Jheronimus Bosch e Venezia

“La differenza fra i lavori di quest’uomo e quelli degli altri consiste, secondo me, nel fatto che gli altri cercano di dipingere gli uomini come appaiono di fuori, mentre lui ha il coraggio di dipingerli quali sono dentro, all’interno” J. de Sigüença, 1605

Ho ‘conosciuto’ Bosch un bel po’ di tempo fa quando, a vent’anni, sono entrata per la prima volta al museo del Prado a Madrid. Il Prado era una delle mete principali del mio viaggio e avevo in mente altri artisti da ammirare. Ma arrivata davanti al trittico del Giardino delle Delizie sono rimasta incantata da quel proliferare di figure minuscole, dipinte con colori vivaci; molte difficili da identificare, né animali né umane, nelle pose più strane. Sono rimasta affascinata dalla forma del trittico, con le finestre aperte su espliciti piaceri carnali e su incubi tra i più orribili da sognare e incuriosita dal pittore che aveva trattato un tema religioso, il paradiso e l’inferno, e morale, come la ricompensa e la pena, in maniera così poco ortodossa.
Il Giardino delle Delizie è stata la calamita che ha attratto il mio sguardo e la mia curiosità su questo pittore olandese del Quattrocento. Ho cercato in seguito di vedere le sue opere nei musei dove mi sono recata. Ma è la Spagna il paese che possiede il numero maggiore dei suoi dipinti, acquistati dal re Enrico II in quegli anni del cinquecento o ottenuti in altri modi. E dopo la Spagna è Venezia la città che conserva più opere di Bosch: due trittici e quattro sportelli.
Quando ho scoperto che a Venezia c’era una mostra di Bosch mi si sono proprio illuminati gli occhi (si fa per dire) e ho pensato subito a quella che l’anno scorso, in occasione dei 500 IMG_1289.jpganni dalla sua morte, gli è stata dedicata nella sua città natale e a Madrid. Ho scoperto ben presto, però, che a Palazzo Ducale si possono ammirare solo alcune sue opere, quelle custodite nelle Gallerie dell’Accademia. Ma, dopo il primo momento di delusione, mi sono rianimata al pensiero che ora è possibile vederle restaurate. Inoltre ci sono dipinti, disegni, bulini, bronzi di altri artisti e un bellissimo manoscritto miniato a illustrare la relazione del pittore con il suo tempo, oltre alla feconda influenza che la sua fervida immaginazione ha avuto su altri.

Le notizie sulla vita di Hieronymus Bosch sono poche e riassunte brevemente nelle seguenti date:IMG_4206.jpg

1450 ca. – a ’s-Hertogenbosch nasce Jheronimus van Aken, da una famiglia di pittori provenienti da Aquisgrana (da cui il nome van Aken);
1474 – per la prima volta compare in un documento d’archivio il nome di ’s-images.jpegHertogenbosch come pittore;
1481 – risulta già sposato con Aleid van der Meervenne che, provenendo da una famiglia più agiata della sua, gli permette di inserirsi nell’ambiente borghese della città (questo è dedotto dall’alto costo di tasse pagate);
1486 – Hieronimus entra a far parte della prestigiosa Confraternita di Nostra Signora, essendo diventato uno dei notabili della sua città, e per molti critici l’adesione a questa confraternita è la fonte della simbologia presente nella sua pittura;
1504 – riceve denaro per un trittico commissionato da Filippo il Bello;
1510 – per la prima volta in un documento Jheronumus ‘van Aken’ (di Aquisgrana) si firma come Jheronimus Bosch;
1516 – Jheronumus Bosch muore a ’s-Hertongenbosch.

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Jacopo Palma il giovane (?) Ritratto dei cardinali Domenico e Marino Grimani, 1578 olio su tela

Il cardinale Domenico Grimani (1461-1523), figlio di una nobile famiglia veneziana, ha nutrito interessi per gli studi classici, ebraici, filosofici teologici e artistici, come testimonia la sua importante collezione di opere. Quelle di Bosch sono tutte autografate dall’autore e risultano essere proprietà del cardinale Grimani, nel suo palazzo veneziano, già nel 1521, come risulta dalla descrizione che ne ha fatto quell’anno il critico Marcantonio Michiel. Sembra essere stato Daniel van Bomberghen, un mercante fiammingo trasferitosi a Venezia nel 1515, a far conoscere al cardinale le opere del pittore olandese.

Il recente restauro delle tavole ha permesso di avere conferma della qualità pittorica e di chiarire alcuni aspetti sulle origini. È necessario ricordare che Bosch non datava le sue opere per cui la loro cronologia è sempre stata una questione controversa. La vaghezza delle notizie non riguarda solo la datazione dei dipinti, ma anche la biografia del loro autore e la sua formazione, che probabilmente si è svolta in famiglia visto che nonno, padre, fratelli erano pittori. Le interpretazioni su di lui e sul significato delle sue fantasiose immagini sono numerose e dicono di tutto e di più.

Mi piace qui inserire uno scritto di Dino Buzzati del 1966. Si tratta di un racconto in cui lo scrittore si trova nella città natale di Bosch. Vi incontra un vecchio orologiaio, Peter van Teller si chiama, convinto che il famoso pittore sia un suo antenato da parte di madre.
Quale modo migliore di questo per raccontare le diverse teorie su Bosch?
Inserisco il punto in cui il vecchio van Teller si scaglia contro tutte le interpretazioni fatte sul pittore, anche contro quelle dei critici più autorevoli, mentre Buzzati si affida a una lettura più realistica.
Van Teller: “Parlano dell’inferno, parlano della dannazione eterna, parlano di sant’Agostino, delle eresie, della riforma di Lutero, vanno a frugare nella vita privata di Hieronymus, che nessuno di loro può conoscere, riempiono centinaia di pagine con interpretazioni gigantesche. E la psicanalisi! E l’angoscia esistenziale con quattro secoli di anticipo! e il surrealismo con quattro secoli di anticipo!… C’è stato uno, perfino, che ha registrato uno per uno i mostri – eh, eh, li chiamano mostri – e li ha classificati come fossero tanti coleotteri. e per ciascuno ha trovato il tipo di nevrosi corrispondente. E poi il manicheismo immancabile. E i refoulements sessuali… i complessi aberranti… la componente sodomitica… l’esoterismo negromantico… Quanta fatica inutile! (…). Ma se è così semplice; così limpido! se non è mai esistito un pittore più realista e chiaro di lui! Altro che fantasie, altro che incubi, altro che magia nera… La realtà nuda e cruda che gli stava davanti… Solo che lui era un genio che vedeva quello che nessuno, prima di lui e dopo di lui, è stato capace di vedere. Tutto qui il suo segreto: era uno che vedeva e ha dipinto quello che vedeva”.
Buzzati: “Capisco. Certo, in sede letteraria, non si può negare… però lei intende alludere, vero, a una realtà fantastica, a una realtà trasposta? alla realtà dei sogni, delle paure e dei rimorsi? Tornerà sempre a suo merito, di Bosch, l’aver dato una forma concreta a questi fantasmi… Però lei non mi dirà che quegli esseri orrendi, rettili antropomorfi, osceni meccanismi, utensili trasformati in membra, gnomi e insetti abominevoli, lui li vedesse veramente, che quattro secoli fa girassero per le strade dell’Olanda?”

Le opere a Venezia fanno parte del secondo periodo artistico di Bosch “quello delle grandi composizioni fantastiche, dei complessi trittici (…). L’atmosfera in cui si snodano questi episodi è quella del sogno, e come tale è privata di quella tridimensionalità fittizia propria dello spazio tellurico” (G.Dorfles, Bosch 1953). La scelta del trittico in Bosch non è legata all’altare, come era tradizione, ma alla necessità del suo complesso programma che non esauriva in un unico pannello tutto quello che intendeva trasporre e inoltre dava un carattere incontestabile di sacralità (non religiosa) al dipinto (Vandenbroeck).

Le opere di Bosch sono le prime che si vedono entrando nelle sale della mostra: i due trittici a parete e i quattro pannelli situati al centro del salone.

Tre santi eremiti

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Olio su tavola, datato tra il 1495 e il 1505, presenta san Girolamo penitente nel deserto al centro, a sinistra san Antonio e a destra san Egidio.
Questo trittico è stato acquistato dal cardinale Grimani probabilmente nel 1516-17.
I santi che trovano posto nelle opere di Bosch sono figure di eremiti come san Girolamo, san’Antonio, san Cristoforo. Perché il messaggio che intende dare non è solo religioso ma anche un’esortazione di autocontrollo di fronte alle tentazioni. La figura dell’eremita corrisponde al saggio che nella vita contemplativa allontana da sé tutte le passioni dell’umanità corrotta.
Nel pannello centrale san Girolamo è inginocchiato tra rovine pagane e prega davanti a un crocifisso poggiato su un altare raffigurato dai resti di un trono. Su questo vi sono i rilievi di Giuditta e Oloferne, simbolo della vittoria della purezza sul male. Attorno sono disseminati simboli malefici.
Sant’Egidio prega in una grotta ed è trafitto da una freccia destinata alla cerbiatta che  si trova ai suoi piedi.
Sant’Antonio è immerso in un paesaggio notturno e sopra di lui un incendio simboleggia la malattia detta ‘il fuoco di sant’Antonio’. Rappresenterebbe il suo potere di proteggere dalle fiamme. È circondato da immagini impure che lo tormentano.

“(La pala degli Eremiti a Venezia) è uno degli esempi più alti per potenza visionaria e per intime qualità pittoriche (certi brani sono degni di Antonello) del Bosch: di questo così rappresentativo maestro della sensibilità fantastica dell’anima fiamminga, che troverà poi nel Brueghel il suo massimo esaltatore” (R. Pallucchini, I capolavori dei musei veneti, 1946)

Trittico della martire crocifissaIMG_4279.jpg

Olio su tavola datato 1497 circa. Nella parte centrale la santa crocifissa viene identificata con santa Liberata (ma anche santa Giulia è stata nominata). Non c’è congruenza con i pannelli laterali che si è scoperto, attraverso radiografie scientifiche per conoscere la datazione e l’origine dell’opera, avere rappresentato in origine due persone di profilo, probabilmente i committenti che sono stati poi sostituiti con le immagini tipiche boschiane che vediamo oggi, per un cambio di destinazione.
L’incendio di una città invasa da demoni, a sinistra, è un tema che si ripropone anche in questo dipinto di Bosch.

Quattro sportelli con Visione dell’Aldilà
Paradiso terrestre
Ascesa all’Empireo
Caduta dei dannati
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Olio su tela, 1505-1515. Queste tavole sono state eseguite “alla prima”, una tecnica senza disegno preparatorio che associa l’opera di Bosch alle miniature dei manoscritti.
La prima tavola a sinistra rappresenta l’entrata in Paradiso e nella seconda è spettacolare il tunnel di luce per l’ascesa a Dio.
Mentre le anime ascendono nelle due tavole precedenti, in quelle dell’inferno precipitano. Toni cupi, fiamme e disperazione esprimono l’orrore del peccato e della pena.
Nell’ultima tavola dell’Inferno risalta la modernità della figura in primo piano, quella dell’uomo tormentato dal demone.
Questi quattro sportelli, secondo gli esperti, avrebbero dovuto accompagnare una raffigurazione centrale del Giudizio Universale, che manca.
Marcantonio Michiel li ha descritti come rappresentativi del mondo di Bosch, fatto di incendi, visioni oniriche e mostricciattoli.

Le diverse interpretazioni che si sono susseguite nei secoli non hanno chiarito quello che si chiama ‘l’enigma del Bosch’, cioè il significato del mondo figurativo dell’artista. Come dice il vecchio van Teller, nel racconto di Buzzati, i critici hanno fatto riferimento a molte teorie tra le più varie senza riuscire a sciogliere il mistero; sono passati dalle dottrine alchemiche, eretiche, esoteriche, astrologiche a quelle antropofisiche e psicologiche. Certo viene da pensare che Bosch conoscesse tutti i segreti dell’animo umano che generano ossessioni e angosce; quelli che vengono rivelati solo nelle stanze della psicoanalisi e che, al tempo del pittore, passavano dai penitenti ai confessori alimentando le fantasie morbose di una religione della colpa. Proprio perché i suoi demoni e i suoi inferni le rappresentano così bene mantengono ancora oggi quel fascino inquietante.
Ma dobbiamo riferirci al contesto culturale e storico per cercare di comprendere l’universo

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Albrecht Dürer, La strega, bulino 1500 ca.

boschiano. La fine del XV secolo è stato il momento critico della pre-Riforma e nell’Europa centro-settentrionale il pensiero dell’irrazionale prevaleva ancora. La credenza che il peccato, le passioni, i vizi dominassero il mondo era tenace, basti pensare a quella caccia alle streghe che ha prodotto un numero altissimo di vittime alla follia dell’uomo e a una religione arcaica. Abbiamo, quindi, in Bosch il rappresentante di quelle visioni oniriche, infernali, caotiche che manifestano nel mondo l’esistenza del demoniaco.
Negli stessi anni in cui l’Umanesimo italiano e il Rinascimento tendevano al superamento degli elementi trascendentali, mettendo l’uomo al centro del mondo e del suo destino, e molti artisti (Giorgione, Tiziano, Leonardo) lavoravano a un’altra visione della vita e dell’arte, Bosch ci esibiva i mostri del Medioevo.
Con Bosch “è il fondo del Medioevo che si svuota, le sue regioni sotterranee, piene di farse, di follie, di sogni impuri, di slanci verso Dio” (H. Focillon, 1938).
Nel 1550 l’Umanesimo italiano e in particolare quello veneziano sembra essere stato attratto dalle visioni oniriche che Bosch ha rappresentato meglio di tutti, come il buio attrae quando si guarda solo la luce. Il Bosch che è diventato famoso è quello dei paesaggi fantastici e delle creature misteriose, ha prevalso il grottesco in questa visione. Ancora oggi incuriosisce proprio per i suoi mostricciattoli e per le sue scene allucinanti. Molti bronzetti di animali strani, di fattura padana, oltre a stampe, disegni e dipinti hanno preso ispirazione da Bosch e sono presenti in mostra, senza mai però superare l’originale. Sembra che Venezia, in modo particolare, abbia apprezzato gli “strigossi” (termine veneziano per descrivere i mostricciattoli stregoneschi).

Jheronimus Bosch
e Venezia
Venezia, Palazzo Ducale – Appartamento del Doge
18 febbraio – 4 giugno 2017

Per le informazioni su Bosch non mi sono riferita solo alle note esplicative presenti in mostra ma anche ad alcuni testi:
Il maestro del Giudizio universale di Dino Buzzati (Classici dell’arte, Rizzoli, 1966);
Bosch a cura di Franca Varallo (Rizzoli/Skira 2004);
Bosch di G. Dorfles (Mondadori 1953).
Le foto: alcune le ho scatta personalmente, altre le ho tratte da internet per una resa d’immagine migliore.

4 thoughts on “Jheronimus Bosch e Venezia

  1. Suggestivi gli sportelli che ritraggono la Visione dell’Aldilà. Viene anche a me da pensare che Bosch si sia ispirato, per diavoli e mostriciattoli, alle credenze di stampo medioevale che in parte influenzavano ancora l’epoca. In ogni caso il mistero di questa sua pittura rimane, visto che il segreto se l’è portato nella tomba. Complimenti per il resoconto della visita, come sempre arricchito da interessanti spiegazioni.

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    • Immagino anche che l’attrazione per questo pittore sia, in buona parte, dovuta alla curiosità per le figure bizzarre che attivano le fantasie inconsce. Senza trascurare la qualità pittorica. Ma sicuramente è un pittore sui generis, tanto che in alcuni testi di storia dell’arte non viene neppure citato, come fosse un genere a sè.
      Grazie Alessandra

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