MANET e la Parigi moderna

Dovete dimenticare le idee di perfezione e di assoluto, non credere che una cosa sia bella perché è perfetta, secondo certe convenzioni fisiche e metafisiche. Una cosa è bella perché è viva, perché è umana. E gusterete allora con enorme delizia questa pittura di Manet, giunta nel momento in cui aveva la sua parola da dire, e l’ha detta con penetrante originalità. (…) Non poteva sbocciare se non a Parigi, possiede l’esile grazia delle nostre donne pallide per il gas, è proprio la figlia dell’artista ostinato che amava la vita di società e si spossava per conquistarla. (É. Zola, 1884)

A noi, che oggi guardiamo l’arte con occhi abituati alle sue diverse manifestazioni, le tele di Édouard Manet non scandalizzano e sembrano in continuità con tutta la storia della pittura.
Ma, se torniamo alla sua epoca e ci sforziamo di considerare la visione che allora predominava in campo culturale e artistico, ci rendiamo conto della rottura che hanno rappresentato con l’idea del bello classico e di come abbiano aperto la strada all’estetica moderna.
Ogni società produce i suoi artisti che, attraverso la loro personalità, interpretano la vita e la realtà, la traducono in modo soggettivo: questo è l’interesse umano delle opere d’arte.
Manet è stato un artista che ha condotto, al passo con i suoi tempi, a quel cambiamento profondo nel linguaggio della pittura aprendo la strada all’arte moderna. Nella mostra “Manet e la Parigi moderna” possiamo ripercorrere l’evoluzione artistica del pittore che ha fatto da ponte tra una concezione dell’arte legata a schemi classici ad una più libera dai dogmi insegnati.
Se ognuno è figlio del suo tempo e se l’artista ne è l’interprete, è necessario conoscere quel tempo per poter comprendere meglio l’opera di Manet.

L’epoca in cui ci riporta questa mostra, in cui è vissuto e ha operato Manet (1832-1883), è quella della seconda metà dell’800.
Anni in cui Parigi ha cambiato volto: Napoleone III coadiuvato dal barone Haussmann, nominato prefetto della Senna, ha progettato il nuovo assetto urbanistico della città. Tra il 1852 e il 1870 sono stati costruiti grandiosi boulevard, strade ampie, sono state stabilite per legge maggiori distanze tra le case; le piazze, i viali sono diventati luoghi di grandi spazi; sono sorti parchi, giardini e monumenti, palazzi grandiosi, teatri e sono iniziati i lavori per la nuova Opéra.
L’intento era di rendere Parigi la ‘capitale delle capitali’ e la modernità si imponeva sempre più.
Ma continuava a esistere anche una Parigi nell’ombra, dove venivano allontanati i mendicanti, gli ambulanti e gli straccivendoli. C’erano quartieri periferici, non toccati dalla nuova grandezza della città. Montmartre era uno di questi e nel 1869 aveva ancora un’atmosfera campestre e case a basso prezzo. Anche modelle a basso prezzo.
Un’altra caratteristica della città, accanto ai teatri eleganti, erano i caffè-concerto, con spettacoli circensi e di vario tipo. Ambienti meno formali e frequentati da una clientela disparata, dove si trovava il borghese accanto all’operaio. Numerosissimi: nel 1879 a Parigi sono stati censiti 1326 caffè-concerto.

Il periodo storico era quello della fine del Secondo Impero e della nascita della Terza Repubblica, dopo la sconfitta di Sedan nella guerra franco-prussiana.
La sconfitta francese aggravò le condizioni sociali ed economiche della popolazione. Un grande dislivello tra ricchezza e povertà caratterizzava l’epoca che, accanto ad un intenso sviluppo urbanistico, culturale e artistico, aveva profonde sacche di povertà: il volto nascosto di Parigi. L’ombra della storia si è allungata, nel 1871, con la lotta sanguinosa della Comune di Parigi.

In questa Parigi è vissuto e ha dipinto Manet.
Un uomo in bilico tra due mondi: quello dell’alta borghesia, dove era nato, e quello del lato povero della città, che ha osservato; quello dell’arte accademica, nella quale si era formato e della quale voleva far parte, e quello del nuovo linguaggio dell’arte, che ha introdotto e per cui è stato deriso e rifiutato.
Figlio all’alta borghesia e innovatore nello stesso tempo, ha continuato a voler essere accettato nei Salons accademici e borghesi, che invece lo escludevano ritenendo le sue opere provocatorie e indegne. Ma non ha voluto esporre con gli impressionisti che, come lui, erano rifiutati dai Salons. Non si è mai ritenuto impressionista anche se molti di questi artisti lo hanno considerato un maestro, un precursore.
Disprezzato dal grande pubblico e dalla critica, che lo riteneva un primitivo imbrattatele, è stato difeso da pochi poeti: Baudelaire, Zola e Mallarmé.

L’arte, ai tempi di Manet, era immersa in un clima di conformismo e dominata dai Salons, grandi esposizioni parigine, in cui era vitale essere presenti per la propria sopravvivenza artistica. L’ammissione al Salon era decisa dai membri dell’Accademia delle Belle Arti che rifiutavano le opere non in linea con la tradizione. L’idea dominante di pittura era quella che rappresentava la storia, le scene mitologiche, le nature morte e qualche paesaggio. Le scuole prevalenti erano quella classica, degli eredi di Ingres, e quella romantica, di Delacroix. I dissidenti, come il realista Courbet, Millet con la sua pittura contadina e i paesaggisti di Barbizon venivano esclusi.
E, tra loro, Manet anche se i suoi riferimenti erano classici: guardava ai maestri italiani del Quattrocento e si ispirava ad una tendenza umanistica nelle sue opere. Ma i personaggi da lui rappresentati erano troppo quotidiani; non abbelliva o mitizzava quello che vedeva ma lo rendeva tale e quale, in modo troppo crudo e veritiero. Le sue Veneri non erano rappresentate con la Bellezza assoluta, riferita allo stile classico, ma erano le donne normali, senza splendore nelle loro carni e nei loro visi. Insomma rappresentava un presente che non aveva niente di storico e mitologico.
Riteneva il Salon il vero campo di battaglia dove misurarsi, legato quindi alla tradizione pur distaccandosene. Non ha mai aderito alle iniziative dei colleghi impressionisti Monet, Renoir, Degas, Pissarro, Sisley, Berthe Morisot. I rapporti sono sempre rimasti cordiali e Manet non ha mai negato loro il suo aiuto, ma ha sempre puntato al Salon.
Non aveva problemi economici e, consapevole del suo ruolo di innovatore, ha proseguito con la sua pittura aderente al vero e sintetica nelle zone di luce e ombra.
Prima di morire ha ottenuto quei riconoscimenti cercati da vent’anni. È morto dopo dieci giorni dall’amputazione della gamba sinistra, il 30 aprile 1883.

Émile Zola ha scritto, in quegli anni, un piccolo saggio intitolato Manet. Si tratta di  una serie di articoli in cui il giornalista si schierava a favore dell’artista, contro i suoi denigratori.
Il primo di questi scritti è del 1866, poi continuato nel 1867 quando, al rifiuto da parte degli accademici del Salons di esporre le sue opere, Manet ha allestito una sua mostra personale.
Nel 1884, un anno dopo la morte del pittore, gli venne dedicata una retrospettiva e Zola ha scritto la prefazione al catalogo della mostra.
Riporto quindi la breve biografia che Zola ha scritto, in quell’occasione.

“Ho conosciuto Manet nel 1866. Aveva allora trentatré anni (…) Era già in piena lotta (…) È, di sicuro, il periodo in cui il pittore ha accumulato le tele con maggior convinzione e forza. Lo rivedo raggiante di fiducia, canzonare i canzonatori, sempre al lavoro, deciso a conquistare Parigi. Aveva avuto una giovinezza tormentata , disaccordi col padre, un magistrato a cui la pittura dava inquietudine, poi il colpo di testa di un viaggio in America, e anni perduti a Parigi, l’apprendistato nell’atelier di Couture, una lenta faticosa ricerca della propria personalità. Sembrava che avesse cominciato a vedere chiaramente solo dopo aver rotto ogni disciplina. Da quel momento, si era posto decisamente di fronte alla natura, non aveva più avuto altro maestro. Insomma, un parigino che adorava la vita di società, di un’eleganza fine e arguta, che rideva molto quando i cronisti lo rappresentavano come un imbrattatele scalcagnato. (…)
Questo pittore ribelle, che adorava la vita di società, aveva sempre sognato il successo che sboccia a Parigi, con i complimenti delle signore, l’accoglienza lusinghiera dei salotti, l’intensa vita lussuosa in mezzo all’ammirazione della gente. (…)
(…) L’artista mi ha confessato che adorava la mondanità e che trovava voluttà segrete nelle delicatezze profumate luminose delle soirée (…) in lui c’è anche, nel profondo, un innato bisogno di distinzione e di eleganza che saprò ben ritrovare nelle sue opere. (…)
Ma il suo temperamento era là, a vietargli i cedimenti, a spingerlo comunque sulla strada che aveva aperto. (…)
Era stato preso dalla malattia, conservava il suo coraggio, andava a trascorrere le estati in campagna, da dove riportava schizzi, fiori, giardini, figure sdraiate sull’erba. Quando gli divenne impossibile camminare, si piazzò ancora davanti al cavalletto, e dipinse così fino all’ultimo giorno. Era arrivato il successo, aveva avuto riconoscimenti, tutti gli davano il posto che meritava nell’arte della nostra epoca.”

IMG_1684.jpg“Édouard Manet è di statura media, piuttosto piccola che grande. I capelli e la barba sono di un castano pallido; gli occhi, stretti e profondi, hanno una vivacità e una fiamma giovanili; la bocca è caratteristica, sottile, mobile, un po’ beffarda agli angoli. Il viso, di una irregolarità fine e intelligente, nel suo insieme annuncia l’agilità e l’audacia, il disprezzo per la stupidità e per la banalità. E se scendiamo dal viso alla persona, troviamo in Édouard Manet un uomo di squisita amabilità e cortesia, di modi distinti e di aspetto simpatico.”

Opere in mostra

Édouard-Manet-Émile-Zola-1868-Olio-su-tela-146-x-114-cm-Parigi-Musée-d’Orsay-©-René-Gabriel-Ojéda-–-RMN-Réunion-des-Musées-Nationaux-–-distr.-Alinari.jpg

É. Manet, Émile Zola, 1868, Olio su tela

Émile Zola è ritratto nello studio del pittore dove vediamo tutti i  suoi riferimenti artistici: il paravento e la stampa giapponese, il quadro di Olympia che ha destato scandalo, l’opuscolo Manet che ha scritto Zola in difesa del pittore contro la critica accademica e che rappresenta anche la firma della tela.  Zola aveva 28 anni, era un giovane giornalista e doveva ancora diventare uno scrittore famoso. Aveva preso pubblicamente le parti del pittore quando questi era stato escluso dai Salons e aveva scritto degli articoli, riuniti poi nel libro (da cui ho ripreso alcuni brani) intitolato Manet. Proprio per questa pubblica difesa Manet gli dedica il dipinto.

 

phpThumb_generated_thumbnailjpg.jpeg

É. Manet, Lola di Valencia, 1862, Olio su tela

La ballerina Lola di Valencia era la stella di un balletto spagnolo che si era esibito a Parigi. Il dipinto originale rappresentava la donna a figura intera, in posa nello studio del pittore che, in un secondo tempo, ha aggiunto, sul fondale, uno scorcio del pubblico sulle gradinate. Il sontuoso costume della ballerina a colori vivaci, i muscoli potenti delle gambe e i tratti mascolini del viso contrastavano con l’idea di femminilità in voga e la tela non è stata ben accolta dalla critica e dal pubblico. Ha suscitato scandalo per lo sguardo diretto della donna e la tecnica innovativa.
Ha ispirato i versi di Baudelaire:
“Fra tutte le beltà che potete ammirare,
Io trovo giusto, amici, di vedervi esitare:
Ma il fascino inatteso d’un gioiel rosso e nero
Di Lola di Valenza brilla qui nel ritratto.”

203px-Manet,_Edouard_-_Young_Flautist,_or_The_Fifer,_1866_(2).jpg

É. Manet, Il pifferaio, 1966 Olio su tela

Dopo l’esclusione dal Salon Manet si recò in Spagna, nel 1865, e rimase ammirato dai pittori spagnoli e dal loro realismo; dagli sfondi neutri e dall’aria che circonda le figure nei quadri di Velasquez.
Si è ispirato così alla pittura spagnola.
In una lettera a C. Baudelaire ha scritto:
“Infine, mio caro, conosco Velasquez e posso affermare che è il più grande pittore che sia mai esistito.”
Le fifre (Il pifferaio) all’epoca suscitò un certo scandalo, non tanto per il soggetto in sé, ma per la tecnica inusuale. Intanto Manet aveva abolito la profondità e il ragazzo sembra situato in nessun luogo. Non c’è nulla a suggerire uno sfondo, un pavimento. Soltanto un accenno di ombra sotto il piede. Poi l’illuminazione frontale che non offre nessun modellato nel volto e negli abiti. Solamente un accenno nell’incavo della mano e nel fodero del piffero.
Inoltre i colori sono stesi come grandi macchie e manca qualsiasi prospettiva.

Tagliate fuori dalla vita artistica ufficiale le donne tornano come protagoniste nelle tele. Sono donne conosciute, spesso vicine al pittore come la moglie Suzanne e l’amica Berthe Morisot; ma anche cameriere, birraie e comunque donne con una loro identità ben definita.

61231-14_MANET.jpg

É. Manet, La lettura, 1865-1873 Olio su tela

Manet conobbe una giovane olandese, Suzanne Leenhoff, nel 1849 prendendo lezioni di pianoforte da lei. Divenne la sua compagna. Nel 1852 lei ebbe un figlio, Lèon, ma la paternità non è mai stata accertata perché Manet non gli ha dato il suo nome.
Manet ha sposato Suzanne nel 1863 e Lèon ha sempre vissuto con entrambi, con il cognome della madre e chiamando Manet il suo padrino. Alla sua morte il pittore ha nominato la moglie e Lèon suoi eredi universali.
Nella tela Suzanne è vestita di mussola bianca e il bianco del quadro è la rappresentazione dei sentimenti puri verso la moglie.
Sembra essere stata dipinta in due tempi: prima il ritratto della moglie giovane e poi è stato inserito Lèon, che appare come un giovane adulto.

“Aveva una veste finissima, di mussola bianca, che lasciava intravvedere il flessuoso profilo delle braccia”
G. Flaubert, Memorie di un pazzo, postumo 1901

Édouard-Manet-Il-balcone-1868-1869-olio-su-tela-170-x-125-cm-Parigi-Musée-d’Orsay-©-René-Gabriel-Ojéda-–-RMN-Réunion-des-Musées-Nationaux-–-distr.-Alinari.jpg

É. Manet, Il balcone, 1868-69 Olio su tela

Conosciuta nel 1867 la giovane pittrice Berthe Morisot ha posato, per la prima volta, ne Il balcone. È la ragazza seduta, con il ventaglio rosso, con espressione intensa e malinconica. Anche le altre due figure sono note e fanno parte della cerchia di Manet: Fanny Claus, giovane musicista amica della moglie Suzanne e Antoine Guillemet, pittore accettato ai Salon.
Michel Foucault ha scritto:
“Tutto il quadro vi apparirà incorniciato da queste verticali e da queste orizzontali. Anziché far dimenticare il rettangolo sul quale dipingeva, Manet non fa altro che riprodurlo, insiste su di esso, lo ripete, lo moltiplica all’interno del quadro stesso.
Inoltre, lo vedete, tutto il quadro è in bianco e nero, con un unico colore diverso come colore fondamentale, il verde. (…)
Qui accade l’esatto contrario (della formula dei pittori del Quattrocento ai quali Manet guarda): i personaggi sono in bianco e nero e gli elementi architettonici invece di essere immersi nella penombra, sono al contrario esaltati e in un certo qual modo posti in risalto dal verde sgargiante della tela. (…)
Invece di penetrare nel quadro, la luce è fuori ed è fuori proprio perché siamo su un balcone; bisogna supporre il sole di mezzogiorno che lo investe in pieno…”
Il quadro, presentato al Salon del 1969, non è stato ben accolto per la mancanza di un soggetto leggibile, di una composizione comprensibile e dei colori desueti.

phpThumb_generated_thumbnailjpg-1.jpeg

É. Manet, Berthe Morisot con un mazzo di violette, 1872 Olio su tela

“Mi ha catturato soprattutto il Nero, il nero assoluto, il nero di una veletta da lutto (…) quel nero che appartiene solo a Manet.”
Paul Valery, nipote acquisito di Berthe Morisot

Berthe era legata a Manet da amicizia profonda, e ha posato per una dozzina di ritratti, ora in vestito bianco ora in nero. In questa tela risalta proprio la qualità della pittura del nero del vestito. Manet era molto attento ai dettagli della moda femminile e sapeva ritrarli nei particolari.

03.-MANET-495-x-600.jpg

É. Manet, Berthe Morisot con il ventaglio, 1874 Olio su tela

Questo è l’ultimo ritratto in cui Berthe ha posato per Manet. Aveva 33 anni e indossava il lutto per la morte recente del padre. In quello stesso anno aveva partecipato, unica donna, alla prima mostra impressionista presso lo studio del fotografo Nadar.
Nel dipinto Berthe non guarda l’artista ma rivolge gli occhi altrove e mostra un anello a significare il prossimo matrimonio, nel dicembre dello stesso anno, con Eugène, il fratello del pittore.
I rapporti erano cambiati e Berthe, diventata cognata, non poserà più per l’artista.

Berthe-Morisot-Giovane-donna-in-tenuta-da-ballo-1879-olio-su-tela-715-x-54-cm-Parigi-Musée-d’Orsay-©-René-Gabriel-Ojéda-–-RMN-Réunion-des-Musées-Nationaux-–-distr.-Alinari.jpg

Berthe Morisot, Giovane donna in tenuta da ballo, 1879 Olio su tela

“Lungo lo schieramento delle donne sedute si agitavano i ventagli dipinti, il sorriso sui volti era a metà celato dai mazzi di fiori, e i flaconi dal tappo d’oro passavano tra le mani semiaperte da cui i guanti bianchi, stretti ai polsi, si profilava la forma delle unghie. Le guarnizioni di merletto, le spille di diamanti, i braccialetti a medaglie fremevano sui corpetti, scintillavano sul seno, tinnivano sulle braccia nude. Le chiome ben lisce sulla fronte e attorcigliate sulla nuca recavano cordoncino, grappoli o rametti di miosotis, gelsomini, fiori di melograno, spighe o fiordalisi”. (G. Flaubert, Madame Bovary) 

Questo quadro, dipinto da Berthe Morisot, rappresenta una ragazza pronta per il ballo. È un ritratto-tipo della donna dell’epoca, discreta e distinta, ma curiosa e desiderosa di esser notata. Il rimando a Madame Bovary di Flaubert viene automatico.
Berthe è stata pittrice e unica donna ad esporre alla prima mostra impressionista. Nonostante la sua attività artistica nel certificato di morte c’è scritto “senza professione” e nella sua lapide non c’è nessuna iscrizione su quello che ha fatto.
L’unico riconoscimento è stata una sua retrospettiva, l’anno dopo la morte.

tmp_d73b4c7ea339b145e2857f1d782d0b37.gif

Eva Gonzalès, Un palco al Théâtre des Italiens, 1874 Olio su tela

Eva Gonzales, figlia di un romanziere alla moda, è stata l’unica allieva di Manet, suscitando inizialmente la gelosia di Berthe. Ma è stata considerata troppo aderente allo stile del suo maestro e questo non l’ha favorita. La tela venne rifiutata al Salon proprio per questo motivo. Anche Eva, come Manet, ha dipinto persone conoscibili, a lei vicine e qui ha ritratto la sorella. Nel bouquet di fiori è evidente il richiamo a Olympia di Manet.

08.-MANET1.jpg

É. Manet, La cameriera della birreria, 1878-1879 Olio su tela

La cameriera più esperta a portare birra, senza rovesciarne neppure una goccia, per essere ritratta ha voluto che nel quadro fosse inserito anche il suo protettore, che poi Manet ha pagato profumatamente. L’artista era rimasto ammirato dalla capacità di portare bicchieri pieni, con sicurezza. Una scena di genere che è diventata un ritratto. Oltre alla cameriera i due uomini si intravvedono appena, in una inquadratura molto stretta. Quello con i baffi, si dice, fosse il protettore della ragazza, svelando così gli episodi di piccola prostituzione che avvenivano in quei locali.

images.jpeg

É. Manet, L’asparago, 1880 Olio su tela

Manet ha dipinto nature morte in due fasi della sua vita: tra il 1864/65 e negli ultimi anni prima di morire.
Le nature morte sono state una parte apprezzata della sua produzione
“Anche i più agguerriti critici del talento di Èdouard Manet gli riconoscono una certa abilità nella raffigurazione degli oggetti inanimati” (Zola, 1867).
Questa piccola tela è un regalo che Manet ha inviato a Charles Ephrussi, il quale gli aveva comprato un quadro con un mazzo di asparagi, pagandolo più del dovuto.
L’artista gli ha donato quindi questo quadretto, accompagnato dalle parole “Al suo mazzo ne mancava uno”.
Toni grigi delicati, in questo esercizio di virtuosismo, dove il soggetto e lo sfondo si confondono.

 

I quadri di Manet bisogna guardarli dal vivo per comprendere la portata del suo linguaggio artistico, soprattutto quelli di grande formato (come il ritratto di Émile Zola, Lola di Valencia, Il pifferaio e Il balcone). Le grandi dimensioni, generalmente, venivano usate per scene storiche o mitologiche, cioè per rappresentare qualcosa che si elevava dal quotidiano e assumeva valore celebrativo. Manet le ha usate invece per mostrare la realtà che lo circondava e le persone come le vedeva, a volte dipinte quasi a grandezza naturale (come nel famoso Le Déjeuner sul l’herbe, che tanto scandalo ha provocato; ma non è in questa mostra).
E proprio la presentazione realistica ha destato scandalo. Le sue donne non indignavano gli spettatori per la nudità ma per il troppo realismo: non erano disegnate con i tratti che potevano abbellirle e, inoltre, non erano figure metaforiche ma con una identità conosciuta. Messe di fronte a troppo realismo le persone non si sono mai trovate a loro agio.
La posizione dello spettatore, poi, è incerta davanti a queste opere, perché non hanno un punto di fuga e la composizione non è quella classica, che si guarda sapendo dove e cosa guardare. Sono create in modo che manchi una distanza tra il quadro e chi gli sta davanti.
Tra le tante cose da osservare invito a prestare attenzione al gioco delle mani.
In Berthe Morisot con il ventaglio la mano destra della modella si porge alla vista dello spettatore per mettere in mostra l’anello, che indica il suo prossimo matrimonio con il fratello del pittore.
Ne Il pifferaio la mano che suona il flauto con le dita alzate è l’unica a rappresentare il movimento, insieme ad un accenno di ritmo del piede destro.
Le mani della moglie ne La lettura sembrano indicare la sua professione di musicista nella disposizione delle dita, come se stessero toccando i tasti del pianoforte.
Le mani incrociate di Berthe Morisot, ne Il balcone, e quelle di Fanny nell’atto di togliersi il guanto sono gesti misurati, nel silenzio assolato che il quadro sembra sprigionare.

Tutte le opere provengono dal Museo d’Orsay di Parigi e, oltre ai quadri di Manet, ci sono da vedere dipinti di altri pittori tra cui Renoir, Cezanne, Signac, Boldini, Degas, Monet, Gauguin; interessanti anche i progetti della Parigi Moderna e dell’Opéra de Paris.

MANET e la Parigi moderna
Milano, Palazzo Reale
8 marzo – 2 luglio 2017

Ho preso le foto da Internet mentre le informazioni provengono dalla mostra e dalla lettura di alcuni testi:
Émile Zola, Manet. Saggi sul naturalismo nell’arte. Donzelli, virgolette 2005
Michel Foucault, La pittura di Manet, Abscondita, 2005
Marcello Venturi (a cura di) Manet, Skira
Flaubert, Madame Bovary, Mondadori 2009

8 thoughts on “MANET e la Parigi moderna

    • Oltre a quelle che ho citato ce ne sono altre da vedere. Mi ha colpito una marina: La fuga di Rochefort. Molto bella la distesa di mare e il segno di orizzonte molto alto.
      Da vedere a una certa distanza. Come tutte le grandi tele di Manet.
      Grazie a te 🙂

      Mi piace

  1. Sono stata anche io alla mostra ed ho letto con piacere il tuo articolo.
    Ti consiglio la lettura di “Rosso Parigi” di Maureen Gibbon, un romanzo che racconta il rapporto tra Victorine Meurent (più conosciuta come l’Olympia del quadro) e Manet. Spero ti interessi anche se non è un romanzo storico dato che la scrittrice inventa in rapporto tra i due in chiave erotico-sentimentale poichè non ci sono fonti certe sulla natura della loro relazione. Comunque, è bello perchè, oltre ad esplorare la relazione pittore-modella, offre uno scorcio della vita delle giovani operaie del tempo, les midinettes.

    Liked by 1 persona

  2. Pingback: Toulouse Lautrec. La Belle Époque – Pensieri lib(e)ri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...