Lettera a una ragazza in Turchia

“Mia ragazza di Turchia, tu ci sei nata e ci stai adesso in quel magnifico Paese dove i miei antenati per millenni hanno vissuto, combattuto, da dove noi siamo stati cacciati per sempre (…)
Allora, ecco. Ho scelto tre storie per te: quella di Hannah l’imprenditrice, determinata a non farsi abbattere da niente al mondo, e del suo successo negli Stati Uniti, quella di Iskuhi dalle gote di pesca, la mia misteriosa bisnonna, e infine quella della bella Noemi che portava capellini con la veletta e vestiti alla moda francese, e scomparve nel mare di Trebisonda: tre donne di Turchia, tre donne armene”

3840995-9788817089999.pngUn venerdì pomeriggio di fine marzo ho anticipato l’uscita dal lavoro per andare ad ascoltare la presentazione di Antonia Arslan del suo ultimo libro Lettera a una ragazza in Turchia, pubblicato a novembre 2016 da Rizzoli.
Fino a quel giorno la mia conoscenza della scrittrice era vaga. Sapevo chi era, quali libri aveva scritto e quali contenuti trattava ma non l’ho mai avvicinata (letterariamente parlando). Non ho letto il suo primo romanzo La fattoria delle allodole quando è uscito nel 2004 e non ho visto neppure il film che ne hanno tratto i fratelli Taviani nel 2007.
Credo di capire solo in parte il motivo del mio starle lontano: in quel periodo non volevo avere immagini di uccisioni, genocidi, deportazioni e i fatti riportati dal romanzo di Arslan mi sembravano troppo dolorosi da affrontare. Non erano ancora passati dieci anni dalla fine della guerra dell’ex Jugoslavia e continuavano a uscire storie raccapriccianti su quanto era successo proprio al di là del confine di casa nostra. Troppe per pensare ad altri orrori del passato.
Ho sempre sfiorato da lontano, quindi, la Storia che Antonia Arslan riportava in vita.
Poi è capitato di trovare, in altre letture, accenni al Genocidio Armeno; soprattutto quando ho approfondito gli eventi della nascita della Turchia come repubblica moderna, non ho potuto evitare di conoscere quella triste pagina del nazionalismo che i Giovani Turchi hanno consumato sulla pelle di una minoranza. E ancora, un film del 2014 visto casualmente (se veramente esiste una casualità o se vogliamo chiamare così un lasciar accadere le cose quando decidere consapevolmente è pesante): Il padre, di Fatih Akin regista tedesco di origine turca, mi ha commosso fino alle lacrime.
Ho rotto quindi il mio personale ‘tabù’ ma mi rendo conto quanto sia difficile accettare questa parte di storia e quanto sia invece doveroso farlo.
I libri di Antonia Arslan aiutano a vedere, a scoprire pezzetti del dramma di un popolo attraverso le storie recuperate dal passato. Molte sono storie della sua famiglia, conosciute attraverso i racconti orali, e altre sono storie ricostruite in un lavoro di ricerca.
Sono andata quindi a conoscere e ascoltare questa piccola signora bionda di 78 anni, padovana di origine armena, curiosa e interessata di quello che poteva raccontare del suo ultimo libro.
Riporto un riassunto, abbastanza fedele, della sua presentazione.

“Tre storie sono raccolte sotto il titolo di ‘Una lettera a una ragazza turca’.
Il tema è quello delle donne all’interno di una tragedia come il genocidio.
Il primo genocidio del XX secolo è stato quello degli armeni nel 1915, organizzato dai Giovani Turchi. Gli uomini sono stati uccisi subito e le donne avviate alla deportazione; dalla tranquillità delle loro case sono state mandate verso un destino di morte. Hanno dovuto assumersi grosse responsabilità; private degli uomini, non solo mariti ma anche figli, perché tutti i maschi dai 12 anni in su erano stati uccisi; sole, con il peso dei vecchi, dei bambini e dei malati, verso una destinazione ignota; con l’angoscia di non sapere dove sarebbero andate e fino a quando sarebbe durata.
Erano tutte alfabetizzate perché nell’Armenia del 1915 non c’erano bambine analfabete. Non era come in Italia dove una gran parte della popolazione non sapeva scrivere o leggere. In ogni villaggio, in Armenia, c’era la chiesa e la scuola. Nei centri più grandi e nelle città c’erano le scuole superiori per preparare alle professioni. C’era stata, dalla metà dell’ 800 fino al 1915, una grande diffusione della cultura armena.
All’inizio, ne La fattoria delle allodole, ho raccontato la storia del fratello di mio nonno che venne decapitato e la sua testa cadde sul grembo della moglie, che sopravvisse alla deportazione attraverso il deserto. Giunta ad Aleppo venne salvata dal fratello del marito.
Pian piano ho allargato i temi, ho trovato documenti, ho fatto delle letture e ho scoperto il coraggio delle donne.”

Un vuoto di coscienza e di politica c’è stato negli stati che hanno chiuso gli occhi in quella deportazione in cui hanno perso la vita un milione e mezzo di armeni.

“Un ebreo di origine tedesca, Henry Morghenthau, ambasciatore degli Stati Uniti nell’impero ottomano ha svolto la prima azione umanitaria del 900. Dopo aver constatato quello che stava succedendo al popolo armeno con le deportazioni, è tornato negli Stati Uniti a raccogliere soldi per aiutare gli armeni sopravvissuti.
Sono state inviate navi di cibo fino al Libano, creati orfanotrofi e luoghi dove le donne potessero lavorare, creando tappeti.”

“Un’altra storia venuta alla luce è quella delle donne rapite.
Per quelle che sopravvissero, nelle carovane lungo le strade della deportazione, si scatenarono uomini che andarono a cercarsi una donna giovane come seconda o terza moglie. Una donna oggetto.
Decine di migliaia di bambine e giovani donne vennero rapite e spogliate della loro identità, religione, alfabeto e scrittura. Inserite in famiglie turche e fatte sposare come ‘merce pregiata’.
Di queste bambine non si sapeva nulla; per più di ottant’anni sono rimaste ignote. Finché un’avvocata di Istanbul, Fethiye Èetin ha ricevuto la confessione della nonna di 72 anni che un giorno le ha confidato «sono armena, non turca». Le ha detto anche di non aver mai saputo se la madre fosse sopravvissuta. La nipote Fethiye ha scritto allora un libro dove racconta la sua storia: “Anneannem” (Heranush mia nonna, 2007).
Se le bambine vennero inserite in famiglie turche i bambini maschi furono invece usati come piccoli servi di casa.
Da qualche anno si raccontano queste vicende.
Queste donne armene sono sopravvissute senza poter parlare la loro lingua, finché non l’hanno rivelato ai nipoti.
L’avvocata racconta una delle mille storie di questa azione silenziosa, paziente, dolorosa, di queste bambine che hanno tenuto nel loro cuore la lingua.
Sopra i 6 anni sapevano scrivere e hanno serbato lingua e memoria che invece sono andate perdute per quelle sotto i 4 anni.”

Antonia Arslan parlando di lingua e cultura e coraggio delle donne rievoca la storia scritta in un altro suo libro.

Il libro di Mush, Skira edizione, racconta due donne che salvarono un libro prezioso.
Avevano perso tutto, il villaggio era stato devastato nella valle di Nush. Arrivarono di notte nel monastero sopra la valle dove c’era un manoscritto medioevale del 1202, alto 1 metro e largo mezzo, dal peso di circa 30 chili. Per salvare il libro lo tagliarono a metà e ne portarono 15 chili ciascuna; attraversando i monti del Caucaso lo misero in salvo.
L’anno scorso, quando ho presentato questo mio romanzo in armeno, nella capitale armena Erevan, avevo il libro dietro le spalle. Ora si trova nella biblioteca del Matenadaran, il luogo della memoria armena, della città di Erevan”.

Presso alcuni cugini del New Hampshire, che non conosceva, discendenti di una delle sorelle minori del nonno, Arslan ha scoperto altre storie della famiglia che ha inserito nel suo libro Lettera a una ragazza in Turchia.
Sono tre storie in cui rievoca persone realmente esistite.

Hanna, 13 anni, si è imbarcata da sola su una nave partita dal Libano. Arrivata al Pireo, ha poi attraversato l’Europa in treno fino a Parigi. Conosceva solo l’armeno. A Parigi si è innamorata di un cappello, visto in una vetrina e ha speso una parte dei suoi pochi soldi per comprarlo. Perché non tutto è tragedia nella vita.
È arrivata in America; si è sposata; ha aperto un ristorante ed è diventata una grande imprenditrice. Ancora oggi negli scaffali americani c’è il riso nella confezione creata da lei”.

Iskuhi, la mamma di mio nonno, è morta a 19 anni di parto. Il nonno era il primo figlio, nato quando lei aveva 16 anni.
La sua storia: a Costantinopoli, quando aveva 15 anni, questa ragazzina voleva diventare infermiera e andare alla guerra di Crimea.
Invece si è sposata, a 15 anni, e a 16 è nato il primo figlio, mio nonno. Finché non è rimasta incinta del secondo lei e il suo giovane marito Khayel hanno cercato di diffondere la cultura e di rinnovarla, insegnando a tutti i bambini l’alfabeto armeno.
È un alfabeto composto di 38 lettera, molto ricco perché ogni suoni ha una lettera, è un alfabeto occidentale.
Il suo sogno era creare scuole, diffondere cultura. Quando poi è morta il marito ha portato avanti questo sogno.
Lui si è risposato e ha avuto molti figli ma ha proseguito il sogno della giovane moglie morta. È diventato avvocato e giudice del distretto ma è conosciuto soprattutto per la creazione delle scuole.

“Ho scoperto che il nonno non era l’unico medico in famiglia. Altri 4 fratellastri erano medici.
C’erano scuole e università (francese e inglese) nelle città al centro dell’Anatolia.
Un libro francese, non più ristampato, racconta le storie. È un libro che ha fatto il giro del mondo. In un recupero di testi ho ritrovato la storia del bisnonno e dei fratellastri”

Quella di Noemi è la terza storia.
Sposata con Levon, un fratello minore di Yerwant (il nonno di Antonia Arslan che viveva in Italia da quando aveva 13 anni), è morta annegata nelle acque del Mar Nero per mano di un ufficiale turco che lei aveva rifiutato, dopo che il marito e i cognati, tutti ufficiali medici, erano stati uccisi a Trebisonda nel luglio 1915.
Vittime decise da un progetto ben preciso.
Allo scoppio della Grande Guerra l’alleanza dell’impero ottomano con la Germania e l’Austria-Ungheria è stato il primo passo verso la strage armena. Poi il nuovo governo dei Giovani Turchi, che aveva abbattuto il vecchio impero ottomano, discusse da che parte schierarsi in quella guerra: Francia, Russia e Inghilterra o gli imperi centrali.
“Infine prevarrà il partito filotedesco dei ministri Enver e Talaat, i due pasha che hanno in mente, prima di tutto, la volontà di finirla con la ‘questione armena’ . (…)
È la fine di un popolo intero”.

Perché questo titolo?
Ci ho pensato andando in America, l’anno scorso.
Finita la terza storia, ho capito che volevo una cornice che non vedesse solo il destino delle armene ma quello attuale delle donne turche.
In Turchia avevano una costituzione amica, le donne potevano studiare, viaggiare. Ora è tutto in discussione. Ci sono stati gli arresti di ragazze a Istanbul, Ankara, Smirne.
Alcune di loro avevano sangue armeno; 1/4, 1/3 degli attuali turchi ha sangue armeno. Anche se non lo sanno.
Sono tempi bui, per la progressiva limitazione di libertà e la riduzione delle donne a oggetto.
Se un capo di stato orientale fa una dichiarazione questa ha un peso. Se il capo di stato turco, con la moglie velata a fianco, dice che le ragazze possono studiare e frequentare l’università ma poi è meglio che stiano a casa, questo ha un peso.
Se queste ragazze hanno protestato e il governo turco le ha fatte arrestare e le ha abbandonate ai poliziotti non è un caso, è una cosa voluta. Sono donne sfregiate”.

“Tu devi avere un coraggio nuovo, mia ragazza di Turchia. Ti vogliono rimandare indietro a tempi lontani, … (…) E invece dovrai scoprire di nuovo il coraggio sotterraneo dei deboli, l’audacia che si muove nell’ombra, e cercare nella tua storia antica le ragioni e la forza per sopravvivere”.

2 thoughts on “Lettera a una ragazza in Turchia

  1. Bellissima recensione, arricchita dalla conversazione con l’autrice; il libro della Arslan lo voglio leggere, perché la questione armena mi ha particolarmente colpita. Ne ho trovato traccia anche nel romanzo “La bastarda di Istanbul” di Elif Shafak (che tra l’altro per averne parlato è stata sottoposta a processo, per fortuna poi risoltosi positivamente). E’ incredibile il negazionismo che circonda questo genocidio e le vessazioni alla popolazione armena. grazie per averne parlato.

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    • Il libro è breve e il suo valore sta proprio nelle storie che arricchiscono la conoscenza di quanto è successo. Pagine di Storia che purtroppo sembra non insegnino molto, visti gli avvenimenti di questi nostri giorni. Grazie a te della visita

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