Il liberatore dei popoli oppressi

Surunen si presentò. Era finlandese, insegnante di lingue, e nelle vacanze estive si dedicava alla liberazione di prigionieri politici. 

images-1.jpegIn Italia Il liberatore dei popoli oppressi è uscito nell’ottobre 2015 per Iperborea, la casa editrice che ci fa conoscere le migliori opere del nord Europa. L’autore è Arto Paasilinna, nato il 20 aprile 1942 in Finlandia, scrittore famoso e amato, non solo nel suo paese, la cui vivace immaginazione dà vita a situazioni talmente surreali da lasciare il lettore a bocca aperta… prima di scoppiare in una risata liberatoria.
Questo romanzo in particolare è uscito in Finlandia nel 1986 e dobbiamo tener conto del periodo in cui è stato scritto per comprenderne appieno i temi: le dittature sudamericane negli anni settanta e la divisione del mondo in due blocchi fino alla fine degli anni ottanta. Il racconto del libro si situa in una fase storica, metà anni 80, in cui la democratizzazione si è andata sempre più affermando, dopo le atrocità che avevano insanguinato il decennio precedente, e che ha raggiunto il punto di svolta nel novembre del 1989 con la caduta del muro di Berlino.
Il valore ideale del libro di Paasilinna si comprende proprio nell’inquadratura storica e politica oltreché umana.

L’inizio del libro assomiglia a una scena cinematografica: in una sera d’inverno si intravvedono dai vetri di una finestra, chiusi nell’alone di luce di una candela, le figure di un uomo e una donna sedute a un tavolo, che si tengono le mani e si guardano negli occhi, con accanto un bicchiere di vino rosso.
Sembra un piccolo quadro intimo di due innamorati che si scambiano confidenze.
Ci avviciniamo, come in una messa a fuoco dentro la stanza, e ascoltiamo il dialogo dei due giovani scoprendo così che le loro parole hanno poco di romantico e molto di drammatico; raccontano dei rispettivi nonni che sono morti nella guerra civile finlandese schierati su fronti contrapposti.
Il nonno di Anneli Immonen, maestra di musica con splendidi capelli rossi, si era arruolato nella Guardia Bianca nel 1916 e fu ucciso violentemente da un’orda di rossi.
Il nonno di Viljo Surunen, glottologo e insegnante di lingue, era schierato invece dalla parte opposta, quella dei rossi, e venne imprigionato e torturato dai bianchi nel 1918.
Un pezzo di storia della Finlandia, un paese “capitalista all’ennesima potenza”, da quando nel 1918 “i rossi avevano tentato una rivoluzione ma i bianchi li avevano sopraffatti. Da quell’epoca la Finlandia era bianca che più bianca non si può”.
Il tema storico abbraccia così un ideale politico e sentimentale sin dalla premessa. Scopriamo che i due giovani si sono conosciuti e innamorati nella sezione di Amnesty International di Helsinki alla quale si erano iscritti, spinti dalla storia delle loro famiglie, con l’obiettivo di “unire le forze per aiutare i prigionieri politici di tutti i paesi”.
Ed è così che Viljio Surunen il cui “unico crimine era provare pietà per le persone ingiustamente incarcerate e torturate” prende la “…decisione di assumersi di persona la responsabilità della barbarie del mondo. Si era impietosito sulla sorte degli oppressi dell’umanità e aveva provato ad aiutarli.”
Il primo atto di scrivere lettere di protesta ai dittatori non ottiene, però, nessun effetto quindi il passo successivo dei due innamorati è quello di passare direttamente all’azione. È Surunen ad assumersi l’incarico di attraversare “l’Atlantico per salvare il prigioniero che si era preso a cuore, Ramón López…”, in carcere in Montery da sei anni per ragioni politiche, malato e senza cure.
Questa è la premessa al lungo viaggio di Surunen da una dittatura all’altra per liberare prigionieri vittime di ingiustizie. Gli episodi surreali si susseguono dall’inizio alla fine del romanzo e non è sufficiente parlare di ironia, con Paasilinna è molto di più, è un’iperbole che permette di superare i passaggi più drammatici con la leggerezza e il riso sempre pronto senza però sottovalutare la gravità delle situazioni.
Nel suo lungo viaggio Surunun incontra ogni tipo di personaggi e servirebbe una galleria solo per loro, talmente sono particolari.
Uno di questi è l’esperto internazionale di pinguini del partito comunista, il russo Lebkov, una figura che vale la pena di conoscere; una vignetta nel romanzo che merita un posto a sé, con la moglie Mavra Lebkova che “tracannava vodka come un lavandino senza tappo”.

MORTEREY
Se il dolore fumasse, il mondo intero sarebbe nero di fuliggine
(Antico adagio popolare)

Il primo posto da cui iniziare la carriera di liberatore è il Morterey “un paese in cui non passa giorno senza che i diritti umani vengano calpestati” oppure, come lo descrive qualcun altro con linguaggio più colorito, “quel paese è un grumo di emorroidi sanguinolente nel buco del culo del mondo”.
Si trova in America Latina, confina con El Salvador, e la situazione politica è disastrosa: “l’intero paese era al guinzaglio degli Stati Uniti, sia economicamente che militarmente. La gente non aveva alcun diritto democratico, le elezioni erano una farsa, il popolo era sfruttato, sottomesso all’arbitrio delle classi dirigenti. Il novanta per cento del reddito nazionale finiva nelle bevute dell’alta società. Solo i ricchi avevano un’istruzione, i poveri vivevano alla mercè di una polizia corrotta, e nessuno, in nessun luogo, poteva mai sentirsi sicuro. Gli arresti di massa erano molto frequenti, e spesso finivano con torture o ignobili mattanze”.
Se lo cerchiamo nella cartina geografica non lo troviamo, oppure lo possiamo identificare in qualcuno dei paesi dell’America centrale governati da sistemi dittatoriali in alleanza con gli Stati Uniti contro il pericolo comunista. Uno di quei paesi colonizzati in maniera barbara da spagnoli e portoghesi che “sono i popoli più avidi e sanguinari che abbiano mai attraversato l’Atlantico. Si sono insediati qui, hanno ammazzato milioni di indios e ridotto i sopravvissuti in schiavitù. Tutti questi nostri disgraziati paesi sono stati fondati sotto l’effetto della febbre dell’oro, è per questo che continuano a nuotare nel sangue…”
Con Surunen ci inoltriamo nella baraccopoli di Paloma dove si vive in miseria, considerata dall’élite mortereyana un covo di comunisti e scansafatiche.
Entriamo nella prigione di stato di La Trivial, a nove chilometri a nord-est da La Coruna, dove i prigionieri politici sono incarcerati e torturati per anni.
Conosciamo Ramón López, il dottor Rigoberto Fernandes, Primero, Segundo e Tercero Bueno i tre fratelli indios.
Viaggiamo in mezzo alle montagne, da Morterey verso la Coruna, con una corriera scassata che si ferma quando la vecchia gallina, invenduta al mercato, fa l’uovo.
E i nomi? C’è un paese incendiato che si chiama El Fanatismo; i soldi si chiamano malandrinos e esfrutadores.
Alla fine Surunen, in una fuga rocambolesca con il suo abito di lino bianco, quello disegnato in copertina, attraversa il confine di stato con l’Honduras e riesce a mettersi in salvo.

Ma non è finita qui, perché i prigionieri politici nel mondo sono tanti e una dittatura non è migliore dell’altra per chi è spinto da ragioni umanitarie e non ideologiche.
Sono anni in cui le dittature non sono solo quelle dell’America Latina ma in forme diverse, che Paasilinna ben ci descrive, sono presenti anche nel blocco comunista. E siccome “nessuno aveva il diritto di tenere segregate e prigioniere delle persone solo per le loro opinioni politiche, qualunque fosse la causa che difendevano. E nessuno aveva il diritto di torturarle o ucciderle, in nessuna circostanza” Surunen prosegue la sua attività nel periodo di vacanza estiva dalla scuola dove insegna.

Ed è così che ci ritroviamo in

DELATOSLAVIA
Chiunque non pensi come vuole il sistema, è un pazzo
(Massima dei paesi dell’Est)

“Era uno dei paesi dell’Europa dell’Est – ricordava di aver imparato a scuola – che confinava a nord con la Cecoslovacchia, a nord-est con l’Unione Sovietica, con l’Ungheria a est e a sud, e con l’Austria a ovest, e aveva una popolazione di sedici milioni di abitanti… Negli ultimi soprassalti della Seconda guerra mondiale, il paese era stato liberato dall’Armata Rossa, e da quel momento faceva parte del blocco dell’Est,… ma anche del patto di Varsavia”.
I confini sono descritti in maniera precisa ma se lo cerchiamo nella cartina dell’Europa non lo troviamo. Ha anche una capitale che si chiama Slavogrod.
Qui i delatoslavi e i mortereyani, che Surunen ha salvato e portato con sé, si confrontano sui diversi regimi dittatoriali e sul modo di esercitare il potere e il controllo
” – Quindi là da voi torturano spietatamente i prigionieri politici – si stupirono i delatoslavi – Da noi i dissidenti vengono trattati con molta più umanità. Non li vedrai mai appesi dai trespoli , anzi li mandano nei campi di rieducazione… Non sono così sicuro che ci sia tanto da esaltarsi per la libertà di questo paese. Se hai la scalogna di non pensarla esattamente come il governo o il partito, rischi grosso. Ma sarà sicuramente così in tutto il mondo, no? – concluse fissando tristemente il suo bicchiere di vino.
Uno dei compagni si guardò intorno per assicurarsi che nessuno li sentisse, poi disse sottovoce – Ufficialmente siamo tutti sostenitori del sistema, ovvio… Ma immagina, compagno dottore, che nonostante tutto ti venga voglia di fare una critica. Ecco, questo è rigorosamente proibito. Non se ne parla nemmeno – “
Ad ognuno, quindi, la sua dittatura. Le forme sono diverse ma il risultato è lo stesso: non si può dissentire.
Nel Morterey, o in qualsiasi repubblica del centroamerica, non si possono fare manifestazioni di piazza, se si manifesta si viene imprigionati, torturati e uccisi.
Viceversa in Delatoslavia, o in qualsiasi repubblica dell’Est europeo, guai se non si partecipa alla manifestazione che viene indetta dal governo. Tutti devono partecipare per non finire nella lista nera, o essere internato ed espulso per sempre dal partito.
Dittatura che vai…
Il sistema di rieducazione nel paese comunista prevede diverse fasi e quando nessuna ‘cura’ ha effetto non resta che la fase dell’internamento psichiatrico.
“Sopra la porta della clinica psichiatrica c’era un cartello con su scritto ‘Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate’.
Una sezione della clinica è chiamata UNITÀ SPECIALE, si tratta di un’unità segreta dove
“ – … i pazienti là dentro non sono tutti pazzi nel senso medico del termine, ma piuttosto in senso politico… Questi compagni non sono in realtà compagni. Sono dissidenti forsennati, ostinati ribelli, tutti irrecuperabili –
– Prigionieri politici? – si informò Surunen.
– Noi non usiamo termini così sgradevoli. Si oppongono per pura ottusità a un sistema giusto. Sono dei recidivi incalliti che neanche i campi di rieducazione riescono a raddrizzare – ”
La cura e il trattamento forzato, quindi, al posto del plotone di esecuzione.
Surunen riesce ad entrare nella clinica e a conoscere diversi casi disperati ai quali dedicare la sua attenzione di liberatore.
“Ma era davvero suo dovere immischiarsi nel triste destino di tutti i prigionieri politici del mondo?… La sua coscienza, però, non ammetteva una soluzione così facile. Visto che aveva liberato dei prigionieri politici di una dittatura capitalista, ora gli sembrava logico e giusto fare lo stesso in un paese socialista, una volta constatato che anche lì la gente veniva perseguitata per le sue opinioni. Non si trattava di fare o l’uno o l’altro, ma l’uno e l’altro. Il suo senso morale gli proibiva di transigere sulla questione”
“Surunen si rifiutava di considerare il problema dei prigionieri politici dal punto di vista dei governi in carica. Era solo la sua coscienza a dettargli la condotta da seguire. E lui ascoltava la sua voce e obbediva ai suoi ordini”

Riuscirà Surunen nel suo eroico tentativo di liberare i popoli oppressi e a tornare tra le braccia della sua dolce Immonen dai capelli rossi?

Arto Paasilinna
Il liberatore dei popoli oppressi
Iperborea, 2015

4 thoughts on “Il liberatore dei popoli oppressi

  1. L’adorato Paasilinna, capace di far riflettere (in questo caso sui diritti umani) senza rinunciare a una buona dose di umorismo. Il libro devo ancora leggerlo, ma nel frattempo mi sono goduta la tua bella recensione 😉

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    • Ciao Alessandra e grazie della visita. Nel libro Paasilinna si muove tra i luoghi comuni della storia e racconta così tante situazioni e personaggi che rimani agganciata sino alla fine. Da leggere, come tutti i suoi libri

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  2. Bello! L’ho letto nelle vacanze di Natale, subito dopo L’anno della lepre e appena prima di Piccoli suicidi tra amici. Devo dire che l’anno della lepre mi è piaciuto più di tutti, ma sono tutti davvero godibili. Mi piace molto il suo stile. Bellissima recensione! ciao, Pina

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    • Ciao Pina e grazie. Il primo libro di Paasilinna che ho letto è stato Piccoli suicidi tra amici e poi sono andata avanti perché sa raccontare i grandi temi umani e sociali in maniera così surreale che li capisci subito (e ti fa pure ridere!). Ma pensa che L’anno della lepre, ritenuto il migliore da te e da altri, non l’ho ancora letto. Devo provvedere 🤗

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