Toulouse Lautrec. La Belle Époque

A parer di taluni sarebbe stato un pietoso demente, un miserabile squilibrato, mentre è un artista eccellente… È vero, Lautrec portava una maschera che ben pochi si sono curati di sollevare. Ha dato di se stesso un’immagine volontaria, studiata, e hanno creduto che si raccontasse al naturale. Ha descritto gli esseri umani in maniera ironica, beffarda, persino crudele, e si è pensato che il suo animo fosse tale.
Arsène Alexander, editore di ‘Le Rire’

L’impressione di tornare indietro nel tempo della Belle Epoque, a Parigi, è immediata.
IMG_1535 (1).jpgViene facile immaginare di sedersi ai tavolini dei bar, di stare nei caffè-concerto ad ascoltare canzoni e musica, di guardare balli indiavolati tra svolazzare di gonne e gambe di donne. La musica che accompagna la mostra, il video del can-can, i tavolini per sostare e gustare un po’ di quella atmosfera parigina aiutano a proiettarci in quel bel tempo passato.
Poi lui, Henry de Toulouse Lautrec, quell’ometto piccolo, quasi un nano, che si muove su gambette sproporzionate al corpo, con la tuba in testa e lo sguardo irriverente e profondo, ci viene incontro e ci accompagna per tutto il percorso. Anzi è proprio lui a regalarci l’illusione di entrare in quel mondo. Con i suoi disegni, le sue caricature, i manifesti. Ci presenta tante persone, uomini e donne che ha reso famose fissandole con le sue matite, con disegni 220px-Photolautrecveloci e schizzi istantanei che rivelano caratteri, pensieri, gusti.
Le centosettanta opere che andiamo a vedere provengono dall’Herakleidon Museum di Atene; sono disegni, schizzi e litografie (non ci sono dipinti a olio) e ci trasportano in questo viaggio nell’arte e nel tempo. Ci fanno conoscere, soprattutto, il Lautrec disegnatore e creatore del manifesto pubblicitario con i suoi colori piatti e vivaci e le linee semplici e decise.

Henry de Toulouse, visconte di Lautrec, barone di Montfa, barone di Labruguière, barone di Ferrats, barone di Puy-Saint-Pierre, barone di Castayrac, signore della Roquette ha detto di sé “Io sono il conte di Toulouse-Lautrec. Ho la statura del mio nome”.
Un nome veramente troppo lungo per un uomo dal corpo così corto e dalla vita così breve.
Nato il 24 novembre 1864 nel castello di Albi, da una famiglia aristocratica, è vissuto fino all’età di 37 anni. È morto il 9 settembre 1901 abbracciato a sua madre, unito a lei come quando è nato, come se la sua vita fosse stata un cerchio che si è aperto e chiuso tra le sue braccia.
Afflitto da una patologia chiamata picnodisostosi, una densità ossea anomala con gravi conseguenze sullo sviluppo di gambe e cranio, si è trovato sin da bambino a vivere in un corpo difficile da accettare, un torace robusto su gambette corte; una forma di nanismo e varie operazioni per fratture lo hanno ‘offeso’ dall’adolescenza. È stato costretto, quindi, all’immobilità per lunghi periodi, alla noia di cure continue e all’impossibilità di seguire le orme del padre che considerava la caccia e le cavalcate uno dei piaceri della vita.
I genitori erano primi cugini e i matrimoni tra consanguinei si erano ripetuti nella famiglia, da cui le conseguenze su Henry. Questa pesante eredità è stata accompagnata da altre vicende traumatiche, come quella della morte del fratello secondogenito Richard a un anno di età. In seguito a questo la separazione dei genitori così che Herry, dall’età di 4 anni, è vissuto con la madre tra continue cure per le sue gambe storte e malferme. Si può ben dire che non abbia avuto un inizio di vita facile il futuro artista ma, evidentemente, aveva risorse più che buone per coltivare altre abilità. L’inclinazione al disegno ha rappresentato la compensazione per le sue sofferenze e la sublimazione delle sue limitazioni.
Dai suoi disegni possiamo vedere la grande abilità che aveva nel ritrarre con immediatezza le caratteristiche delle persone che incontrava e degli ambienti che frequentava; l’acutezza di osservazione che gli permetteva di cogliere tratti del carattere di chi gli stava intorno e di trasporli nella pagina con pochi segni sicuri che, in certi momenti, somigliano a caricature.
La sua preparazione artistica è stata di tutto rispetto, presso maestri francesi capaci e rinomati. Ma, per fortuna, Henry è stato originale nel suo percorso; singolare, come il suo corpo e il modo di viverlo.
Sembra che non abbia mai mostrato la sua sofferenza, non si sia mai lasciato andare all’autocompatimento, non abbia mai versato una lacrima sul suo destino. Ma ha cercato di lenire la sorte che gli era toccata con l’alcool, l’assenzio, le droghe. E l’arte. Le prime sono quelle che l’hanno portato alla morte, distruggendo un fisico già provato. L’ultima l’ha portato a noi.
Ha vissuto anche l’internamento in una casa di cura per malattie mentali a Neuilly, a 35 anni. Delirava, Henry, la sifilide aveva deteriorato il suo pensiero, poi l’alcool e la ‘fata verde’ avevano fatto il resto. Dall’uomo autoironico, gentile ed elegante che era sempre stato era diventato irascibile, sospettoso, se ne usciva con risate incontrollate o con episodi in cui sembrava inebetito; manifestava manie come disinfettare con il petrolio, continuamente, il pavimento dello studio; aveva ossessioni notturne ed era diventato pericoloso per crisi di furore incontenibili. Tre mesi di ricovero in cui ha continuato a disegnare, perché l’arte rimaneva sempre il suo modo di evadere.
Nel giorno di ferragosto di due anni dopo, a soli 37 anni, un ictus l’ha lasciato semiparalizzato. Dopo qualche settimana è morto: il 9 settembre 1901, all’inizio di un nuovo secolo.

Si può dire che è stato un piccolo grande uomo, che ci ha lasciato in ricordo la bellezza della sua epoca.

images-2.jpegNon ha fatto parte di nessuna corrente artistica, Lautrec.
Era più giovane dei pittori impressionisti (Manet, Renoir, Monet, Degas,…) di 20 e 30 anni, mentre da Van Gogh lo separavano 11 anni di età: quindi fuori tempo per aderire all’impressionismo che, alla fine dell’800, non era più un movimento d’avanguardia. Il desiderio di leggerezza e rinnovamento di quel fin de siècle aveva trovato la sua espressione nell’art nouveau, ma Lautrec è rimasto un artista isolato. Anche se ha sempre frequentato gli altri pittori.
Di fronte al suo primo studio a Parigi, nello stesso cortile, c’era lo studio di Degas, pittore ormai affermato, ultracinquantenne. Un riferimento per il ventenne Lautrec: entrambi di nobile famiglia, avevano scelto la pittura nonostante la disapprovazione paterna; inoltre Degas integrava disegno e pittura nella sua arte, era aperto alle innovazioni come la fotografia e l’arte giapponese.
Quando poi Lautrec ha trasferito lo studio a Montmartre, nel 1886, ha avuto come vicino di casa Federico Zandomeneghi e Suzanne Valadon (con la quale ha iniziato una relazione conclusasi bruscamente nel 1888 con un tentato suicidio di lei).
Soprattutto l’amicizia con Van Gogh è stata un passaggio significativo.
E la partecipazione alle mostre post-impressioniste, simboliste, la frequentazione alle Esposizioni.
Ma Lautrec non ha aderito mai a nessun movimento.

Ciò che colpisce, innanzitutto, sono i ‘personaggi’. Perché Lautrec ha rappresentato l’umanità, quella della sua epoca. Sono disegni e manifesti con i quali ha reso immortali persone che un tempo erano famose ma, senza le sue matite e i pastelli, sarebbero cadute nell’oblio.
Conosciamoli, allora, i protagonisti di quelle notti parigine rimaste nell’immaginario del secolo a venire e che continuano ad alimentare la nostra fantasia.

Primo fra tutti Aristide Bruant (1851-1925) cantante e attore di Montmartre.
È stato lui a introdurre il giovane Lautrec a Montmartre.
Prima di diventare attore e cantante Bruant era stato fattorino e ferroviere. Poi ha iniziato a scrivere canzoni divertenti ma anche di denuncia contro il ceto ricco. Primo chansonnier delle notti parigine si esibiva a Le Chat Noir finché non aprì un cabaret suo, Le Mirliton. Personaggio popolare nonostante usasse offese contro il pubblico.

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Aristide Bruant nel suo cabaret, 1893 litografia a colori

Per promuovere i suoi spettacoli chiese a Lautrec di disegnargli quattro manifesti, che contribuirono a rendere famosi entrambi. La sagoma definita, i colori decisi, la bidimensionalità delle stampe giapponesi, sono i caratteri principali di un nuovo genere: il manifesto pubblicitario.
La figura di Bruant è caratterizzata dal nero del mantello e del cappello a falde larghe oltreché dalla sciarpa rossa.
Inoltre Lautrec, ispirandosi agli ideogrammi giapponesi, aveva coniato un logo in cui vediamo le sue iniziali HTL racchiuse in un cerchio.
Lautrec ha continuato a sperimentare e perfezionare la tecnica della litografia a colori che caratterizza gran parte  della sua produzione.

Le donne

Non sono ritratti di dame dell’alta società, famose per i titoli nobiliari e per la ricchezza. Lautrec ha preferito altri posti ai saloni e ai salotti del suo ceto. Li disertava, probabilmente si sentiva fuori luogo per il suo fisico sfortunato e non voleva sguardi di compatimento. Frequentava invece i cabaret, i bistrot popolari di Montmartre, i locali notturni e i teatri, che affollavano in quel periodo una parte della Parigi moderna che si stava sviluppando (in MANET e la Parigi moderna una sintesi dell’epoca storica e del rinnovamento della città a fine ottocento), e le case di tolleranza, dove trascorreva notti e giorni e disegnava le ragazze che aspettavano i clienti.

Così conosciamo Jane Avril (1868-1943).

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Jane Avril, 1893 litografia a colori

Il suo vero nome era Jeanne Louise Beaudoin e prima di diventare ballerina e attrice, famosa per la sua energia travolgente che le era valso il soprannome di Melinite, aveva lavorato in un circo come cassiera e cavallerizza.

Al Moulin Rouge prima e a Les Folies-Bergère poi divenne famosa per il can can francese (cancan come scandaloso).
Quando, nel 1986, decise di andare a Londra con altre tre ballerine, per portarvi il nuovo ballo del can can, chiese a Lautrec di disegnare un manifesto. Questo è basato su una fotografia e si vede Jane a sinistra, diversa dalle altre tre ballerine per il movimento snodato e il colore dei capelli. In Inghilterra non ebbe il successo sperato. Andò poi meglio negli Stati Uniti. Ma ha vissuto gli ultimi dieci anni di vita in un ospizio.

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Troupe de Mlle Églantine, 1896 litografia a colori

Yvette Guilbert (1868-1944) è l’altra donna che Lautrec ha reso immortale. Il suo vero nome era Emma Laure Esther Guilbert.

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Yvette Guilbert canta Linger, Loner, Loo! da “Le Rire”, 1894 cromotipografia

Anche lei prima di diventare una cantante famosa ha fatto altri lavori umili: sartina, commessa poi indossatrice. Il suo desiderio era quello di essere elegante e raffinata e trovò la soluzione: lunghi guanti neri che sottolineavano la sua figura sottile. Lautrec ammirava Yvette e l’ha ritratta in numerosi disegni e manifesti.
La cantante non era una bellezza e nei suoi disegni Lautrec accentuava le sue caratteristiche fisionomiche (il naso lungo e sottile, il mento a punta, la linea in giù delle sopracciglia), cogliendone i tratti di personalità. In modo però spesso caricaturale, tanto che lei gli chiese di non disegnarla così brutta; ma d’altra parte la sua fama era accresciuta dai manifesti dell’artista e non poteva rinunciarci.

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Pubblicità per l’album Yvette Guilbert, 1894 litografia

Guilbert aveva messo a punto un suo stile particolare di recitazione: muoveva solo le braccia coperte dai lunghi guanti neri.
Lautrec ha prodotto anche un album con diciassette litografie in cui Yvette era rappresentata in diverse pose, fuori e dentro il palcoscenico.

Nel 1893 Lautrec ha realizzato un manifesto per l’apertura del cabaret Divan Japonais e vi ha ritratto entrambe le sue due artiste preferite: sul palco Yvette Gilbert, riconoscibile per i suoi guanti neri, e in primo piano Jane Avril, rappresentata come una raffinata spettatrice. L’uomo biondo al suo fianco, affascinato da Jane, è il critico d’arte Édouard Dujardin, autore di scritti sull’arte giapponese. E lo stile stesso del manifesto è ispirato all’arte orientale. Il manifesto esposto in questa mostra è rimasto sconosciuto per 105 anni, e scoperto nel 2007. La situazione di eccezionale conservazione ha mantenuto i colori brillanti e freschi di stampa.

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Divan Japonais, 1893 litografia a colori

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Polaire da “Le Rire” 1895 cromotipografia

Un’altra stella del varietà parigina è stata Mademoiselle Polaire, il cui vero nome era Émilie Marie Bouchaud. Nata in Algeria e arrivata a Parigi nel 1890 aveva avuto successo come cantante e attrice.
Una brunetta vivace, cantava canzoni leggere e nella litografia di Lautrec la vediamo con vivaci abiti di scena, sbilanciata nella posizione a rappresentare la sua esuberanza.

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Entrée de Chao-u-Kao da “Le Rire”. 1896

E ancora: la clownessa Cha-u-Kao (unione di due parole, chahut e caos, a indicare una versione scatenata del cancan). Acrobata, ballerina, contorsionista, pagliaccia. Era eccessiva e trasgressiva. Lautrec ha rappresentato la sua entrata nel locale a dorso di mulo e accompagnata da una guardia.

Le scene popolari dei cabaret parigini e i personaggi che le animavano sono stati raccolti in un album Le Cafè Concert: undici stampe di Lautrec e undici di Henri-Gabriel Ibels.

Le riviste

Non è stato solo un artista di manifesti, Lautrec, ma ha  collaborato anche a riviste culturali e satiriche.
Come “Le Rire”, una rivista di satira, con illustrazioni sulla vita notturna della città. Qui sono apparsi i disegni di tutti i personaggi dei cabaret parigini, da Jane Avril a Chocolat, da Cha-u-Kao a Yvette Gilbert.

Una delle riviste culturali più rinomate è stata “La revue blanche”. I fratelli Natanson ne erano gli editori e tra i collaboratori c’era anche Stéphane Mallarmé.
Lautrec aveva conosciuto Mallarmè e i Natanson al Lycée Condorcet, una fucina di talenti. Mallarmè era il suo professore d’inglese e si sono rincontrati proprio nella Revue blanche, fondata nel 1889 con l’intenzione di rappresentare i diversi pensieri e le diverse tendenze creative dell’epoca (simboleggiate dal Bianco, come somma di tutti i colori).
I fratelli Natanson erano tre e provenivano da una famiglia di commercianti e banchieri emigrati in Francia da Varsavia nel 1871.
La direzione della rivista, a Parigi, è stata assunta da Alexander con la collaborazione del fratello Thadée. Si sono circondati di letterati quali Proust, Mallarmé, Verlaine, Gide, Apollinaire, Claudel e di illustratori come i Nabis e Toulouse-Lautrec.
La rivista aveva una tendenza progressista in politica (in difesa ad esempio di Dreyfus) e avanguardista in arte ( Nabis, Art Nouveau).
Nel 1895 Thadée ha commissionato a Lautrec il nuovo manifesto della rivista e Lautrec  ha eseguito un capolavoro.
Ha ritratto Misia, la moglie di Thadée, che il pittore aveva conosciuto nel 1894 restandone affascinato.
Misia e Thadée si erano sposati nel 1893. Anche lei polacca, nata a Godebska, di nobili origini, colta, una brava pianista e una donna anticonformista. È stata l’icona della rivista: come donna-immagine, perché ritratta come modello di lettrice ideale, ma anche per il grande ascendente che aveva sui collaboratori del marito.
Quando i due divorziarono finì anche la storia della rivista.
Misia si è sposata, in seconde nozze, con il famoso editore Alfred Edwards (che era stato suo amante e per il quale si era separata da Thadée), poi in terzo matrimonio con il pittore catalano Josef Maria Sert. Alla fine questi l’ha lasciata per una giovane scultrice. Misa è morta sola e dimenticata, quasi cieca e dipendente da morfina.
Ma nel manifesto di Lautrec la vediamo ancora splendida, ritratta con uno dei capellini per cui era famosa.
La sua figura sembra scivolare attraverso il foglio. I colori sono definiti e le caratteristiche della personalità di Misia sono rese da Lautrec con pochi segni precisi: l’abbigliamento elegante ma anticonformista, il cappellino esuberante e il corallo rosso come i capelli, gli occhi pungenti, piccole labbra rosse e la posa dinamica. Non è un’immagine statica ma una narrazione e quella del racconto è la resa migliore dei manifesti di Lautrec.

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La revue blanche, 1895

Nel 1896 ha pubblicato un album “Elles” (Loro) con dieci litografie a colori dedicate alle ragazze che vivevano nei bordelli, da lui frequentati a lungo. Non è l’aspetto erotico che compare in questi disegni ma la vita privata, quotidiana di queste donne, restituendo loro dignità umana. Oggi guardiamo i disegni come capolavori ma al tempo, proprio perché non avevano in evidenza l’erotismo, non hanno avuto successo di pubblico.

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Manifesto per Elles, 1896 litografia a colori

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Donna alla tinozza dall’album Elles, 1896 litografia a colori

In quest’ultima litografia troviamo molti riferimenti all’arte giapponese: nelle linee definite, nelle figure contornate e anche negli oggetti, dal paravento al ventaglio. Il soggetto della tinozza e del bagno femminile è stato, a quanto pare, molto frequentato dagli artisti dell’epoca, come Degas e Zandomeneghi, ma è sempre affascinante l’interpretazione di  ognuno.

Toulouse Lautrec
La Belle Époque
Amo, Palazzo Forti, Verona
1 aprile – 3 settembre 2017

7 thoughts on “Toulouse Lautrec. La Belle Époque

  1. Ciao! Ho visto una mostra dedicata a lui l’anno scorso a Torino. Quello che mi ha colpita è stata la capacità dei suoi disegni di trasmettermi ciò che lui provava. Onestamente non mi fanno impazzire, però leggendo l’approfondimento su quando e perché quel disegno esisteva, devo dire che è impressionante come lo si possa intuire dal tratto.

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    • Ciao, credo si tratti della stessa mostra che ora è a Verona. Non ci sono i dipinti più famosi ma alcuni manifesti e soprattutto disegni.
      È come vedere Lautrec in azione quotidiana, a ritrarre quello che lo circonda. A me è piaciuto questo aspetto minore della sua arte, non per la bellezza in sé, ma perché rappresenta, in parte, la sua vita. E mi interessa capire il significato che occupa l’arte nella vita delle persone che la creano. 🙂

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    • È difficile non trovare interessante una mostra di un artista come Toulouse Lautrec. Anche se si tratta di disegni e manifesti. Poi, sai, mi piace approfondire e penso che ogni mostra offra l’occasione per farlo. Colgo i riferimenti e li metto insieme a informazioni di altri testi, per avere una visione un po’ più completa.
      Se vai a vederla mi interessa la tua opinione. Ciao.

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  2. Pingback: Toulouse Lautrec. La Belle Époque — Pensieri lib(e)ri | In tasca una poesia

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