Kandinskij

“Noi partiamo dal presupposto che al di fuori delle impressioni ricevute dal mondo esterno e dalla natura, l’artista continui a raccogliere esperienze dal mondo interiore”
Vasilij Kandinskij

Un artista difficile, Kandinskij. Non ha solo destrutturato l’oggetto, come aveva iniziato a fare l’impressionismo con i suoi giochi di luce e di colori, che poi venivano ricomposti in forme conosciute dall’occhio che guardava; non ha solo scomposto le forme, come il cubismo, che aveva, però, in mente un oggetto e una realtà conosciuta; è andato oltre le avanguardie di impressionisti, cubisti, futuristi, surrealisti e ha eliminato l’oggetto dalle sue opere per dipingere l’invisibile.
La sua arte non è stata più una metafora della realtà umana, e il suo rifiuto dei principi mimetici è alla base dei ‘gesti iniziali’ del Novecento.
Difficile, perché non ha più tenuto conto delle categorie del reale, ha sospeso il rapporto di corrispondenza familiare a cui siamo abituati. E quando c’è una perdita dell’evidenza naturale si dissolve il principio di realtà, si rimane perplessi e privi del senso comune che aiuta a dare significato alle cose.
Ma è proprio questo il valore che Kandinkij ha voluto consegnarci con la sua arte: “L’artista deve essere cieco alle forme ‘note’ o ‘meno note’, sordo alle teorie e ai desideri della sua epoca. Deve fissare gli occhi sulla vita interiore, tendere l’orecchio alla necessità interiore”, ha scritto ne Lo spirituale nell’arte.
Prima di raccontare la mia visita alla mostra di Kandinskij a Milano ho sentito il bisogno di introdurre questi pensieri, perché è spiazzante trovarsi di fronte ad alcune sue opere.
Sono abituata a cercare un senso in ciò che vedo e usare l’interpretazione come metodo di pensiero. Pero mi rendo conto che questo va in direzione contraria allo scopo che il pittore aveva, con passione, inteso dare alla sua arte. La mia ricerca di senso e di sintesi non si allinea alla apparente disorganizzazione nei suoi quadri astratti. La ricerca di significato risulta uno sforzo vano perché quello che interessava a Kandinskij era la rappresentazione dello stato interiore dell’artista e chi guarda deve lasciare che “il quadro agisca su di lui” per riuscire a percepirlo.
Ma non dobbiamo fare l’errore di pensare che la sua arte sia frutto dell’istinto e di gesti spontanei, perché, al contrario, ci sono state ricerca e teoria dietro quel ‘caos’ apparente di forme e colori. Kandinskij era un intellettuale, un uomo colto che ha indirizzato energie e studio scientifico nella sua ricerca artistica. E credo che, oltre a cercare di stare dentro al quadro e ai colori, come lui voleva, sia inevitabile affrontare anche un viaggio cognitivo nella sua opera.
Iniziando dalla sua storia di vita.

Vasilij Kandinskij è nato a Mosca il 4 dicembre 1866 in una famiglia benestante; il padre, di origini mongole, era un facoltoso commerciante di tè e la madre una nobildonna di Mosca.
All’età di 5 anni la famiglia si trasferì a Odessa e poco dopo, i genitori si separarono e di lui si prese cura una sorella della madre, che diventò il suo riferimento materno.
Gli studi proseguirono fino alla laurea in giurisprudenza, nel 1892. Nello stesso anno si sposò con la cugina Anja Čimiakin.
In questi anni sono successi fatti importanti per la sua successiva direzione artistica e di vita.
Nel 1889 fece un viaggio di studio nel nord dell’impero russo, a Vologda, ed entrò in contatto con la cultura decorativa popolare russa;
nel 1896 vide la mostra impressionista a Mosca e rimase affascinato da Monet e dal suo dipinto I covoni del quale scrisse “La pittura si mostrò davanti a me in tutta la sua fantasia e in tutto il suo incanto. Profondamente dentro di me nacque il primo dubbio sull’importanza dell’oggetto come elemento necessario del quadro”, comprendendo che quello che conta non è tanto ciò che viene rappresentato ma la reazione in chi guarda;
nello stesso periodo ha assistito a Mosca alla rappresentazione del Lohengrin di Richard Wagner e rimase colpito dalla contaminazione dei suoni con i colori “Mi sembrava di avere davanti agli occhi tutti i miei colori. Davanti a me si formavano linee disordinate, quasi assurde” e da qui il pensiero che la musica è arte astratta per eccellenza.
A questi episodi va aggiunta la scoperta della radioattività, nel 1896, sulla quale ha scritto “La disintegrazione all’atomo equivaleva per me alla disintegrazione di tutto il mondo. All’improvviso crollarono i muri più spessi. Tutto divenne incerto, vacillante e molle. Non mi sarei meravigliato se avessi visto un sasso sciogliersi nell’aria e scomparire”.
Da tutte queste esperienze e stimolazioni culturali emerse la sua decisione, nel 1896, di rifiutare la cattedra che gli avevano offerto all’Università di Dorpat (Estonia) e di dedicarsi all’arte, che aveva “il potere di trasportarmi fuori dallo spazio e dal tempo”.
Si trasferì a Monaco, allora in pieno clima secessionista e antiaccademico, frequentando, nel 1897, la scuola di Anton Azbè, dove apprese il disegno anatomico (che ha detto di non aver mai amato) e facendo poi richiesta di entrare all’Accademia di Monaco nella classe di pittura di Franz von Stuck. Questi la prima volta lo respinse, consigliandogli di dedicarsi maggiormente allo studio del disegno. Alla seconda richiesta, nel 1900, lo accolse come suo allievo. Qui conobbe Paul Klee che, come lui, frequentava i corsi di von Stuck per il quale simbolismo e spiritualismo erano in primo piano nell’esplorazione dell’interiorità e dei grandi temi della vita.
In tutto questo il suo matrimonio era naufragato perché la moglie non approvava la sua scelta di rifiutare una carriera sicura per una incerta. La separazione avvenne nel 1904 e Kandinskij si legò a una pittrice, Gabriele Münter, conosciuta due anni prima. Insieme viaggiarono, il pittore espose anche a Parigi e scrisse “Le mie fonti sono la pittura di Cézanne e il tardo Fauvismo, soprattutto Matisse”. Erano anni ricchi di fermento culturale e artistico in Europa con le prime opere cubiste di Picasso, il Futurismo di Marinetti, Matisse.
Nel 1908 si stabilì a Marnau, in Baviera, con Gabriele e nel 1910 dipinse il suo primo acquerello astratto che rappresenta il predominio della visione interiore sulla rappresentazione esterna.
Nel 1911, con Franz Marc, fondò Il cavaliere azzurro, gruppo che si proponeva di dare spazio a tutte le forme d’arte. Questa esperienza si chiuse con l’inizio della guerra, per la morte di Marc e il ritorno di Kandinskij a Mosca. Anche il rapporto con Gabriele Münter si chiuse in questa fase.
Nel 1916 in Russia si respirava un clima prerivoluzionario. Con la Rivoluzione anche Kandinskij venne spogliato degli averi. Non si occupò mai direttamente di politica ma collaborò in ambito culturale, con l’insegnamento e la formazione.
Conobbe Nina Andreevskij, con la quale si sposò nel 1917. Nacque un figlio, Volodia, che però, morì a tre anni per una gastroenterite.
Il trasferimento a Berlino, nel 1921, viene attribuito a una mancanza di convergenza di idee con la cultura del Soviet: per Kandinskij l’opera d’arte rappresentava l’individualità dell’artista e i valori spirituali e quindi non poteva essere al servizio dell’ideologia.
In Germania divenne docente al Bauhaus e vi ritrovò Paul Klee, anche lui insegnante presso la stessa scuola. Tra i due vi furono reciproche influenze.
L’ascesa di Hitler in Germania e il prevalere dell’ideologia nazista portò alla chiusura del Bauhaus nel 1932, con l’accusa di ‘bolscevismo culturale’.
Kandinskij e la moglie, nel 1933, si stabilirono a Parigi dove rimasero anche durante l’invasione nazista. In Francia la sua pittura astratta si fuse a elementi surrealisti.
La morte di Kandinskij è avvenuta il 13 dicembre 1944, a causa di un ictus.

L’epoca di Kandinsky è stata un’ epoca di grandi cambiamenti, guerre e rivoluzioni, in campo sociale, culturale e scientifico.
Tra quelle ricordate trova un posto significativo anche la psicologia e la psicoanalisi: gli espressionisti, innanzitutto, usarono le intuizioni derivate dalla scienza medica e psicologica dell’epoca, approfondendo il ruolo del colore e della forma nell’evocazione delle emozioni inconsce.
Esplorare l’esperienza emotiva e trovare il modo di veicolare gli stati d’animo è stato uno dei temi dell’arte moderna, tramite le esagerazioni della forma, la distorsione dei colori e nuove iconografie.
Gli studi sulla percezione e sull’emozione andarono di pari passo con lo sviluppo delle nuove teorie sull’estetica e Kandinskij, intellettuale e uomo di scienza, che è stato un interprete dell’espressionismo ed è diventato un protagonista dell’arte moderna, conosceva di certo quest’ambito di ricerca.

E, dopo tutto questo, mi sento pronta a raccontare la mostra al Mudec di Milano.
Ho sentito alcune opinioni non del tutto favorevoli in merito, principalmente per due aspetti: troppo cara e, nello spazio espositivo, i manufatti popolari russi prevalgono sulle opere di Kandinskij. Ero comunque incuriosita e sono andata, perché ogni possibilità di vedere dal vivo le opere di un’artista va colta. In ogni caso penso che una parte delle critiche sia corretta ma ho anche trovato interessante l’impostazione data. Tutto ciò che aiuta a conoscere l’arte non è invano e ogni mostra che visito è uno stimolo ad approfondire e scrivere di opere e artisti che hanno reso il mondo migliore e aggiunto un pezzetto per la conoscenza dell’umanità.
L’obiettivo dell’esposizione è quello di mostrare le fonti di ispirazione del pittore, le suggestioni visive, che fanno parte della tradizione popolare russa, e quelle musicali che hanno accompagnato la costruzione della sua arte.
È quindi una mostra tematica che si sviluppa in quattro sezioni:
• le radici russe rappresentate da oggetti, giocattoli, manufatti, disegni che si riferiscono all’arte popolare conosciuta da Kandinskij durante il viaggio di studio etnografico compiuto nel nord dell’impero russo nel 1889;
• le fiabe e i racconti dell’infanzia a cui attinge e che sintetizza nella figura del cavaliere, presente nelle sue diverse fasi artistiche;
• Mosca, la città madre, alla quale ritorna in momenti diversi del suo errare e alla quale si ispira sempre;
• la musica, la più immateriale di tutte le arti, come modello per arrivare all’astrattismo in pittura, quell’astrattismo che ha lo scopo di esprimere l’interiorità e il non visibile.
Le opere dell’artista sono quasi una cinquantina e si collocano prevalentemente in un periodo di tempo che va dal 1910 al 1920, quindi nello sviluppo dalle prime creazioni astratte. Non mancano dipinti precedenti, come Porto di Odessa I, del 1896-98, di stile impressionista (uno dei pochi esistenti di quella fase) e alcune piccole tavole figurative rappresentanti temi fiabeschi e mitici russi.
Il percorso segue la traccia del viaggio, non solo quello reale a Vologda e nell’immenso territorio russo ricco di culture diverse, ma anche quello interiore, mentale che ha portato al distacco dalla realtà fenomenica verso una pittura non-oggettiva.

Del primo viaggio raccontano gli oggetti, i tessuti e le immagini di icone e di lubki (stampe popolari) che sono presenti in mostra in grande numero.IMG_4333.jpg

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Il viaggio mentale e artistico inizia con uno degli archetipi del mondo di Kandinskij: il cavallo e il cavaliere.

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Il cavaliere (San Giorgio), 1914/15, Olio su cartone

Lo stile è ancora figurativo, anche se già in questi anni aveva realizzato opere più astratte. Rappresenta l’immagine del cavaliere che l’artista ripete in varie forme in tutte le sue fasi. Qui lo vediamo come San Giorgio che uccide il drago e salva la principessa. Sullo sfondo le cupole tondeggianti, caratteristiche della città di Mosca, altro tema che lo accompagna sempre. Il tema del cavallo e del cavaliere fa parte della sua infanzia, dei giochi e delle fiabe, sia russe che tedesche, oltre alle immagini delle icone e delle stampe popolari. È l’immagine del cavaliere errante e della lotta tra il bene e il male.

 

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Destino (Muro rosso), 1909 Olio su tela

La linea rossa che taglia in modo trasversale la tela è il muro, che il titolo ci dice essere protagonista del dipinto. Il paesaggio è semplificato e ci sono delle figure. La visione di Kandinskij dell’astrazione parte dal paesaggio e la forte impressione cromatica ha una valenza spirituale, interiore, in quest’opera dai toni espressionisti.

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Mosca. Piazza Rossa, 1916 Olio su tela

Mosca è l’altro tema che si ritrova sempre nel opere di Kandinskij, come la figura del cavaliere. D’altra parte San Giorgio è il patrono della città.
Questo è un quadro ‘girevole’ in cui Mosca sembra avvolgente come una madre, come un centro da cui tutto comincia a a cui si ritorna (nel dinamismo si vedono anche gli elementi futuristi). Dipinto a Mosca, al suo ritorno a seguito dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, dove trova un clima prerivoluzionario.
Una coppia al centro del dipinto osserva la città. Potrebbero essere l’artista e Nina, conosciuta al suo rientro in Russia. Sono circondati da un’aura luminosa dai colori cangianti. Kandinskij era un profondo conoscitore delle teorie teosofiche e il giallo è un colore che trasmette energia e positività, secondo le indicazioni dell’artista.
Kandinskij aveva scritto: “Vorrei dipingere un grande quadro di Mosca, prendendo ovunque elementi fondendoli nel dipinto, parti deboli e parti forti e ogni cosa mescolata assieme come il mondo è composto di elementi diversi.”

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Nell’ultima sezione della mostra “La musica e l’astrazione” la questione centrale è: quand’è che Kandinskij ha rinunciato all’oggetto?

“La musica è già da alcuni secoli l’arte che non usa i suoi mezzi per imitare i fenomeni naturali, ma per esprimere la vita psichica dell’artista e creare la vita dei suoni”.

La sua ricerca verso un’arte senza oggetto, senza scadere nel decorativismo, è nata da una necessità interiore “C’è una cosa cui sono sempre rimasto fedele: la voce interiore che ha determinato i miei fini nell’arte e che spero di seguire fino all’ultimo respiro.”
Ha trovato riferimento nella musica. Kandinskij non era nuovo alla musica, durante l’adolescenza aveva suonato il pianoforte e il violoncello. La sua amicizia con il musicista Arnold Schönberg lo ha orientato sempre più a trovare nella musica, la più immateriale delle arti, il modello da seguire “La musica di Schömberg ci conduce in una regione nuova, dove le esperienze musicali non sono acustiche, ma puramente psichiche.”
La ‘dissonanza’ della musica di Schömberg rappresentava per Kandinskij quell’arte libera che nasce dal sentire, che andava cercando.
Kandinskij iniziò a studiare le relazioni tra colore, forma e suono, intitolando i suoi quadri come delle opere musicali: Impressione, Improvvisazione (quadri che originano da una emozione immediata) e Composizione (quadri che sviluppa mediante uno studio concettuale). Colori e forme danzano sulla tela ed esprimono la vibrazione interiore, ben lontana dalla realtà oggettiva dalla quale il pittore intendeva separarsi.

 

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Quadro con cerchio, 1911 Olio su tela

Il primo dipinto ad olio del tutto astratto è questo, del 1911. Kandinskij non l’ha numerato perché non era convinto dell’opera. Lui stesso ha riconosciuto che è la prima opera astratta della storia “è un quadro molto grande, quasi quadrato, con forme molto vivide, e una grande forma circolare nell’angolo in alto a destra”. Rimasto nel deposito del museo di Tbilisi è stato esposto per la prima volta a Mosca nel 1989. Il colore è l’elemento preponderante e le forme sono libere e indefinite, tanto che risulta vano ricondurle al principio di realtà. Rappresenta uno spazio psichico dove si può vedere quello che si vuole (come nel test delle macchie di Rorschach, neuropsichiatra svizzero vissuto nello stesso periodo di Kandinskij) “ciò che conta è l’efficace contatto con l’anima”.

 

 

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Improvvisazione di forme fredde, 1914 Olio su tela

«Per anni ho cercato di ottenere che gli spettatori passeggiassero nei miei quadri: volevo costringerli a dimenticarsi, a sparire addirittura lì dentro»

Composizioni

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“ Mi proponevo, […] come scopo della mia vita, di dipingere una ‘composizione’. Questa parola agiva su di me come una preghiera, mi riempiva di rispetto.”
(Sguardi sul passato)

 

 

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Ouverture musicale (cuneo viola), 1919 Olio su tela

“Il blu, se è molto scuro dà un’idea di quiete. Se precipita nel nero acquista una nota di tristezza struggente. […] Da un punto di vista musicale l’azzurro assomiglia a un flauto, il blu a un violoncello o, quando diventa molto scuro, al suono meraviglioso del contrabbasso; nella sua dimensione più scura e solenne ha il suono profondo di un organo.” (Lo spirituale nell’arte).

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Tratti neri II, 1920 Olio su tela

Da Tbilisi proviene anche un altro quadro di Kandinskij Tratti neri II, esposto in Italia per la prima volta. Un esempio di raffinata combinazione di colori.
“È facile notare che alcuni colori sono potenziati da certe forme e indeboliti da altre. In ogni caso, i colori squillanti si intensificano se sono posti entro forme acute (per esempio il giallo in un triangolo); i colori che amano la profondità sono rafforzati da forme tonde (l’azzurro per esempio da un cerchio).”

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“Il suo costituzionale squilibrio o disordine diventa, nel quadro generale della cultura dell’epoca, un fattore di equilibrio; perciò quello squilibrio e disordine non sono perdita di coscienza, ma coscienza diversa e, per certi aspetti, più lucida. Forse queste immagini che sembrano un insieme disordinato (ma non confuso) di macchie colorate e di scarabocchi impazziti rivelano una cristallina chiarezza: è più difficile prendere coscienza del disordine che dell’ordine; ma la coscienza del disordine è pur sempre coscienza, forse una coscienza più alta”.

Giulio Carlo Argan, Kandinskij e la rivoluzione

Kandinskij
Il cavaliere errante
In viaggio verso l’astrazione
MUDEC, Milano
15 marzo-9 luglio 2017

Le foto dei quadri sono mie. Alcune citazioni sono tratte dalla mostra, altre (come l’ultima di Argan) da diversi testi.

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