Le otto montagne

“…pensai che tutte le montagne in qualche modo si somigliano, eppure non c’era niente, lì, a ricordarmi di me o di qualcuno a cui avevo voluto bene, ed era questo a fare la differenza. Il modo in cui un luogo custodiva la tua storia. Come riuscivi a rileggerla ogni volta che ci tornavi. Poteva esisterne solo una, di montagna così, nella vita, e in confronto a quella tutte le altre non erano che cime minori, perfino se si trattava dell’Himalaya”

Ho incontrato questo libro tramite il passaparola. Un passaparola speciale che mi ha introdotto alla lettura con aspettativa e sin dalle prime pagine mi sono accorta che la 9788858424315_0_0_1585_80.jpgbellezza del libro andava oltre le mie attese e mi sono trovata coinvolta, direi immersa, in questa storia dove non è stata tanto la trama a conquistarmi quanto i luoghi raccontati. E i legami.
All’inizio ho rivolto anche un pensiero a Natalia Ginzburg per come il padre e la madre sono presentati dal figlio, l’Io narrante, attraverso il loro modo di andare in montagna, e per l’ironia sottile nelle descrizioni delle abitudini familiari. Solo all’inizio. Poi non ne ho trovato più traccia e il racconto si è fatto più malinconico, più assorto e doloroso in certi momenti.
Intenso, per l’impressione di stare nei luoghi narrati, tra i sentieri del bosco o sulla neve delle alte cime, vicino al fuoco del camino o nel pascolo a guardare scendere la sera quando “l’orizzonte in fondo al vallone si arrossava per qualche minuto appena, prima che calasse il buio”.

L’ambiente in cui tutto si svolge è quello della montagna e ogni altro luogo è come il passaggio momentaneo in una stazione di sosta.
La montagna degli alpeggi, della fatica, della solitudine; quella dei ghiacciai che splendono in lontananza, illuminati dal sole e separati dal mondo con la loro “bellezza disumana”.
La montagna che si vive in estate, non quella d’inverno con gli sciatori che arrivano come cavallette
“L’inverno, in quegli anni, diventò per me la stagione della nostalgia. Mio padre detestava gli sciatori, non voleva saperne di mischiarsi a loro: trovava qualcosa di offensivo nel gioco di scendere per la montagna senza la fatica di salirci, lungo un pendio spianato dalle ruspe e attrezzato con un cavo a motore. Li disprezzava perché arrivavano in massa e si lasciavano dietro soltanto rovine”.
Una montagna nella quale ognuno trova la propria dimensione nella ricchezza dei paesaggi, nella diversità delle altezze;
“Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. La sua era senz’altro il bosco dei 1500 metri, quello di abeti e larici, alla cui ombra crescono il mirtillo, il ginepro e il rododendro, e si nascondono i caprioli. Io ero più attratto dalla montagna che viene dopo: prateria alpina, torrenti, torbiere, erbe d’alta quota, bestie al pascolo. Ancora più in alto la vegetazione scompare, la neve copre ogni cosa fino all’inizio dell’estate e il colore prevalente è il grigio della roccia, venato dal quarzo e intarsiato dal giallo dei licheni. Lì cominciava il mondo di mio padre. Dopo tre ore di cammino i prati e i boschi lasciavano il posto alle pietraie, ai laghetti nascosti nelle conche glaciali, ai canaloni solcati dalle slavine, alle sorgenti di acqua gelida. La montagna si trasformava in un luogo più aspro, inospitale e puro: lassù lui diventava felice”.

Il luogo ha un nome: Grana, un piccolo paese con tante case disabitate, con vecchie stalle, fienili, granai vuoti e una scuola abbandonata. Nel 1984, quando Pietro vi si reca bambino con la famiglia per la prima volta, sono rimasti quattordici abitanti in tutto.
La montagna del posto si chiama Grenon:
– Qual è il Grenon?
– Questo. Per noi è la montagna di Grana.
– Tutte queste cime insieme?
– Ma sì. non diamo nomi alle cime qui. È questa zona.
Sullo sfondo il Monte Rosa, spettacolare con tutte le sue catene di cime e i ghiacciai.
“Davanti a noi si parava il massiccio del Monte Rosa (…)
Non si chiama mica Rosa perché è rosa, – diceva. – Viene da una parola antica che significa ghiaccio. La montagna di ghiaccio.
Poi mi elencava i Quattromila da est a ovest, ogni volta daccapo, perché prima di andarci era importante riconoscerli, e averli a lungo desiderati: la modesta punta Giordani, la Piramide Vincent che la sovrasta, il Balmenhorn su cui sorge il grande Cristo delle Vette, la Parrot dal profilo così dolce che quasi non si vede; poi le nobili punte Gnifetti, Zumstein, Dufour, tre sorelle acuminate; i due Lyskamm con la cresta che li unisce, la mangiatrice di uomini; infine l’onda elegante del Castore, lo scontroso Polluce, l’intaglio della Roccia Nera, i Breithorn dall’aria innocua. E per ultimo, a ovest, scolpito e solitario, il Cervino, che mio padre chiamava la Gran Becca come se fosse una sua vecchia zia. Non si voltava volentieri a sud, verso la pianura: laggiù gravava la foschia di agosto e da qualche parte sotto quella cappa grigia bruciava Milano”.

In questa montagna si svolge il percorso della memoria, dove la fatica della crescita e dei passaggi interiori si rispecchia nello sforzo di raggiungere quelle cime che si vedono lontane.
Il tempo del racconto si snoda tra l’infanzia e la prima età adulta di Pietro.
Il rapporto con suo padre, che gli trasmette il sapere e l’amore per la montagna, cambia dall’infanzia alla giovinezza. Come succede tra padri e figli, quando i nodi del cuore si ingarbugliano e diventa difficile scioglierli, in qualche punto si sfilacciano e ricostruirli richiede un tempo lungo che spesso è solo un tempo di ricordi.
È anche questo, un racconto di iniziazione alla vita di un padre che offre al figlio il proprio sapere e lo fa nel modo che conosce, attraverso l’amore per la montagna e la fatica di raggiungere un sogno
“- Guarda quel torrente, lo vedi? – disse. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?”
(…)
“Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l’alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi nel fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle , il futuro a monte. ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”.
“Avevo poche e chiare regole da seguire: uno, prendere un ritmo e tenerlo senza fermarsi; due, non parlare; tre, davanti a un bivio, scegliere sempre la strada che sale”.

Si può ben dire che questo è un romanzo al maschile perché il rapporto tra padre e figlio, nella prima parte, lascia il posto al legame di amicizia tra Pietro e Bruno che, nella seconda parte, ritroviamo giovani uomini. Eccoli tutti qui i protagonisti della storia.
L’unica donna ad avere uno spazio tra loro è la madre di Pietro. Lei
“abituata a vivere tra uomini che non si parlavano”
ha la funzione di tenere i legami e di conservare la memoria. Sa prendersi cura delle relazioni, le accudisce
“come i fiori del suo balcone. Mi chiedevo se si potesse impararlo, un talento come quello, o uno ci nascesse e basta”;
perché
“credeva davvero che il silenzio tra due persone fosse l’origine di tutti i guai”.

L’amicizia tra Pietro e Bruno prende forma nelle estati trascorse insieme da bambini, tra valli, sentieri, boschi, alberi, rocce, ruscelli, fessure e piante, tante e diverse, ognuna con un nome.
In Pietro l’amore per la montagna viene dai genitori, che vi trascorrono i mesi estivi in fuga da una Milano nella quale sembrano vivere in apnea il resto dell’anno, ma in Bruno invece è più radicato perché vi è nato e sin da bambino vi pascola le mucche.
Nell’infanzia di Bruno ci sono quindi i pascoli e in quella di Pietro i libri ma è la montagna a legarli in un rapporto che prosegue negli anni nonostante le scelte diverse.
Bruno non si allontana mai dal luogo in cui è nato e da adulto ci si accoccola come in un grembo materno, fatto però di silenzi, solitudine e durezza. Lassù, nell’alpeggio dove decide di vivere, diventa un “Omo servazdo”, un uomo selvaggio
“Mi dava l’idea di uno che a un certo punto della vita aveva rinunciato alla compagnia degli altri, si era trovato un angolo di mondo e si era rintanato lì”.
Per Pietro invece è diverso, i suoi genitori vengono dalle Dolomiti e hanno cercato nella montagna del Grenon quello che là avevano perso (e avevano perso molto). La montagna di Pietro è quindi legata alla sfida e alla ricerca paterna che lui prosegue viaggiando per vedere le montagne più belle del mondo, fino all’Himalaya.

“… come mai mi interessavo tanto all’Himalaya (…)
c’era una montagna, dov’ero cresciuto io, a cui ero molto legato, e da lì mi era nato il desiderio di vedere le più belle e lontane del mondo. (…)
E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”

“Tu sei quello che va e viene, io sono quello che resta” gli dice Bruno quando si ritrovano.

C’è, per ognuno di noi, un luogo che ci restituisce a noi stessi, che facilita il processo di connessione con il nostro passato, che ci aiuta a integrare i cambiamenti che la vita impone e le scelte che ci discostano, spesso, dalla strada che pensavamo di percorrere; un luogo nel quale ritrovare quello che siamo stati e ricongiungerlo al presente che siamo diventati.
Può essere un paese di campagna, una località di mare o la strada di una città. O una montagna, come per Pietro
“Ogni volta che tornavo lassù mi sembrava di tornare a me stesso, al luogo in cui ero io e stavo bene”.
I luoghi dell’anima sono quelli nei quali ci si sente al proprio posto, come una casa ritrovata dove rifugiarsi, come lo spazio intimo che custodisce il nucleo profondo del nostro Sè. Ci si sta bene, ma solo se siamo capaci di vivere la solitudine come una dimensione unica, che appartiene solo a noi, e non come qualcosa di negativo e doloroso che ci separa dagli altri
“Quel che dovevo proteggere, in me, era la capacità di stare solo. C’era voluto del tempo per abituarmi alla solitudine, farne un luogo in cui potevo accomodarmi e stare bene”.

Paolo Cognetti
Le otto montagne
Einaudi 2016

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