesse.

Marcela Serrano
Dieci donne
FELTRINELLI, 2011
Pagine: 288
Genere: Narrativa 

2 thoughts on “Dieci donne

    • È la bellezza delle storie della Serrano, le sue donne rispecchiano sempre qualcosa di te. Sono storie empatiche.
      Poi la creatività di farle raccontare in una psicoterapia di gruppo attiva ancora di più l’immedesimazione 🙂

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