Le nostre anime di notte

Dov’è la tua mano?
Proprio qui accanto a te, dove sta sempre

E così, adesso, abbiamo trovato un nuovo modo di stare insieme, un modo a cui guardare per attraversare l’inverno della vita. Quasi un ideale a cui aspirare. Temo che nella realtà non trovi cittadinanza così facilmente, ma aiuta a riconoscere il valore dei sentimenti, ispira tenerezza e nutre l’immaginazione. Potrebbe essere un sogno da sognare per il tempo che verrà.
Pensiamo sempre alle coppie, allo ‘stare insieme’, da giovani o nella mezza età, quando si è genitori. Da anziani persiste l’idea di immaginarci soli o in un rapporto consumato dal tempo e dalle abitudini. L’amore, già difficile quando si hanno forze ed energie, sembra perdere vigore nel farsi in là degli anni.
Nel libro di Kent Haruf scopriamo una forma di amore descritta con toni tenui, un po’ spenti, come i colori delle vecchie fotografie, sbiaditi e dai contorni imprecisi. Non è la passione che troviamo in questo libro, né il batticuore e l’irresistibile attrazione
“… ma era più che altro abitudine e malinconia e presagio di solitudine e scoramento”. Possiamo chiamarli anche sentimenti tristi, quelli che si insidiano negli interstizi dell’anima, che mettiamo in disparte e di cui ci rendiamo conto, spesso, solo quando la misura è colma. Haruf ci aiuta a riconoscerli, a pensarli senza eluderli e rimandarli a un tempo indefinito.
Questo è ciò che ho pensato dopo aver terminato la lettura di Le nostre anime di notte.
Poi ho pensato anche che la ‘rivoluzione’ non si fa solo quando si è giovani. Anche verso la parte finale della vita si possono rompere tabù e abitudini, vincere gli stereotipi che incatenano in comportamenti considerati accettabili. Non è mai finito il tempo di cambiare, di avere coraggio ed “essere disposti a rischiare”, senza “badare a quello che pensa la gente”.
Con la sua scrittura essenziale, con parole e frasi limate fino all’osso, senza far uso di metafore (tranne quella del titolo), con i suoi dialoghi diretti e senza virgolette, tanto da confondere il confine tra la parola detta e il pensiero, Haruf ci racconta che si può sempre uscire dagli schemi per regalarci attimi di sincera gioia.
imagesQuesto romanzo breve, uscito postumo nel 2015 dopo la morte dello scrittore, racconta come si può vivere un’ultima estate della vita dal sapore d’autunno.
Pochi avvenimenti, poche presenze, tanti pensieri e ricordi in una quotidianità fatta di piccoli gesti.
Ci sono Addie e Louis, entrambi vedovi e settantenni. E soli, prima che Addie decidesse di chiedere a Louis di dormire insieme a lei, di trascorrere in compagnia la notte, quel tempo di attesa e di oscurità che rende la solitudine più profonda.
La vicinanza di due corpi va oltre la fisicità e diventa l’incontro di due anime. Quello che succede sembra più simile al sogno, alla fiaba o a un racconto da Mille e una notte. Ma che bello seguire i passaggi di Addie e Louis!
Ne racconto alcuni, usando le frasi che nel libro mi hanno colpito di più, inserendole in un gioco di parole, per il piacere di trattenere la bellezza di quanto ho letto.

Perché? chiede Louis, ad un certo punto
“Te l’ho detto. Solitudine. Voglia di qualcuno con cui parlare di notte”.
Ma perché proprio io? continua lui
“Perché credo che tu sia una brava persona. Una persona gentile.
Spero di esserlo.
Secondo me lo sei. E ho sempre pensato che fossi degno di stima, qualcuno con cui avrei potuto parlare”
E tu, come pensi a me? chiede Addie
“Come a una donna attraente. Una persona di spessore. Con un carattere”.
Non ci sono dichiarazioni d’amore, frasi ardenti, ma pacate espressioni di sentimenti che possono sembrare freddi al primo sguardo. Ma, invece, è proprio questo a conferire delicatezza e un senso di profonda tenerezza al racconto, perché quello che è importante è ciò che ripete spesso Addie
“E adesso parla con me.”
Parlare e tenersi per mano: questo è quello che succede tra loro.
E la meraviglia, la gioia è quella di
“Conoscere bene qualcuno alla mia età. E scoprire che ti piace e che in fondo non sei completamente inaridito… Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito”.

Il tempo del racconto è breve, da maggio all’autunno e in questi mesi, oltre a Addie e Louis, entrano in scena Jamie, il nipotino di lei, e Ruth, un’anziana vicina. Poi la cagnolina Bonny e i topolini. Un piccolo mondo di relazioni che avvicinano l’infanzia e la vecchiaia, in un sostegno reciproco; che si moltiplicano, perché uno più uno non fa due ma molto di più nel campo delle relazioni umane.
Non possono mancare le malelingue e chi disapprova i due vecchi protagonisti.
Ma in fin dei conti che fanno oltre a dormire insieme, tenersi per mano e parlare?
Si raccontano.
“Che altro vuoi sapere?
Da dove vieni. Dove sei cresciuta. Com’eri da ragazza. Com’erano i tuoi genitori. Se hai fratelli e sorelle. Come hai conosciuto Carl. Che rapporti hai con tuo figlio. Come mai ti sei trasferita a Holt. Chi sono i tuoi amici. In cosa credi. Che partito voti.
Ci divertiremo un sacco a parlare, eh? disse lei. Anch’io voglio sapere tutto di te.
Non abbiamo fretta, disse lui.
No, prendiamoci il tempo che ci serve”.

La vita passata scorre quindi nelle notti fatte di dialoghi ed è con realismo e tristezza che Addie e Louis ripercorrono la storia dei loro matrimoni.
I matrimoni sono relazioni che non corrispondono a quello che ci si aspetta perché quando si è giovani ci sono “soltanto l’istinto e i modelli con cui eravamo cresciuti”, ma poi le cose diventano sempre più complicate e la realtà è più forte dei sogni e dei desideri, si intrufola, scompiglia le carte, mette i bastoni tra le ruote.
Nella storia di Addie c’è stata una tragedia che ha cambiato bruscamente il corso della vita e alla fine
“Smisi di provare a sistemare le cose e ci adagiammo in una lunga vita cortese e tranquilla…
Ti prendi cura dell’altro quando sta male e di giorno fai quello che pensi sia il tuo dovere…
Anche se non è stato un bene per nessuno dei due, abbiamo passato tutto quel tempo insieme. È stata la nostra vita”.
Louis ha avuto altri inceppamenti nel suo matrimonio con Diane. E riconosce che
“Da me non ha avuto ciò che avrebbe desiderato. Aveva una specie di idea, una nozione di come dovrebbe essere la vita, di come dovrebbe essere il matrimonio, ma tra noi non è mai andata in quel modo”.

“E così, la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce l’aspettavamo, disse Louis…
…Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate”.

“Mi andava bene. Ma non era la stessa cosa”. Una frase breve, che ognuno interpreta come vuole, come gli è possibile. Una frase che apre tanti significati, quanti gliene si vuole dare. Dipende da noi accettarla come una sfida a proseguire per la stessa strada o  come un gioco al ribasso.

La vicenda si svolge a Holt, in Colorado. È un posto che non troviamo nelle mappe se non nei libri di Kent Haruf. Per figurarmi quei lontani luoghi d’America devo fare uno sforzo di immaginazione, aiutata dalle descrizioni dell’autore

“Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case di due piani”.
“… uscirono dalla città in direzione ovest, su un rettilineo sterrato. C’erano girasoli sul ciglio della strada, yucca e altre erbe basse…
Stava iniziando a fare caldo. Metà luglio. Il cielo terso e il grano già falciato nei campi lungo la strada, le stoppie regolari e ordinate, nel campo accanto il granoturco verde scuro che correva in file dritte. Una luminosa, torrida giornata estiva.
… lasciandosi le pianure alle spalle, partirono in direzione ovest, verso le montagne; man mano che si avvicinavano alla catena del Front Range, vedevano le basse colline ricoperte di foreste scure e più in là i monti, sempre più alti, e sopra la linea degli alberi le vette di roccia bianca, chiazzate di neve persino in luglio; proseguirono sulla Highway 50, attraversando poche cittadine. In una di queste si fermarono per comprare qualche hamburger, poi ripresero la strada che attraversava il canyon del fiume Arkansas, le cui magnifiche acque scorrevano veloci tra due ripide pareti di roccia rossa frastagliata – lungo la strada c’erano pecore delle Montagne Rocciose, femmine dalle corna corte e appuntite – e proseguirono su una strada della contea, la 240, verso il North Fork, un campeggio all’interno di un parco nazionale.
… raggiunto il Monarch Pass si fermarono e scesero: erano sullo spartiacque tra Atlantico e Pacifico; si misero a guardare verso ovest, se con lo sguardo avessero potuto superare la curvatura terrestre avrebbero visto l’oceano Pacifico circa mille miglia più in là, oltre le montagne”.

E, alla fine, è con tenerezza che ci separiamo da Addie e Louis. In fondo sono “soltanto due vecchi che parlano al buio”, forti e fragili insieme. Ma le loro frasi, sussurrate nella notte, aprono mondi interiori, territori dell’animo da esplorare.

“Be’, adesso sei qui.
Adesso è qui che voglio stare”.

“Ti spedirò i miei buoni pensieri dall’altro lato del letto”.

“Cos’è che ci siamo detti? Che è impossibile aggiustare le vite degli altri, no?
 Non puoi aggiustare tutto, non ti pare? disse Louis.
Ci proviamo sempre. Ma non ci riusciamo”.

“No, non ancora, rispose Addie. Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te”.

“So come accadono le cose nella vita delle persone” ha scritto Haruf e lo ha raccontato, un’ultima volta, in questo libro.

Kent Haruf
Le nostre anime di notte
2017, Enne Enne Editore, Milano

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11 thoughts on “Le nostre anime di notte

  1. Bellissima la tua recensione!. Arriva proprio mentre mi accingo a leggere il romanzo… ho letto la parte iniziale ma ti dico che ho, per ora, saltato gli stralci. Bella la citazione finale, che racchiude davvero il senso dell’opera di questo grande autore. Ci tornerò dopo averlo letto, così possiamo ancora scambiarci le nostre impressioni. Da quello che scrivi direi che questo romanzo è assolutamente da leggere! a presto

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    • E per fortuna ci sfuggono delle cose, direi! 😊 Oggi siamo così attenti ad avere tutto sotto controllo che non sembra neanche una cosa del tutto umana. Ti ringrazio delle tue parole che mi hanno riportato al libro di Haruf. Ci ripenso ogni tanto sai? Alla malinconia e alla delicatezza con cui ha raccontato la solitudine in vecchiaia.

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      • Di lui avevo già letto il magnifico Benedizione, ma vorrei procurarmi anche gli altri due della Trilogia della Pianura. Autore veramente grande! Le cose che mi sfuggono sono sempre di più: comincio a sentire l’invecchiamento. Ti annuncio, però, che ho appena ordinato il saggio sul matrimonio di J. Kristeva e di Ph. Sollers, che mi arriverà fra qualche giorno e che mi incuriosisce molto, perché ho anch’io alle spalle un matrimonio felice, durato molto a lungo (purtroppo mio marito non c’è più da quattro anni) solido e fragile come tutti i matrimoni che durano a lungo e un punto di riferimento ancora vivo per me! Ciao!

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      • Sai, il mio interesse sui matrimoni, sulle coppie che percorrono insieme la vita è personale e professionale insieme. Personale perché anche il mio matrimonio è di lunga lunga durata (e come dici bene tu solido e fragile insieme) e professionale perché negli ultimi diesci anni mi occupo di separazioni e affidamento dei figli e non posso fare a meno di interrogarmo su cosa fa funzionare una relazione e cosa no.
        So che non posso rendere appieno il sentimento di vicinanza per la perdita di tuo marito ma lo esprimo con sincerità, anche se le parole non dicono mai tutto.
        Spero poi che il libro ti piaccia e tieni conto che è un dialogo e inoltre Kristeva e Sollers sono, come gli intellettuali francesi, complicati nel loro linguaggio. Mi farà molto piacere avere poi la tua opinione. Sul serio, mi interessa. Ciao

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