KEITH HARING about art

“ A me interessa fare dell’arte che venga sperimentata ed esplorata dal più ampio numero possibile di individui, con altrettante diverse idee individuali su un certo lavoro senza nessun significato definito. Lo spettatore crea la realtà, il significato, il concetto alla base del pezzo. Io sono solo un intermediario che tenta di raccogliere delle idee.”
Keith Hering, Diari, 1978

Quando vado a vedere una mostra d’arte mi preparo. Almeno un po’. Se conosco l’autore, perché nome noto nella storia dell’arte, ho già dei riferimenti; se invece lo conosco poco cerco innanzitutto qualche dato biografico, poi per quello artistico mi affido all’esposizione.
Keith Haring non è un nome presente nei manuali classici di Storia dell’Arte. Lo si trova citato in testi che raccontano l’arte postmoderna, postavanguardia, applicata o come si vuole definire l’oceano di espressioni artistiche dalla fine del secolo scorso ai nostri giorni. Ma è difficile non conoscere il suo nome e i sui omini, il cane angoloso che abbaia, i colori quasi fosforescenti, i murales. La nostra società dell’immagine ne fa un gran uso, in pubblicità o animandole in piccole scene.
Ecco, questa è la mia prima conoscenza di Keith Haring, piuttosto superficiale e distratta direi; ammirata, anche, ma senza quell’attenzione specifica che dedico a chi è considerato maestro (ma vale anche per il femminile: quando mi trovo in queste occasioni ‘maledico’ la nostra lingua che non ha un termine unico per comprendere entrambi i generi) della pittura e del disegno. Una visione ancorata alla tradizione la mia, che mi ha tenuta legata a questa prima impressione senza andare oltre.
Fino a quando non mi sono recata a vedere la mostra delle sue opere a Milano,  convinta di accrescere le mie poche e superficiali informazioni.
È accaduto di più. Ho incontrato qualcuno che mi ha affascinato talmente con le sue creazioni da non riuscire ad esaurire la marea di riflessioni e idee che sono scaturite da questa mia visita.
Il pensiero spontaneo alla vista dei primi grandi quadri (termine inadeguato quando si tratta di Haring, ma indicativo di quanto intendo) è stato: potente!
Chi, come me, guarda al simbolico come una delle manifestazioni principali del pensiero e vede negli archetipi le radici dell’umano non può non fermarsi ammirata davanti a quanto ha prodotto questo ragazzo: con una semplicità che sembra quasi infantile mette davanti agli occhi delle verità profonde, rende visibili le ambiguità in pochi segni, mostra la grandezza dei sentimenti e il pericolo delle illusioni.
Sono più di un centinaio le opere esposte ed è necessario fermarsi per comprenderne i richiami e i riferimenti. Perché Haring ha prodotto molto nella sua breve vita, ha letto molto e ha guardato ai grandi pittori del passato che ha ripreso con il suo stile personale.
È stato un artista militante, un giovane uomo impegnato a diffondere valori e idee, contro il razzismo, la guerra, la povertà, a favore dei diritti degli omosessuali; ha dato colori e forme alla controcultura giovanile politica in anni di liberismo selvaggio e di spregiudicato individualismo, come sono stati gli anni 80.
“L’arte è per tutti”, ha detto, e il suo lavoro è stato quello di modificarla per renderla fruibile alle persone; non è stato interessato all’esclusivo mercato dell’arte ma al suo compito di uomo e artista, disegnando nelle metropolitane, per le strade, dove la gente passava. E guardava.

“Penso di essere nato artista; penso di avere la responsabilità di riuscirci. Ho trascorso la mia vita fino a questo punto cercando solo di capire che cosa sia questa responsabilità. Ho imparato studiando vite di altri artisti e studiando il mondo. Adesso vivo a New York City, che a mio parere è il centro del mondo. Il mio contributo al mondo è la mia abilità nel disegnare.
Disegnerò il più possibile, per tutte le persone possibili, il più a lungo possibile. Disegnare è fondamentalmente la stessa cosa dai tempi della preistoria. Unisce l’uomo al mondo. Vive attraverso la magia.”
Keith Haring, 18 marzo 1982

La sua visione umanistica è proposta proprio dai suoi omini, figure senza volto che rappresentano l’uomo e i suoi valori etici, non un uomo specifico ma la molteplicità degli uomini; nella ripetizione e nel lasciar andare la sua linea continua dove il movimento della mano portava; senza schizzi preparatori ma come un disegno infantile guidato dalla memoria e dal messaggio da far conoscere. L’omino con le braccia alzate è l’espressione dell’uomo al centro. Gioioso, sembra, e vitale in quel movimento continuo,  che riempie gli spazi, senza i confini dei bordi delle tele classiche.
Ma tanti e diversi sono i messaggi e gli stimoli che Hering ha offerto al mondo. Drammatici anche, pur se questo non compare a un primo sguardo.
Nei suoi Diari (pubblicati nel 2011 da Mondadori) l’artista ha lasciato scritti che ci possono aiutare a capire meglio lo stile, il pensiero e gli intenti della sua arte e sono il miglior accompagnamento per le opere che ho selezionato dalla retrospettiva vista.

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Untitled, 1981 Vernice vinilica su telone vinilico

“L’immagine dell’uomo con il buco nella pancia mi fu suggerita dalla notizia dell’assassinio di Jhon Lennon. Qualcuno entrò al Mudd e disse che gli avevano sparato. Nessuno voleva crederci. La morte di Lennon ebbe l’effetto di disilludere l’intera città. La mattina dopo mi svegliai con in testa l’immagine dell’uomo con il buco nella pancia.”
(Keith Haring, Biografia)

Voleva fare un quadro grande ma i materiali costavano e lui era agli inizi e con pochi soldi. Aveva visto i teloni che coprivano i camion, di plastica gialla, e gli è venuta l’idea di comprarne uno sul quale ha dipinto con vernice spray.

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Untitled, 1984 Acrilico e inchiostro su carta

Questo omino dalle braccia allungate che passano attraverso la pancia e la testa è una metafora del bisogno di collegare il cuore e il cervello, come ha scritto l’autore nel suo diario

“La riconciliazione tra testa e stomaco. Il puro intelletto senza sentimenti è inutile e addirittura potenzialmente pericoloso (per esempio, il computer nelle mani di coloro che vogliono esercitare il controllo). […] il problema che deve affrontare l’uomo moderno oggi (la riconciliazione tra intelletto e sentimenti / cervello e cuore / razionale e irrazionale / mente e spirito ecc.) è causato dal crescente potere della tecnologia e dal cattivo uso che ne fanno quelli al potere, desiderosi solo di esercitare il controllo.”

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Untitled, 1984 Smalto su legno intagliato

“Quel che mi è sempre piaciuto nei bambini è la loro immaginazione: una combinazione di onestà e libertà che permette loro di esprimere qualsiasi cosa gli passi per la mente. E poi mi è sempre piaciuto il loro senso dell’umorismo. […] Sono sempre stato in grado di far sorridere qualsiasi bambino, probabilmente grazie alla mia faccia buffa, al fatto che sembrassi anch’io un bambino e mi comportassi come loro.”
(K. Haring, Biografia)

Nella tavola sagomata riproduce il suo famoso “Crawling Baby”. Nel suo corpo sono incise le immagini della maternità: figure di donne incinte, che cullano un bambino, che lo accompagnano, che se ne prendono cura. Il simbolo della vita.

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Keith Haring è stato un potente interprete di simboli e li ha tradotti con il suo personale e ricco alfabeto di segni. Attraverso i suoi disegni parla di temi con i quali l’uomo moderno deve confrontarsi. Temi universali che accompagnano l’umanità dalla notte dei tempi, dalle pitture primitive sulla roccia. Ma anche temi attuali.
I miti, gli archetipi sono narrazioni che l’uomo usa sin dall’antichità per rispondere a domande sull’esistenza. Keith li ha usati con una semplicità invidiabile, ha saputo esprimerli con simboli alla portata di tutti, di chi vuol capire e di chi vuole dimenticare. Guardando le sue opere ci si può fermare alla superficie o andare oltre e questo andare oltre porta a spaziare in un universo di significati.

“C’è molto da imparare dall’antichità e dall’utilizzo che fa dei simboli. Probabilmente è per questo che sono così propenso a utilizzare immagini calligrafiche, strutture primarie che sono comuni a tutti i popoli di tutti i tempi.”

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Untitled, 1985 Acrilico su tela

Il mondo dentro un grande cuore rosso è tenuto da due grandi mani. Tutto è radiante e alla base ci sono uomini danzanti.
Due interpretazioni per questa opera:
una vi vede un’aura d’amore e il valore del prendersi cura;
l’altra vede un’immagine ambigua in cui la questione che si pone è: è l’amore che porta avanti il mondo o è un feticcio che mani anonime applaudono in basso?

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Untitled, 1985 Acrilico su tela

La rivisitazione della Medusa, in questo grande quadro, dove i capelli sono tentacoli a cui sono attaccati dei televisori, rappresentati con la croce quale segno di morte, indica un’umanità pietrificata.

“Il ruolo del creatore di immagini non può essere visto nello stesso modo in cui era cento anni fa o anche solo dieci anni fa. Il ritmo del cambiamento sta accelerando a velocità sempre crescente così che l’artista deve adattarsi. Gli artisti contemporanei non possono ignorare l’esistenza dei media e della tecnologia e al tempo stesso non possono abbandonare la cultura rituale e popolare.”

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Saint Sebastian, 1984 Acrilico su mussola

È sorprendente la capacità intuitiva che possiede un artista e ne vediamo un esempio in questo San Sebastiano, prima icona gay e protettore contro la peste. Hading denuncia la peste moderna, che è l’AIDS. Ma, invece che coltelli, disegna aerei a trafiggere il corpo: il valore premonitorio dell’arte!

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Untitled, 1985 (L’albero della vita) Acrilico su tela

È stato dipinto in occasione della morte di un’amica per incidente stradale. Un dipinto dinamico, che sprizza vita e gioventù. Anche per i colori.
Ma il lato in ombra esiste, anche se si tende a mascherarlo. In Harding a volte è sotteso e a volte esplicito.

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Anche Hading, come altri artisti, si è confrontato con i pittori del passato e ha riletto la storia dell’arte, traducendola e rielaborandola. Le affinità con Roy Lichtenstein sono evidenti ma anche le differenze perché in quest’ultimo la fonte di ispirazione è palese e invece in Hading rimane occulta ed è necessario scoprirla.
Ci sono Mondrian, Paul Klee, Matisse e Magritte, oltre a Warhol naturalmente e Pierre Alechinscky tra le sue conoscenze, approfondite nelle visite ai musei, alle retrospettive e nella lettura delle loro biografie.

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Untitled, 1984 Acrilico su mussola

Picasso è stato uno dei grandi maestri con i quali Haring ha artisticamente dialogato e in questo quadro si è ispirato a L’acrobata del 1930.

“Penso che lo stile sia come la personalità: oltre una certa misura, non puoi modificarlo. C’è stata qualche eccezione, come Picasso, il quale a causa del periodo in cui ha vissuto è passato attraverso diversi stili: è stato così anche in conseguenza di ciò che è accaduto nell’arte a quel tempo. Ma è stato un caso. In quasi tutte le retrospettive che ho visto, ho visto sempre la stessa linea, la stessa personalità riproporsi nell’intero corpo della sua opera.”
Keith Haring, in Notes from the Pop Underground, Berkeley, 1985

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Untitled, 1986 Acrilico e smalto su tela

Ha dipinto grandi quadri guardando a Bosch e ha costruito il suo bestiario personale trasformando figure medioevali in stile pop.

“Sono corso a vedere Il Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch: Ho un libro con le riproduzioni dei particolari e dell’intero dipinto, e periodicamente lo guardo, ma è incredibile come sia intenso se lo vedi in originale.”
Troviamo nel suo grande quadro le rielaborazioni di figure del famoso dipinto di Bosch
“La realtà dei quadri di Bosch è un’iperrealtà immaginata o altamente stilizzata. La ragione ha qualcosa a che fare con la quantità di tempo incapsulato in questa immagine fissa. Ogni faccia è costituita da molte facce. Le distorsioni (anatomiche e concettuali) del corpo e l’uso della luce fanno sì che queste figure possiedano una realtà propria, che l’immagine fotografica non potrà mai ottenere.”

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E Léger

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Untitled, 1986 Acrilico e olio su tela

“Anche se posso aver preso a prestito (o rubato, se si vuole) la sua tecnica del colore con linee nere sovrapposte, l’ho resa mia usandola in modo personale. Io non elaboro, come Léger, la relazione linea/matita per lavorarla e rilavorarla fino a che non mi soddisfa […] dipingo spontaneamente le sagome colorate e poi applico direttamente le linee nere, anche queste spontaneamente, in relazione alle forme del colore (e spesso ispirato da esse).”
K. Haring, 7 ottobre 1987

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Everybody Knows Where Meat Comes From, It Comes from the Store, 1978 Acrilico su carta

Jean Dubuffet è stato un riferimento fondamentale per Haring, per materiali, segni, linee e pochi colori. Lo ritroviamo ne Il grande nastro del 1978 dove la superficie è tutta riempita e non viene lasciato nessun vuoto.

Anche Jackson Pollock ritroviamo qui (come in molte altre opere) con la sgocciolatura del rosso e del nero a rendere ancora più inintelligibile il tutto.

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E poi ci sono state l’arte azteca, colombiana, africana. I riferimenti di Hasting sono numerosi e la sua produzione ne contiene tanti.

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Guardando le sue opere, leggendo i suoi pensieri e la sua biografia immagino Keith Haring come uno dei suoi omini sempre in movimento, di corsa, che fa cose.
Ha attraversato velocemente e pieno di dinamismo pochi decenni di fine novecento e si è fermato a poco più di trent’anni, senza riuscire a concludere il secolo.

Nato il 4 maggio 1958 a Reading, Pennsylvania. Primogenito di una famiglia protestante della media borghesia.
Leggendo le note biografiche sembra che la passione del disegno sia stata coltivata sin da piccolo in compagnia del padre, che lavorava alla Western Eletric ma amava anche disegnare fumetti nel tempo libero, oltre a essere un radioamatore.
“I primi disegni che ricordo di aver fatto sono quelli che feci con mio padre, avrò avuto quattro anni. […].
Mio padre mi disegnava dei personaggi tipo cartoon, molto simili ai primi che io stesso iniziai a disegnare: una linea e un abbozzo di cartoon.”
Disegno e codici, quindi, sono di derivazione paterna. Nelle foto di famiglia il padre sembra avere un sorriso aperto ed un’espressione sorpresa mentre è evidente la somiglianza fisica di Keith con la madre.
Ha lasciato la scuola di grafica pubblicitaria a Pittsburgh dopo soli due semestri e la sua ispirazione artistica è stata alimentata dalla visita della retrospettiva di Pierre Alechinsky con il quale ha trovato assonanze profonde per le “piccole forme autogenerantisi”.
“[…] nel 1977 ci fu un’enorme retrospettiva dedicata a Pierre Alechinsky.
[…] Non credevo ai miei occhi! Era così simile a quel che anch’io stavo facendo! […] Be’, improvvisamente ebbi un’iniezione di fiducia. C’era questo tizio che faceva le mie stesse cose, su scala molto più ampia ma con il mio stesso linguaggio. E c’erano strutture che si rifacevano ai cartoon in maniera completamente libera ed espressiva.”
Poi, Christo è stato un altro ispiratore per il concetto di “arte pubblica e l’intervento di un artista tra il pubblico e in eventi reali”.
A New York, dove si è recato in contrasto con il padre per un’adolescenza in cui ha fatto uso di droghe, Harding ha proseguito la sua attività di ricerca e sperimentazione artistica come una ricerca di vita. Sembra non essersi fermato mai.
Ha sperimentato diversi temi e diverse forme nella sua arte tra le quali anche Paintbox, un software con il quale si possono creare immagini al computer.
Nel 1978 si è iscritto alla School of Visual Arts ma l’ha lasciata senza frequentare l’ultimo anno, perché in continua attività lavorativa e artistica. Attratto dai writers ha cominciato ad usare alfabeto e parole nelle sue opere. Ha svolto anche altri lavori.
Due club di New York, il Mudd Club e il Club 57, sono stati luoghi frequentati intensamente e dove ha conosciuto altri artisti, tra cui Basquiat.
Tra le sue attività principali, nell’estate del 1980, ci sono stati i graffiti nelle strade, sui treni della metropolitana, in ogni luogo visibile agli occhi della gente. E questo lo ha reso famoso e ha iniziato a esporre in mostre personali e collettive.
“Sto facendo delle cose nel mondo che non se ne andranno quando me ne sarò andato io”, ha scritto nel suo diario il 4 maggio 1982.
Ha continuato a disegnare nella metropolitana, davanti alle persone, nonostante le multe e gli arresti. Ha raccontato di quando è stato portato al distretto di polizia
“… E il piedipiatti comincia a spiegare, dice: «Disegnava, l’ho beccato che disegnava nella metropolitana». E gli altri sbirri fanno: «Sei tu il tizio che fa quella roba?» […] e tutti conoscono i disegni si avvicinano per conoscermi. E mi levano le manette per stringermi la mano e farsi fare l’autografo.”
Diventava sempre più noto Keith, negli anni ottanta, partecipando a numerose mostre collettive in America e in tutto il mondo. Ma continuava a disegnare murales, a partecipare anche a workshop con bambini delle scuole, ripetendo le attività di disegno che faceva con il padre (un cosa simile alla tecnica dello scarabocchio di Winnicott, un disegno a più mani, spontaneo).
Non ha scritto con continuità nel suo diario. Ci sono state battute d’arresto, probabilmente per la fretta di vivere e l’intensità dei numerosi impegni e attività nelle quali era coinvolto.
Sempre di più i suoi disegni venivano proposti su magliette e badge e nel 1985 decise di aprire un negozio con le sue cose, a prezzi accessibili a tutti, e di farne anche un centro informativo della sua attività.
Il 1985 e 1986 sono stati gli anni dell’AIDS e del crack e anche Hering si è mobilitato per campagne contro la droga con i suoi murales. Multato da una parte e conteso dai media dall’altra. E sempre più famoso e richiesto in tutto il mondo, dall’Europa al Giappone.
Nel 1987 è morto Andy Warhol
“La vita e il lavoro di Andy hanno reso possibile il mio lavoro…
È stato il primo vero artista pubblico in senso globale, e la sua arte e la sua vita hanno cambiato il concetto di “arte e vita” nel XX secolo. È stato il primo vero ‘artista moderno’.
Ho imparato un mucchio di cose da Andy nei cinque anni della nostra amicizia. mi ha preparato per il ‘successo’ cui stavo andando incontro quando lo conobbi e mi ha insegnato la ‘responsabilità’ che deriva da quel successo.”

Il 1988 è stato l’anno della scoperta della malattia. Difficoltà respiratorie e macchie sulla pelle lo convinsero a fare il test da cui la diagnosi di sarcoma di Kaposi, AIDS.

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Walking in the Rain, 1989 Acrilico e smalto su tela

Questo disegno rappresenta l’Arpia (rapitrice), colei che porta via le persone. Un’immagine espressionista a segnare un momento autobiografico, quello della diagnosi di AIDS. Le gocce nere sono lacrime e pioggia e sangue in quella che è la rapina della vita. Il colore freddo e i contorni neri riflettono lo stato d’animo di dolore, amarezza e devastazione.

Nell’estate dello stesso anno, a ventotto anni, è morto l’amico Jean-Michel Basquiat per overdose di eroina. E l’anno dopo, nel 1989, è morto di AIDS il primo compagno di Haring, Juan Dubose.

Nonostante la malattia, o forse proprio per essa, Keith ha intensificato le sue attività artistiche in giro per il mondo.

“Sembra che gli artisti non siano mai pronti a morire. Le loro vite vengono spezzate prima che siano portate a termine le loro idee. (7 novembre, 1978)

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Unfinisched Painting, 1988 Acrilico su tela

Unfinisched Painting è uno degli ultimi cinque dipinti, realizzato dopo un viaggio in Marocco. L’ispirazione viene dagli arabeschi riproposti da Haring con i suoi simboli e segni. È anche una delle poche opere ad avere un titolo, volutamente significativo: un’opera e una vita rimaste sospese, incompiute. Il valore simbolico di questa tela è evidente, una narrazione incompleta, a rappresentare la vita che sgocciola via e lascia uno spazio bianco come mai era stato prima, nelle altre sue opere. Un non-finito che resta nel tempo, immortalato dal suo autore. Particolarmente commovente la capacità di rendere il senso della finitezza della vita con tale forza e creatività.

Keith Haring è morto di AIDS il 16 febbraio 1990.

“L’esperienza umana è fondamentalmente irrazionale. Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità: deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura.”

KEITH HARING
about art
Palazzo Reale, Milano
21 febbraio – 18 giugno 2017

6 thoughts on “KEITH HARING about art

    • Avevo letto la tua interessante recensione ed è stata un motivo in più per andare a vedere la mostra. Già mi avevano espresso il loro entusiasmo le mie figlie, poi leggendoti mi sono ulteriormente convinta.
      Mi ha commosso. Per l’immediatezza e l’impatto della sua arte ma anche perché, quella di Haring, è la mia generazione e conosco bene il dramma di tante vite falciate da droga e AIDS. Arte e vita, quindi. E ricordi.

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  1. Ho visto la mostra con la mia famiglia. Mia figlia quattordicenne, entusiasta, ha notato un particolare che non ho visto raccolto in nessuna recensione finora letta sull’opera di Haring. Nel quadro ispirato all’Acrobata di Picasso, Haring si confronta con l’autorevole modello ma gli sta dicendo chiaramente “Kiss my ass”, seppur con un sorriso! Per mia figlia è stato evidente a prima vista e si è stupita che nel commento dell’audioguida questo particolare non venisse sottolineato, e voleva gridarlo a tutti! Forse bisogna essere più in sintonia con il linguaggio giovanile per avvicinarsi ad un artista come Haring!

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    • Ciao Carla credo ci possano essere diverse interpretazioni su questa opera. Io ne vedo un’altra che mi sembra esplicita, tanto quanto quella che tua figlia ha rilevato, ma non molto dicibile (legata ad una esplicita sessualità). In merito a Kiss my ass ho qualche perplessità perché Haring mi sembrava interessato alle opere dei grandi artisti del passato e non così irriverente come la frase suggerisce.
      Non so bene cosa intendi riguardo alla sintonia con il linguaggio giovanile; Haring è della mia generazione e quando ha dipinto queste opere avevo esattamente la sua età. Una generazione lontana da quella dei quattordicenni d’oggi. Grazie del passaggio

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