Nello sciame. Visioni del digitale

“Il medium dello spirito è il silenzio, che è chiaramente distrutto dalla comunicazione digitale.”

Ho conosciuto Byung-Chul Han, attraverso i suoi libri, un po’ di tempo fa. Non in maniera casuale ma sono proprio andata a cercarlo in libreria. Cioè sono andata a cercare Nello sciame (pubblicato in Italia nel 2015). Questo libro mi serviva perché, da qualche anno, mi sto interessando alle influenze che la comunicazione digitale ha sulla psiche e sui comportamenti delle persone, oltre al problema della dipendenza dalle nuove tecnologie. Un interesse professionale. Nella mia attività di psicologa e psicoterapeuta, in una ASL del Veneto, succede che incontri, sempre più spesso, richieste di diagnosi e terapia di giovani rimasti invischiati nella ‘rete’ e isolati dal mondo reale.
Da qui la necessità di approfondire l’argomento non solo dal punto di vista clinico, proprio del mio agire professionale, ma anche sociologico, storico, politico, ecc. Insomma, conoscendomi, l’interesse si allarga ad altri campi e l’orizzonte si allunga. In questo territorio (che ancora sconfinato non è, perché su questa materia gli studi seri non sono molti) ho incrociato Han e il suo Sciame.
Beh! posso solo dire che il mio incontro con Han è proseguito perché ho comprato gli altri suoi libri editi in italiano, che non sono numerosi e per di più di piccolo formato, e li ho letti tutti.
Ci sono altri autori, che apprezzo in modo particolare, che scrivono sugli effetti che le nuove tecnologie hanno sul pensiero, ma trattano soprattutto di clinica ed è un ambito che, per il momento, preferisco lasciare al mio lavoro quotidiano.
Qui mi sembra più interessante raccontare cosa dice Han, perché può aiutare tutti noi a riflettere senza chiuderci in campi specialistici. Certo è un filosofo, ma le cose che scrive si possono tradurre in un linguaggio comprensibile e non tecnico.

Questa, in breve, la storia del mio incontro con Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano-tedesco, docente di Filosofia all’Università der Künsten Berlin, che analizza i modelli della società contemporanea e ne denuncia i meccanismi che influenzano relazioni, stili di vita e riducono le presunte nuove libertà a uno schiavismo più subdolo che in passato.
Tutti i suoi libri, editi in Italia da Nottetempo, si leggono in parte volentieri e in parte con difficoltà, perché lo stile di scrittura di Han non è lineare ma un flusso che segue varie direzioni, pur mantenendosi aderente al tema. Spesso i suoi passaggi sono ripetitivi, nello stesso libro ma anche da un libro all’altro, però i concetti che espone valgono tutta l’attenzione per la lettura. La visione di Han apre una finestra e ci mostra cosa guardare e come interpretare gli aspetti della società odierna. Soprattutto, la sua analisi tiene conto di tutti i cambiamenti che le nuove tecnologie hanno prodotto nel mondo in cui viviamo.
Nello sciame troviamo concetti che, anche se in parte sono già conosciuti (attraverso il dibattito che i media hanno prodotto negli ultimi tempi), vengono analizzati da una prospettiva multidisciplinare, ma hanno una cornice soprattutto sociale e politica.

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Byung-Chul Han
Nello sciame. Visioni del digitale
figure nottetempo, 2015

C’è da dire, innanzitutto, che Han reputa il medium digitale la crisi dei nostri giorni perché, agendo sotto il livello di coscienza, non ci fa rendere conto di quanto modifichi il nostro comportamento e la nostra percezione. Nello sciame conduce un’analisi piuttosto impietosa sui meccanismi della società digitale, la sviluppa in diversi ambiti, mettendo in luce le deformità dell’informazione e della comunicazione, e le sue ricadute sulla politica e sull’individuo singolo.

Attraverso l’esame di alcune parole e la trasformazione del loro significato il filosofo introduce uno degli effetti più gravi che il medium ha prodotto oggi: la cancellazione del rispetto reciproco tra le persone.
La prima parola è Rispetto.
Rispettare significa letteralmente “distogliere lo sguardo. È un riguardo” . Presuppone una distanza che preserva l’intimità dall’essere messa in mostra.
E permette il Pudore, parola oggi desueta ma con una grande valenza, che significa riservatezza, discrezione, e riguarda quella sfera intima di sentimenti della quale si nutre il sé profondo e che conserva l’unicità delle persone.
All’opposto, la medialità digitale non distoglie lo sguardo ma lo sollecita ed elimina la distanza tra Pubblico e Privato, due parole che nel significato si autoescludono. La commistione tra pubblico e privato è una delle caratteristiche dei social network, che sono spazi di esibizione del privato.
E l’Anonimato, come figlio degenere del Pubblico e del Privato, fa il suo ingresso da protagonista nella società digitale. Anche l’Anonimato si contrappone al Rispetto, perché favorisce la cultura dell’indiscrezione e provoca “l’erosione delle distanze mentali”.
Uno dei suoi effetti si chiama: Shitstorm (letteralmente: tempesta di merda). Questo termine è stato scelto nel 2012 come anglicismo da una commissione di linguisti tedeschi (Han è tedesco) e indica “il fenomeno in rete (soprattutto nei blog e sui social network) di discussione e critica massiva attorno a questioni di dominio pubblico, con l’uso di un linguaggio fortemente connotato in senso negativo e talvolta violento (n.d.t.)”
Si tratta di una manifestazione istantanea dello stato di eccitazione che, proprio per la sua temporalità immediata, la comunicazione digitale rende possibile.
A differenza della scrittura analogica che favorisce la distanza (tramite la riflessione e il pensiero, la lentezza e la revisione, e crea un margine per le azioni) l’immediatezza del digitale favorisce l’eccitazione del momento.
Per tutto questo si può affermare che la società digitale ha come caratteristica propria quella di essere senza rispetto.

Per spiegare le modificazioni sociali nell’era della comunicazione Han analizza le teorie novecentesche sulle quali si è basata la conoscenza della società (e le giudica fuori tempo).
Ne cito due.
• Gustave Le Bon, psicologo delle masse, nel 1985 ha scritto Psicologia delle folle, dove ha definito l’epoca moderna l’età dalla folla, perché la voce del popolo aveva raggiunto il predominio (dalla rivoluzione Francese ai grandi movimenti del Novecento). La massa di persone, per Le Bon, è la manifestazione di un nuovo rapporto di potere in cui i rappresentanti in Parlamento diventano gli esecutori.
Ma, riflette Han, se nel 900 sono state le masse a sovvertire lo stato delle cose, a mettere in crisi la sovranità, a costituire il passaggio critico della modernità, nella nostra epoca odierna l’assedio al potere è dettato dallo sciame digitale. Che non possiede l’animo e lo spirito della folla perché è composto da individui isolati; non sviluppa un NOI, quello che compatta la moltitudine reale di persone, perché non si riunisce; non è coerente e non si esprime con una sola voce.
L’homo digitalis è un individuo che conserva la sua identità privata anche quando si presenta come parte dello sciame. Ha un profilo sul quale lavora per ottimizzare se stesso ma si esprime in modo anonimo. È Qualcuno che cerca l’attenzione, anche se in forma anonima (ritroviamo l’Anonimato, che erode le distanze).
• Il secondo modello è quello delle classi e della lotta di classe. Han cita Michael Hardt e Antonio Negri e giudica superate le loro categorie di riferimento.
L’idea di ‘moltitudine’ di questi due autori è quella di una classe capace di un agire comune.
Ma la moltitudine oggi segue la logica dell’autosfruttamento: non c’è più necessità di un sistema che sfrutta perché ognuno sfrutta se stesso nella società contemporanea. Questa analisi è ampiamente sviluppata in Psicopolitica (edito in Italia nel 2016), libro su cui ho intenzione di scrivere a breve per cui rimando l’approfondimento del tema a questo interessantissimo testo.
Quindi i soggetti economici neoliberisti non costituiscono un NOI capace di azione comune. Dal socius si è passati al solus e la solitudine contraddistingue il sistema attuale, che manca di solidarietà, che erode il collettivo e le classi come sono state intese dalle teorie del secolo scorso.

Come funziona l’informazione nella società digitale e come trasforma la politica?
I medium elettronici classici, come la radio e la TV ammettono solo comunicazioni unilaterali, che vanno in un’unica direzione, senza ritorno e lo spettatore è un soggetto passivo che riceve.
Oggi siamo invece produttori attivi.
Nel medium digitale le informazioni vengono prodotte e divulgate senza più nessuna mediazione. Non c’è più un’istanza mediatrice, non ci sono più intermediari. Oggi siamo consumatori e produttori di notizie nello stesso tempo. Media come i blog, Facebook, Twitter, de-medializzano la comunicazione e aboliscono ogni rappresentante, come i giornalisti che rischiano di apparire anacronistici.
Con la de-medializzazione viene quindi messo in crisi il principio della rappresentanza, non solo nel campo dell’informazione ma anche in quello della politica.
Il principio della rappresentanza funziona come un filtro che seleziona e rende possibile l’esclusività.
Nel giornalismo le informazioni accertate sono frutto di una messa in gioco del giornalista stesso.
Invece nel medium digitale si assiste a una massificazione e appiattimento culturale: viene diffuso e ri-diffuso ciò che si trova in rete o ciò che si crea dalle notizie in rete.
In politica c’è un altro fenomeno, frutto della de-medializzzazione, che cambia la dinamica: il principio della trasparenza.
Il digitale ha reso la trasparenza un diktat e la riservatezza viene messa al muro.
Ma la riservatezza è necessaria nella politica (come è necessaria al singolo e presupposto di rispetto):
“La riservatezza appartiene necessariamente alla comunicazione politica, ossia strategica. Se tutto viene reso di pubblico dominio, la politica rimane inevitabilmente con il fiato corto, si ritrova provvisoria e si esaurisce nella loquacità. La trasparenza totale impone alla comunicazione politica una temporalità che rende impossibile una programmazione lenta e a lungo termine. Non è più possibile lasciar maturare le cose: il futuro non è più la temporalità della trasparenza. La trasparenza è dominata dalla presenza e dal presente.”
La trasparenza, quindi, tende a sviluppare un effetto negativo: genera una potente costrizione al conformismo, perché difficilmente si rischia qualcosa e quindi le opinioni divergenti e non convenzionali non vengono esposte o discusse.
Livellamento della comunicazione e ripetizione diventano gli effetti della trasparenza.
Tutti questi aspetti della de-medializzazione hanno messo in difficoltà la democrazia rappresentativa e i politici sono visti come barriere e ostacoli piuttosto che rappresentanti del popolo. Han prende ad esempio il Partito Pirata, che in Germania è attivo dal 2006, e deve il suo successo proprio allo sviluppo dei media, all’identità digitale, alla trasparenza. Noi, in Italia, possiamo fare lo stesso ragionamento per il M5S.

L’informazione digitale presenta delle lacune, proprio per la caratteristica del medium, che riguardano quella che viene chiamata comunicazione analogica, che occupa uno spazio rilevante nella relazione e comprensione umana, accanto alla comunicazione logica e verbale.
C’è una storia tedesca, dell’inizio del XX secolo, che Han riprende per mostrare l’importanza della comunicazione non verbale o analogica e della limitatezza della sola componente verbale nella comunicazione.
È la storia di Hans l’intelligente, un cavallo che sapeva contare. Questo cavallo ebbe fama mondiale perché sembrava che sapesse eseguire operazioni aritmetiche. Quando gli si chiedeva il risultato di semplici operazioni di calcolo come, ad esempio, cosa dà 3 più 5, lui rispondeva battendo lo zoccolo per terra otto volte. Venne nominata anche una commissione di scienziati per capire il fenomeno e si scoprì, alla fine, che il cavallo non sapeva contare. Era, però, capace di interpretare le più piccole sfumature dell’espressione del viso e della postura del corpo delle persone che erano presenti alle sue esibizioni.
“Evidentemente, avvertiva in modo empatico che il pubblico presente assumeva senza volerlo una postura tesa prima del colpo di zoccolo decisivo. In presenza di questa percepibile tensione, il cavallo smetteva di battere lo zoccolo: così dava sempre la risposta esatta.”
Quindi la gestualità, la mimica o il linguaggio del corpo aumentano le dimensioni della comunicazione.
Nel medium digitale manca, invece, la comunicazione della tattilità e della corporeità. La comunicazione digitale è priva di corpo e di volto, monca del contatto con il Reale.
Totalizza invece l’Immaginario, nel quale lo spazio narcisistico esplode.
E porta radicali cambiamenti in alcune forme comportamentali.
Ad esempio nella funzione del pensiero, al quale si contrappone lo smartphone.
Il pensiero è una funzione complessa che richiede ampiezza temporale (tempo) e lungimiranza (capacità di previsione), quindi un processo lungo e lento.
Lo smartphone, inteso come rappresentante del digitale, è invece rapido e miope, un processo corto e veloce perché la comunicazione digitale si esaurisce con un ‘mi piace’ (e questo genera lo spazio della positività, indebolendo la capacità di rapportarsi alla negatività).
Inoltre, quella tecnologica, è una comunicazione povera di sguardo.
Ma c’è Skype! osserva qualcuno.
Con Skype abbiamo l’illusione della presenza ma lo sguardo è sempre asimmetrico, non ci si fissa mai, si guarda l’obiettivo.
La scomparsa dello sguardo, quindi, è uno degli effetti del digitale. Lo vediamo anche quando digitiamo sul touchscreen, cancelliamo la realtà dell’Altro presente e teniamo tra il pollice e l’indice l’Altro virtuale, allargandolo o restringendolo a piacere. L’intensificazione del narcisismo, insomma.
Le facce che esponiamo su Facebook non sono volti e sguardi. Sono icone, immagini ottimizzate, congelate, che eliminano la negatività del tempo e schermano il Reale.
Da ciò scopriamo a limitazione della comunicazione proprio nel mondo digitale dove la comunicazione sembra illimitata.

Un altro cambiamento del mondo digitale riguarda l’ambito del fare.
I dispositivi digitali liberano dal peso della materia perché oggi ci occupiamo di informazioni immateriali, che non richiedono l’agire. E al posto delle mani usiamo le dita.
Siamo passati dall’homo faber all’homo ludens, che non agisce e che usa gli smartphone e sposta tutto con le dita.
Però sbagliamo se intendiamo, questa, l’epoca dell’ozio perché è in realtà l’epoca della prestazione. Il principio della prestazione nell’era digitale trasforma quello che consideriamo l’elemento ludico (lo smartphone, il touch,…) in una attività.
I dispositivi digitali comportano una nuova schiavitù, diversa da quella delle macchine che obbligavano le persone a spostarsi in un posto e in orari precisi per produrre, che rendevano il lavoro circoscritto rispetto ai tempi del non lavoro.
Ora il digitale rende il lavoro mobile e ogni uomo può diventare un luogo di lavoro e ogni tempo un tempo di lavoro.
L’ozio che, nell’era delle macchine, iniziava nel tempo non lavorativo ora è diventato una pausa. Non trasforma in altro il tempo libero dal lavoro, lo rallenta solamente.
La libertà dalle macchine diventa, in realtà, una costrizione maggiore, la costrizione alla comunicazione e più comunicazione significa più capitale.

Il filosofo che Han prende come riferimento per mostrare il cambiamento avvenuto nell’epoca digitale è Heidegger.
Questo filosofo scriveva che “La macchina per scrivere occulta l’essenza dello scrivere e della scrittura. Essa sottrae all’uomo la dignità essenziale della mano,…” porta all’atrofia della mano. Heidegger accosta la mano al pensiero e il logos ne è l’essenza.
L’atrofia della mano porta quindi all’atrofia del pensare.
La concretezza della mano ha a che fare con la terra, con il mondo concreto, che è il mondo del contadino. Oggi si è passati alla rete digitale, dove invece tutto è trasparente.
L’uomo contadino e l’uomo industriale sono vincolati a una terra, una macchina, una verità, un Dio.
L’uomo digitale è mobile ed è cacciatore di informazione. Un’informazione veloce, che non contempla parole come pazienza, ricerca, calma, pudore. Oggi si agisce con un click, senza aspettare che le cose maturino. Cerchiamo informazioni in tutti i modi e le otteniamo con facilità, confondendo le informazioni con la verità e con il sapere.
Ma la verità è esclusiva e selettiva, mentre l’informazione è cumulativa e additiva.
Anche con il sapere l’informazione ha poco a che fare perché il sapere non è semplicemente dato, non è alla portata di click, ma ha bisogno di ricerca, pazienza e temporalità, ha una forma implicita.

Heidegger è stato l’ultimo grande sostenitore dell’ordinamento terraneo.
L’ordinamento terraneo è costituito da muri, confini e fortezze, è riconducibile al carattere fermo.
Il contrario esatto del medium digitale che è fluido, mobile, non si fa incidere, scavare, seminare.
Il pensiero, lo spirito e l’azione sono le categorie dell’ordinamento terraneo; mentre l’operazione, che è un’azione atomizzata, è la categoria del medium digitale, cioè un processo automatico privo di temporalità e di esistenza reale.
Il pensiero cede il posto al calcolo, che non sorprende e non interrompe.
La verità lascia il posto alla trasparenza, che non è narrativa.
L’amore diventa ‘mi piace’ in una positività assoluta che elimina la negatività tra gli amici di Facebook.
E l’assenza di distanza prende il posto della prossimità e della lontananza.
È una fenomenologia del ‘mi piace’.

Kafka considerava la lettera un medium comunicativo inumano, una rovina delle anime perché “sorpassa le forze umane”, si rivolge a fantasmi.
Per raggiungere il contato naturale, per non essere in relazione solo con i ‘fantasmi’ (come scriveva Kafka), sono state inventate la ferrovia e l’automobile.
Ma, dopo la posta, sono stati inventati anche il telefono e il telegrafo e Kafka concludeva “Gli spiriti non moriranno di fame, ma noi periremo”.
Oggi noi abbiamo Internet, gli smartphone, le e-mail, Twitter, Facebook,… e produciamo nuovi spettri, sorpassiamo sempre di più le forze umane. Siamo passati dall’ordinamento terraneo a uno sempre più nebuloso, alimentato dalla diffusione di informazioni e dalla trasparenza.
Alimentiamo gli spiriti ma rischiamo di morire, per citare ancora Kafka, perché la comunicazione digitale non vuole segreti né silenzi, è rumorosa e pervasiva e non nutre il pensiero.
La comunicazione digitale assume una forma virale e contagiosa perché si svolge su un piano emotivo o affettivo. Si diffonde in rete come un’epidemia, anche se l’informazione è di scarsa rilevanza e non ha un senso compiuto. Perché non si basa sulla lettura (la scrittura è un medium troppo lento per l’informazione digitale) ma è facile e veloce.
Ma tutta questa trasparenza ha il suo spettro o rovescio: è un’apparizione di superfici che aumenta in realtà anche il buio. I mercati finanziari covano mostri e Han cita Tor: questo è il nome di una rete sotterranea nella quale ci si muove in modo anonimo.

Tutto ciò produce un affaticamento informativo.
La comunicazione di oggi ci sottopone a una enorme massa di informazioni, di immagini anche cruente che non procurano neppure più uno shock. La rapidità di circolazione e divulgazione dipendono dalla soglia immunitaria: più bassa è la soglia immunitaria più veloce è la circolazione dell’informazione (come prevede il mercato); un’alta soglia immunitaria invece rallenta lo scambio delle informazioni.
(Traduzione: un’alta soglia immunitaria corrisponde ad un pensiero in grado di funzionare e fermarsi quando vuole capire qualcosa, che cerca nel silenzio e nella lentezza la riflessione; un pensiero autonomo che non si lascia prendere dal facile click.)
Ciò che favorisce la comunicazione è il ‘mi piace’ e la bassa soglia immunitaria rafforza il consumo di informazioni.
Però…
… la massa di informazioni non filtrata atrofizza la percezione ed è responsabile di disturbi psichici come l’IFS (Information Fatigue Sindrome). L’affaticamento informativo è una patologia psichica causata da un eccesso di informazioni. I sintomi sono la paralisi della capacità di analisi, disturbi dell’attenzione, agitazione, difficoltà nell’assunzione di responsabilità.
Lo psicologo inglese David Lewis ha coniato il termine IFS nel 1996.
Allora ne erano soggette solo quelle persone che dovevano elaborare una grande quantità di informazioni per lavoro, in un lungo periodo.
Oggi siamo tutti soggetti all’IFS perché siamo tutti messi di fronte a un numero esorbitante di informazioni e sempre più in aumento.
E il rapido e continuo flusso di informazioni oggi paralizza la capacità di analisi, che è una funzione del pensiero e consiste nell’escludere tutto ciò che non è essenziale, e mette quindi in crisi la capacità di selezionare e distinguere il materiale percettivo.
L’aumento di informazioni non porta necessariamente a decisioni migliori perché l’eccesso atrofizza proprio la facoltà superiore del giudizio. La capacità di dimenticare e di omettere è positiva e produttiva, perché è frutto di una selezione delle informazioni che devono essere filtrate per diventare produttive e utili.
Quindi l’eccesso di informazioni provoca un sovraccarico della funzione di analisi e il giudizio ne viene compromesso tanto che l’informazione non è più informativa ma diventa deformativa e meramente cumulativa.

Anche la depressione è uno degli effetti di questa sindrome. Soggetti narcisisti e autoreferenziali percepiscono solo la loro stessa eco, riconoscono significati solo in funzione a se stessi, allungando così l’ombra del mondo sul Sè. La nostra società narcisistica con Twitter e Facebook acutizza queste forme perché i social sono media narcisistici.

E infine è sempre più frequente l’incapacità di sopportare le responsabilità, che è un atto determinato da precise condizioni mentali e temporali e presuppone un impegno per il futuro.
I media invece sono vaghi e provvisori, promuovono l’assenza di impegni e si collocano in un presente senza prospettiva futura.

Alcuni studiosi pensavano che il medium digitale potesse portare a una maggior libertà, a un migliore prossimità agli altri e quindi felicità nella condivisione. Vilém Flusser scrive che la società dell’informazione è una “strategia per abolire l’ideologia del Sè isolato,…”.
Ma ciò non si è avverato. “La comunicazione digitale, piuttosto, erode massicciamente la società, il NOI. Distrugge lo spazio pubblico e aggrava l’isolamento dell’uomo: la comunicazione digitale è dominata dal narcisismo, non dall’ ‘amore per il prossimo’ “, conclude Han.
Inoltre non c’è nessuna libertà perché nella società della prestazione, come è quella digitale, siamo passati al ‘progetto’ che si rivela una figura di costrizione. L’intenzione di liberare il soggetto con il progetto si è rivelata un’autocostrizione e un’autosfruttamento perché “il soggetto di prestazione sfrutta se stesso fino a crollare e sviluppa un’auto-aggressività, che sfocia non di rado nel suicidio. Il Sè come magnifico progetto si rivela un proiettile, che il soggetto rivolge ora contro se stesso.”

Han si colloca, quindi, in quella categoria di pensatori che vedono nel mondo digitale  un grave rischio per il pensiero e per la società. La sua analisi prende in considerazione molti aspetti, sociali-politici-psicologici, per mettere in luce le caratteristiche del nuovo medium. Non ritengo però, la sua, una visione catastrofista come quella di altri (lo psichiatra tedesco Manfred Spitzer, per esempio), ma la considero una opportuna e necessaria discussione su quello che è realmente un cambiamento tra i più importanti dell’epoca odierna. Molti dei concetti che il filosofo ha esposto nel suo libro, che si situano in un ambito filosofico e sociologico, li ritrovo anche nella pratica clinica con le persone singole, soprattutto quelle che hanno una bassa soglia immunitaria alla velocità di informazione e divulgazione. Invece l’affaticamento informativo è più subdolo e ancora poco considerato, sia come rischio reale che a livello di diagnosi. Insomma, di strada da fare ce n’è tanta.

9 thoughts on “Nello sciame. Visioni del digitale

  1. Non sono un’addetta ai lavori, come te, ma avendo tre figli dai 19 ai 13 anni…. sono temi “caldi”. Durante gli studi universitari ho fatto degli esami di psicologia – tra i quali, quello che ricordo con più emozione, è stato psicologia dell’età evolutiva, con Silvia Vegetti Finzi – e l’approccio di osservazione mi è un pochino rimasto attaccato addosso, da qualche parte. Proverò a cimentarmi con Nello sciame; dalla tua recensione mi sembra alla mia portata e di sicuro interesse. Ciao, Pina

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    • Silvia Vegetti Finzi mi è sempre piaciuta. Perché sa usare un linguaggio comprensibile anche per temi complessi. Un mio maestro, uno psicoanalista che non c’è più, mi diceva che le cose le hai comprese bene se sai renderle con un linguaggio semplice e non con tecnicismi e circonvoluzioni varie. Hai avuto una docente capace.
      Anche Han scrive in modo comprensibile e piacevole (anche se leggiamo la traduzione risulta evidente) e questo mi piace molto di lui. Oltre alle sue considerazioni che trovo particolarmente interessanti. Non ho dubbi che sia alla tua portata, spero anche ti interessi. Fa pensare, quello che scrive.
      Io ho figlie adulte e quando è arrivato il digitale erano già fuori dall’adolescenza e quindi capaci di usarlo con equilibrio ma oggi vedo che l’età si è abbassata nell’uso di questi strumenti.
      Ciao Pina e grazie della visita 🙂

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  2. Pensa che ho appena terminato di leggere un saggio di Luigi Zoja (La morte del prossimo) che mette in luce – tra altre cose – alcuni degli aspetti di cui hai parlato nel post, in particolare la questione dell’abuso tecnologico che penalizza la comunicazione sensoriale (tattile, corporea, gestuale), allontanando sempre di più le persone da un rapporto autentico e reale. Interessante il fatto che abbiamo letto nello stesso periodo, senza saperlo, argomenti abbastanza simili. Credo che mi procurerò anche il saggio di Han, in modo da ampliare ancora di più la riflessione su queste problematiche.

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    • Un bel libro La morte del prossimo. E Zoja l’ho ascoltato alla presentazione di questo testo, qualche anno fa.
      Hai ragione, l’argomento è quello.
      La trattazione è un po’ diversa perché l’approccio di Han mi sembra più politico.
      Sai, penso che siamo in ritardo nel capire queste evoluzioni tecnologiche, perché ci hanno già sorpassato. Dobbiamo ancora avere idea dei cambiamenti del pensiero e della percezione (quelli del comportamento sono più visibili) e già si sta parlando di altri dispositivi che leggono direttamente nella mente e che si applicano a livello tattile.
      D’altra parte è proprio la velocità con la quale si impongono e si modificano le tecnologie a rappresentare la novità.

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      • Già, credo anch’io che la nostra mente, e le nostre reazioni emotive, non riescano a tenere il passo. E nessun studioso, compreso Zoja, è in grado di prevederne gli esiti futuri, se non facendo solo ipotesi.

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  3. Pingback: La morte del prossimo | LIBRI NELLA MENTE

  4. Una recensione molto completa e puntuale che mi ha fatto ripercorrere il testo , letto diversi mesi fa. Mi aveva molto interessata, anche se la lettura- come dici bene tu, forse anche per la traduzione- non corre ma si sofferma spesso. Tra le “illuminazioni” più forti, quella sull’ indignazione , fine a se stessa, superficiale e distratta, che inibisce l’ azione, preferendo i flash mob. Ciao.

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    • È vero Renza, è molto interessante la riflessione sui flash mob e sulla facilità ad indignarsi per poi spegnere tutto nel momento stesso in cui lo si esprime. È la caratteristica dell’emozione fine a se stessa. Trovo che ci sono molti spunti da approfondire nei libri di Han. Grazie della visita, ciao.

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